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La scienza in Italia secondo Nature

La rivista scientifica ha pubblicato un duro editoriale contro la scarsa considerazione della politica verso la ricerca

Sul numero di questa settimana, la rivista scientifica Nature pubblica un duro editoriale sull’Italia e su come viene trattata la scienza nel nostro paese dalle istituzioni. L’articolo inizia citando alcuni recenti casi giudiziari che hanno riguardato, più o meno direttamente, scienziati e ricercatori nel nostro paese. Viene fatto riferimento alla sentenza del Tribunale dell’Aquila, che ha condannato i componenti della commissione Grandi rischi per negligenza professionale (non di aver non previsto il terremoto, come si è spesso detto). L’editoriale cita anche la sentenza per la chiusura temporanea dell’allevamento per cani di Green Hill, utilizzati per l’esecuzione di test sulla tossicità di alcuni farmaci come previsto dalle leggi europee e statunitensi, e la sentenza del 12 ottobre scorso che ha imposto il pagamento di un risarcimento per un caso di tumore ritenuto riconducibile all’utilizzo dei telefoni cellulari.

La scienza è soggetta a un sospetto irrazionale in molti paesi, ma in Italia c’è la percezione che la scienza non abbia alcun peso: una condizione dovuta a decenni di pochi finanziamenti e disprezzo da parte della classe politica. L’Italia investe appena l’1,26 per cento del suo prodotto interno lordo nella ricerca e nello sviluppo (R&D), rispetto alla Germania che investe il 2,82 per cento e alla media del 2 per cento dell’Unione Europea. Nel 2009, in Italia erano impiegate a tempo pieno solo 226mila persone nel settore R&D, mentre in Germania erano 535mila. Il sistema soffre da tempo della mancanza di soluzioni per favorire il merito, cosa che favorisce il clientelismo per ottenere incarichi e promozioni in ambito accademico. I responsabili delle istituzioni di ricerca sono diventati tali spesso per indicazione politica e non per le loro competenze.

L’editoriale spiega che diversi governi nel corso degli ultimi decenni hanno provato ad affrontare il problema, ottenendo però pochi risultati nella pratica e complicando ulteriormente il quadro. Le cose sono in parte migliorate, scrivono, in seguito all’approvazione da parte del governo Berlusconi di un nuovo sistema di valutazione e assegnazione degli incarichi per i principali centri di ricerca nel nostro paese. La messa in pratica delle nuove regole non è stata semplice e ci sono ancora enormi problemi da superare, ma secondo Nature l’ultima riforma sta portando benefici e consentirà alle istituzioni attive nella ricerca di avere maggiore autonomia, Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) compreso.

Il problema, dice l’editoriale, è che le regole potrebbero cambiare un’altra volta, almeno stando alle intenzioni del ministro dell’Istruzione e dell’Università, Francesco Profumo.

Con una oscura manovra, lo scorso 11 ottobre ha annunciato su un giornale finanziario un piano di riforma che – tra le altre cose – avrebbe portato alla fusione di tutti i 12 istituti di ricerca italiani in un’unica organizzazione entro la fine dell’anno. Ha sostenuto, con argomenti poco convincenti e senza un piano pratico, che un simile sistema avrebbe consentito di risparmiare denaro e ottenere maggiori investimenti da parte dell’Unione Europea. Come accaduto già in passato, in giorni che sembravano essere stati superati, Profumo non ha consultato la comunità scientifica sulla questione, e nemmeno i presidenti dei singoli istituti di ricerca.

Nature fa riferimento ad alcuni provvedimenti che Profumo aveva illustrato sul Sole 24 Ore e che intendeva inserire nella cosiddetta legge di stabilità. Il piano prevedeva l’istituzione di un unico grande ente di ricerca, una specie di super CNR che avrebbe tenuto insieme anche tutti i 12 enti di ricerca controllati dal suo ministero. La proposta non piacque praticamente a nessuno, ricercatori e partiti in testa, tanto che alla fine fu eliminata dalla legge di stabilità. Profumo ha scelto la via del dialogo creando una Consulta dei presidenti degli enti di ricerca, che entro i primi mesi del prossimo anno dovrà prendere una decisione sul riassetto degli istituti di ricerca in Italia.

La Consulta dovrebbe rendere le scelte più collegiali e condivise, ovvero come devono funzionare le cose secondo l’editoriale di Nature. La rivista prosegue, infatti, spiegando che in altri paesi non sarebbe stato comunque possibile da subito assumere decisioni simili a quelle annunciate da Profumo senza consultare la comunità scientifica. In Germania, scrivono, c’è una certa soggezione nei confronti degli scienziati e dei presidenti degli istituti di ricerca da parte dei politici. «Ed è anche difficile immaginare che vi siano tribunali che trattano brutalmente la scienza».

L’editoriale si conclude con una considerazione, che sembra essere quasi un appello:

È cruciale in questo momento che i responsabili degli istituti di ricerca siano lasciati in pace per portare a compimento la riforma, e che la scienza non cada vittima – ancora una volta – di politiche poco trasparenti. Costruire il rispetto per la scienza richiede tempo.