(FIELS) A picture taken on November 15,

Mohamed Bouazizi, due anni dopo

La storia del ragazzo che il 4 gennaio 2011 morì dopo essersi dato fuoco a Tunisi, dando inizio a cambiamenti epocali in Nord Africa e Medioriente

(FIELS) A picture taken on November 15,

Negli ultimi due anni il Nord Africa e il Medioriente sono stati attraversati da cambiamenti epocali: manifestazioni e proteste di intensità e forza senza precedenti si sono susseguite con continuità per mesi, regimi apparentemente solidi sono scomparsi – in modi e con mezzi molto diversi – dopo decenni di governi autoritari. In almeno quattro paesi i cambiamenti politici sono stati radicali, in molti altri le proteste hanno generato riforme o hanno indebolito i governi, in Siria si combatte da due anni una sanguinosissima guerra civile. Questi grandi cambiamenti hanno ragioni storiche, economiche, demografiche, che naturalmente partono da lontano. Riavvolgendo la storia di questi fatti, che poi abbiamo chiamato “Primavera araba”, è evidente che la loro scintilla risale esattamente a due anni fa: a quando il 4 gennaio del 2011 morì un venditore di frutta tunisino di 26 anni, Mohamed Bouazizi, che si era dato fuoco qualche giorno prima.

Bouazizi era nato il 29 marzo del 1984 da una famiglia molto povera nel paesino di Sidi Bouzid. Suo padre lavorava in Libia come muratore e morì quando Bouazizi aveva tre anni. La madre Manoubia si sposò tempo dopo con un fratello del marito, con cui ebbe altri sei figli. Bouazizi iniziò a fare lavoretti dall’età di dieci anni per aiutare lo zio – che aveva molti problemi di salute – a portare a casa qualche soldo in più. Da ragazzino abbandonò la scuola e iniziò a lavorare a tempo pieno come venditore ambulante di frutta e verdura: manteneva la madre, lo zio, i fratellastri più piccoli e pagava gli studi universitari di una sorella.

Il Washington Post in un articolo di un anno fa ha raccontato che la sera del 16 dicembre 2010 Bouazizi era molto soddisfatto della frutta che aveva appena comprato, indebitandosi: era convinto che fosse la più bella che avesse mai visto, che avrebbe fatto buoni affari e che avrebbe potuto comprare un regalo a sua mamma. La mattina dopo all’alba imbracciò il suo carretto e andò al mercato del paese. Due poliziotti – tra cui una donna, Fedya Hamdi – gli bloccarono la strada e cercarono di sequestrargli la frutta. Lo zio si intromise per aiutare il nipote: chiese aiuto al capo della polizia che ordinò agli agenti di lasciarlo stare. Bouazizi non aveva una licenza per vendere la frutta al mercato e non era la prima volta che veniva redarguito – e a volte anche maltrattato – dai poliziotti. Non era l’unico: spesso gli agenti confiscavano a proprio piacimento la merce dei venditori approfittando della loro posizione di forza. L’abuso di potere era uno dei problemi più diffusi nella Tunisia di Ben Ali – al governo da 23 anni – insieme alla povertà, alla mancanza di lavoro e alla corruzione diffusa.

Quel giorno la poliziotta Feyda Hamdi, arrabbiata per il richiamo del superiore, andò al mercato, prese un cesto di mele dal carretto di Bouazizi e se lo mise in macchina. Alladin Badri, un venditore che assistette alla scena, racconta che la poliziotta iniziò a trasportare un altro cesto e questa volta Bouazizi cercò di fermarla. Hamdi lo spinse, lo colpì con lo sfollagente e gli sequestrò la bilancia. Poi lo schiaffeggiò davanti a tutti: erano presenti circa cinquanta persone. Il ragazzo scoppiò a piangere per l’umiliazione (aggravata dal fatto che a farlo era stata una donna). Testimoni hanno raccontato che Bouazizi chiese alla poliziotta: «Perché mi fai questo? Sono una persona semplice, voglio solo lavorare».

Bouazizi decise di lamentarsi dell’umiliazione subita: andò al municipio di Sidi Bouzid e chiese di incontrare il governatore della regione o almeno un funzionario, ma un impiegato gli rispose di tornarsene a casa. Il ragazzo andò al mercato e disse agli altri venditori che si sarebbe dato fuoco per mostrare al mondo l’ingiustizia con cui venivano trattati. Uno di loro, Hassah Tili, ha raccontato al Washington Post che «pensavamo dicesse così per dire». Pochi minuti dopo però i venditori udirono delle urla poco lontane. Si precipitarono nella piazza davanti al municipio e scoprirono che Bouazizi si era dato fuoco cospargendosi con una sostanza infiammabile, probabilmente benzina. Qualcuno cercò di spegnere le fiamme gettando dell’acqua e peggiorando la situazione. Altri si precipitarono nell’edificio in cerca di un estintore; lo trovarono ma era vuoto. Altri allora cercarono la polizia ma non arrivò nessuno. L’ambulanza arrivò dopo un’ora e mezza.

Bouazizi venne trasportato in ospedale e i venditori avvisarono sua madre, che nel frattempo stava raccogliendo olive per un dinaro al giorno, l’equivalente di mezzo euro. Successivamente la madre ha detto di essere orgogliosa del gesto del figlio, che aveva contribuito a cambiare le cose, e spiegato che non era stato dettato dalla povertà ma dall’umiliazione che aveva ricevuto e dalla dignità ferita. Anche una sorella del ragazzo ha confermato che la vergogna era stata aggravata dal fatto che il poliziotto fosse una donna.

Il 18 dicembre un centinaio di persone si radunò davanti al municipio per protestare contro il maltrattamento di Bouazizi e le angherie della polizia. La cosa sarebbe forse finita lì o si sarebbe trascinata per ancora pochi giorni, se un cugino del ragazzo non avesse filmato la manifestazione con il cellulare e non l’avesse diffusa su Internet. Il video venne notato da Slim Amamou, un blogger tunisino di 33 anni che da quattro anni raccontava in modo critico il regime di Ben Ali. Amamou rilanciò il video su Facebook che, contrariamente ad altri social network o canali come YouTube, stava crescendo in modo rapido e improvviso in Tunisia e non era stato ancora messo sotto controllo dalla censura del regime. La Tunisia è il paese arabo con il più alto tasso di persone che usano Internet e in pochissimo tempo il video venne condiviso e visto da migliaia di persone. Nel frattempo venne rilanciato anche da Al Jazeera, il canale televisivo – con sede in Qatar – più seguito del mondo arabo. La tv di stato tunisina raccontò la storia di Bouazizi dopo dodici giorni da che si era dato fuoco.

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