L'Aquila, processo commissione 'Grandi Rischi'

Una pena eccessiva, per una baracconata

Nicola Nosengo, giornalista scientifico, spiega cos'è e cosa non è la sentenza dell'Aquila

Nicola Nosengo, giornalista esperto di comunicazione scientifica, ha scritto sul sito Scienza in rete un’articolata analisi critica sulla discussa sentenza contro la Commissione Grandi Rischi a proposito del terremoto dell’Aquila: smontando molte delle semplificazioni fatte dai suoi colleghi, come dice lui stesso, senza per questo contestare meno la dimensione della condanna.

Parto dalla fine della storia. Dopo aver letto le carte del processo e averne seguito i passaggi chiave, considero la sentenza sbagliata e, per molti versi, grave. Ma non per i motivi che oggi molti miei colleghi ripetono su giornali e social network: sentenza contro la Scienza (ovviamente sempre con la Maiuscola), sintomo della radicata cultura antiscientifica italiana, e così via, senza farsi mancare la citazone di Croce e Gentile e della loro nefasta influenza.
Un processo penale va commentato con gli argomenti del diritto ben prima che con quelli della scienza. Questa condanna mi pare sbagliata non perché “antiscientifica”, ma perché giuridicamente poco fondata. Manda (manderebbe, se confermata) in galera sette persone per una accusa pesantissima senza prove abbastanza solide per farlo. Questo è sempre gravissimo, ma purtroppo non è una novità nella giustizia italiana, spesso usata per risolvere i nodi che il processo politico non sa sciogliere. Capita troppo spesso, e non diventa improvvisamente più grave perché stavolta gli imputati sono scienziati.
Ricordiamolo ancora. La tesi dell’accusa si basa sulla catena logica della negligenza professionale, che influenza il corso degli eventi, finendo per causare la morte di una persona che altrimenti non sarebbe avvenuta. Definizione da manuale di omicidio colposo. É la tesi che una superficiale e inadeguata analisi del rischio fatta nel corso della riunione (punto sostanzialmente non in dicussione, lo stesso Enzo Boschi l’ha definita tale) abbia portato la protezione civile a dare alla popolazione messaggi troppo rassicuranti rispetto a quanto la scienza avrebbe voluto (anche qui, diversi tra gli imputati si sono apertamente dissociati da quei messaggi che in sostanza escludevano la possibilità di un forte terremoto, ed esperti internazionali li hanno criticati), e che quei messaggi abbiano portato alcuni cittadini a rivedere i loro piani, in particolare quelli di lasciare l’Aquila per qualche giorno o di dormire in macchina. Ma comunque la si pensi sui primi due punti, è l’ultimo quello cruciale perché si possa arrivare a una condanna: il processo ha provato oltre ogni ragionevole dubbio che quei 29 cittadini de L’Aquila oggi sarebbero sicuramente vivi se quei 7 imputati avessero fatto qualcosa di diverso? Mi pare che la risposta sia no.

(continua a leggere su Scienza in Rete)

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