L’incredibile ammaraggio sull’Hudson

di Emanuele Menietti – @emenietti

La storia, le foto e i video del più spettacolare atterraggio di emergenza di sempre, che avvenne il 15 gennaio di 4 anni fa a New York

Il 15 gennaio di quattro anni fa il pilota Chesley Sullenberger non immaginava che, pochi minuti dopo essere salito a bordo del suo Airbus A320-214 della US Airways all’aeroporto LaGuardia di New York, sarebbe diventato un eroe nazionale e il primo responsabile del salvataggio di 155 vite – compresa la sua – in uno spettacolare atterraggio a pochi metri di distanza dai grattacieli di Manhattan. La sua prodezza, cioè quella di compiere un atterraggio di emergenza sul fiume Hudson, fece il giro del mondo e fu narrata per giorni dai mezzi di informazione, avidi di nuovi dettagli e informazioni per arricchire la storia e riraccontarla decine di volte, certi che ci sarebbe stato sempre qualcuno disposto a sentirla. Di nuovo, e ancora, perché incredibile.

Il volo
Tutto iniziò nel primo pomeriggio del 15 gennaio del 2009 all’aeroporto LaGuardia. Erano le prime ore del pomeriggio e i passeggeri del volo 1549 attendevano al terminal di salire sul loro aeroplano, che li avrebbe portati a Charlotte nella Carolina del Nord. La giornata era serena e con solo qualche nuvola all’orizzonte, ma in compenso faceva un gran freddo con diversi gradi al di sotto dello zero. La vista dalle vetrate del terminal non era un granché, il solito panorama da aeroporto con gli aerei enormi parcheggiati, le loro code colorate, e il continuo brulichio di persone e veicoli minuscoli intorno. All’orizzonte, oltre alle nubi, qualche stormo di uccelli in volo.

Mentre i passeggeri attendevano di imbarcarsi, sull’aeroplano il pilota Sullenberger era al lavoro con il suo primo ufficiale, Jeffrey B. Skiles, per i controlli di rito prima della partenza. All’epoca il pilota aveva 57 anni e lavorava nell’aviazione civile da quasi 30 anni, dopo avere trascorso un periodo presso l’Air Force degli Stati Uniti. Esperto di sicurezza del volo, aveva anche la passione per i deltaplani. Skiles era di otto anni più giovane e aveva da poco passato l’abilitazione per pilotare la classe di aeroplani su cui si trovava. Con loro c’erano altri tre membri dell’equipaggio.

Airbus A320
L’aeroplano sul quale stavano per imbarcarsi i passeggeri era un Airbus A320-214 con due motori a turboventola, un modello molto diffuso e utilizzato nell’aviazione civile. Era della compagnia aerea US Airways, che all’epoca ne aveva in dotazione 74, ed era stato costruito e consegnato alla società dieci anni prima. L’aeroplano aveva una buona carriera alle spalle con oltre 25mila ore di volo ed era stato sottoposto ai controlli di sicurezza di routine poco più di un mese prima di quel pomeriggio di gennaio.

Partenza
Dopo avere caricato a bordo i 150 passeggeri, l’aereo si spostò goffamente sulle piste di raccordo del LaGuardia per raggiungere l’area di decollo. Mentre percorreva le ultime centinaia di metri a terra, l’equipaggio si mise a illustrare con gesti misurati e ormai automatici le indicazioni di sicurezza, quelle che in pochi stanno ancora ad ascoltare: la posizione delle uscite di sicurezza, il funzionamento degli scivoli gonfiabili di emergenza, la collocazione e l’uso dei giubbotti salvagente. Poi l’aereo prese velocità sulla pista 4 e alle 3:25 del pomeriggio (le 21.25 in Italia) si sollevò regolarmente da terra, pilotato dal primo ufficiale Skiles.

Oche
Fu proprio Skiles a notare, un paio di minuti dopo il decollo, una formazione di uccelli in rotta di collisione con l’aeroplano, che aveva intanto guadagnato gli 820 metri di altitudine dei 4.600 di ascesa previsti. Pochi secondi dopo le 3:27 avvenne l’impatto con gli uccelli, alcuni dei quali (stando alle inchieste successive all’incidente) fecero una pessima fine risucchiati dai due motori dell’Airbus. Probabilmente erano oche del Canada: danneggiarono seriamente i motori, che smisero di funzionare. Non tutti i passeggeri capirono subito che cosa fosse accaduto, ma fu impossibile non accorgersi della serie di forti esplosioni provenienti dai motori, il fumo e il loro rantolo sordo prima di arrestarsi. Nella cabina si diffuse anche un forte odore di combustibile. Persa parte dell’inerzia, l’aeroplano iniziò a perdere lentamente quota portandosi a un’altitudine intorno ai 500 metri. Avvenne tutto in meno di un minuto.

Senza motori
Sullenberger assunse il comando dell’aereo, mentre Skiles avviò le procedure di emergenza previste per provare a riavviare i motori. I due non avevano ancora idea dell’entità del danno causato dall’impatto, ma sapevano che il loro aereo su cui c’erano 155 persone stava perdendo quota e rischiava di schiantarsi in una delle zone più popolate del paese. Si misero in contatto con il controllo aereo del New York Terminal Radar Approach Control (TRACON) per comunicare l’emergenza: «Abbiamo colpito degli uccelli. Abbiamo perso il controllo di entrambi i motori. Stiamo tornando indietro verso LaGuardia».

Il controllore di volo che rispose alla chiamata comunicò immediatamente all’aeroporto di fermare tutti i voli in partenza e diede istruzioni al volo 1549 per seguire una rotta che lo riportasse verso una delle piste del LaGuardia. L’aereo stava mantenendo l’assetto, ma Sullenberger spiegò al controllore di volo che non ce l’avrebbe mai fatta a tornare indietro fino alla pista indicata. Il pilota chiese se non fosse possibile tentare un atterraggio di emergenza in un altro aeroporto nelle vicinanze, nel New Jersey. Ma pochi istanti dopo si rese conto che non ce l’avrebbe fatta a portare nemmeno in quel punto l’aereo, che proseguiva la propria planata a motori spenti.

“Andiamo nell’Hudson”
Mentre i piloti erano al lavoro per organizzare un atterraggio di emergenza, i tre membri dell’equipaggio in cabina cercavano di tranquillizzare i passeggeri, che avevano saputo direttamente dalla voce del capitano dell’incidente con lo stormo di uccelli. Non avevano però idea che Sullenberger avesse escluso ogni possibilità di compiere un atterraggio di emergenza al LaGuardia o nel New Jersey. A meno di 500 metri di altitudine erano visibili le case, le strade, il traffico della zona di New York. Ritenendo di non avere più altra scelta, e consapevole di avere pochissimo tempo per fare qualcosa, Sullenberger disse laconico al controllore di volo: «Andiamo nell’Hudson». Il fiume scorreva a poche centinaia di metri più in basso e si sarebbe trasformato nella pista per un atterraggio di emergenza di un aeroplano lungo 37,6 metri e con una apertura alare di 34 metri.

L’aereo fu visto passare a circa 270 metri sopra il ponte George Washington e diversi abitanti della zona capirono che c’era qualcosa che non andava, qualcuno temette un nuovo attacco terroristico sulla città dopo quello del 2001. A novanta secondi circa dal contatto con l’acqua, Sullenberger comunicò all’equipaggio la frase standard “Prepararsi all’impatto”. Le istruzioni annunciate prima del decollo, nel disinteresse generale, furono ripetute rapidamente e più nel dettaglio ai passeggeri.

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