World Science Summit

Successo e fallimento di Jonah Lehrer

di Vincenzo Latronico

Storia di un giovane e promettente giornalista americano che ha distrutto la sua carriera per rendere più efficaci i suoi articoli

World Science Summit

Questo mese il settimanale americano New York Magazine racconta la storia del successo e del fallimento, entrambi spettacolari, di Jonah Lehrer: già star della divulgazione scientifica, ora rinnegato dei media statunitensi che lo avevano accolto e osannato. È una storia di plagi ed esagerazioni, di TED Talks (in parte) e di meccanismi di Internet. È anche una storia con una morale, ma non è chiaro quale sia.

Chi era Jonah Lehrer
Nel giugno 2012 Jonah Lehrer stava per compiere 31 anni, ed era probabilmente uno dei giornalisti più felici e invidiati degli Stati Uniti d’America. Il suo blog, Frontal Cortex, era appena stato acquisito dal New Yorker come parte di un nuovo piano di espansione al digitale; lui stesso era stato assunto come staff writer della rivista, una posizione ambitissima che quasi nessuno aveva occupato alla sua età prima di allora. Il suo terzo libro di divulgazione scientifica – Imagine: How Creativity Works – era appena uscito negli Stati Uniti e Inghilterra; le recensioni erano ambigue, ma aveva già scalato parecchie classifiche di non-fiction. Soprattutto, Lehrer continuava ad essere molto richiesto come oratore: convention aziendali, seminari e raduni di associazioni si contendevano (pagando cachet a cinque cifre) gli interventi in cui mescolava in modo brillante e accessibile neuroscienze, letteratura e cultura pop, snocciolando idee sorprendenti e applicabili alla vita quotidiana.

Il modello ideale delle conferenze di Lehrer erano le TED Talk – cui pure non era mai stato invitato. Un altro modello era Malcolm Gladwell: anch’egli staff writer al New Yorker, anch’egli autore di bestseller di “pop science”, e soprattutto super-star del cosiddetto lecture circuit. Confessions of a Public Speaker, un saggio di Scott Burkin che analizza la transizione sempre più frequente dei giornalisti di successo nel mondo delle conferenze, fissa il prezzo per un intervento di Gladwell a 80.000 dollari. Quella, a detta di molti, era la strada di Jonah Lehrer. È una strada che si è interrotta. L’ha interrotta, nello specifico, un’email di un anonimo lettore del New Yorker al “cane da guardia del giornalismo”, Jim Romenesko. Era un’email che parlava del passato.

Il passato
Il passato di Jonah Lehrer sembrava «adatto alla narrazione che ci aspettiamo da un piccolo genio», avrebbe scritto Roxane Gay dopo la caduta, ma dopo è facile. Aveva studiato neuroscienze alla Columbia University di New York, facendo ricerca con un premio Nobel; nel mentre trovava il tempo di dirigere la rivista letteraria dell’università, la Columbia Review. Al termine degli studi aveva ottenuto una Rhodes Scholarship, una prestigiosa borsa di studio ad Oxford, cominciando a lavorare a Proust Was a Neuroscientist, il libro di divulgazione neuroscientifica (la tesi: era già tutto in Proust) che gli avrebbe fatto trovare il successo.

Lehrer cominciava, anche, a scrivere il blog Frontal Cortex, dedicato a pillole di informazione scientifica solida ma accessibile e “pop” (esempi: Ogni bambino è uno scienziato; La neuroscienza di McDonald’s; Benefici educativi dei font brutti; L’importanza delle vacanze). Dopo centinaia di post, il blog sarebbe stato acquisito da Wired, con lodi sperticate del direttore Chris Anderson. Oltre a scrivere per Wired (e un secondo libro, di tema simile ai primi: How We Decide), in questo periodo Lehrer pubblica anche sul Wall Street Journal e sul New York Times. Poi, appunto, c’è l’assunzione al New Yorker, e poi c’è l’email a Romenesko: che non parlava (solo) dei nuovi articoli, ma anche di quelli vecchi.

L’auto-plagio
Il 19 giugno un post sul blog di Romenesko mostra che l’ultimo pezzo di Lehrer per il New Yorker era praticamente identico a un suo articolo apparso l’anno precedente sul Wall Street Journal. La redazione, sentita al telefono, sostiene di non saperlo. La notizia rimbalza in giro e molti altri blog (fra cui Daily Intel, del New York Magazine) scovano numerosi casi in cui Lehrer ha “riciclato” frasi, paragrafi o interi pezzi da lui pubblicati in precedenza, senza rimandi alla fonte.

Le reazioni sono miste. Nel mondo giornalistico statunitense non si sa bene cosa pensare dell’auto-plagio: quasi tutti concordano che non sia una cosa perfettamente trasparente, ma secondo alcuni è accettabile, secondo altri “così così”, secondo altri ancora indifendibile. Non è chiaro chi sia la vittima: i committenti o i lettori? Ma i primi non hanno, si suppone, perso traffico per questo; e ragionevolmente i secondi non se n’erano accorti, poiché c’era voluto così tanto perché la sovrapposizione saltasse fuori.

Ad ogni modo non è una tragedia. Lehrer «esprime rimorso» pubblicamente (parole sue: «È stata una cosa stupida e incredibilmente pigra e non capiterà più») e al New Yorker annunciano che non perderà il posto per questo. Certo, i suoi post su Frontal Cortex si interrompono, e a tutti i precedenti viene apposta una premessa non proprio gioiosa: «Nota della redazione: porzioni di questo articolo sono già apparse in un pezzo di Jonah Lehrer del XXX su YYY. Ci scusiamo per la duplicazione», ma quel «ci scusiamo» è in inglese un «we regret» che ammette letture meno caritatevoli. Ma in fondo, sembra, la tempesta è passata.

La tempesta, come è ovvio, è solo in pausa: moltissimi blogger e giornalisti cominciano a sezionare i testi di Lehrer, spinti dall’invidia forse, o forse dalla sensazione che ci siano altre scoperte da fare. Ci sono.

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