La fuga dei presidenti di provincia

Solo oggi si sono dimessi in tre, e quello di Milano quasi: ufficialmente per protesta contro Monti, ma c'è una questione di candidabilità in Parlamento

Oggi diversi presidenti di provincia hanno annunciato le loro dimissioni.

Ad Asti Maria Teresa Armosino (PdL) ha detto di essersi dimessa davanti all’«impossibilità manifesta da parte degli amministratori delle Province di far valere le ragioni del territorio, vista l’evidente volontà di non tener conto delle funzioni e dei servizi svolti dalla Provincia» da parte del governo, che ha deciso per l’accorpamento e la soppressione di diverse province.

Roberto Simonetti (Lega Nord) ha rassegnato le dimissioni da presidente della provincia di Biella in segno di protesta contro le decisioni del governo Monti, dicendo che «per l’anno 2013 non vi sono possibilità concrete di redigere un serio bilancio preventivo». A Napoli, infine, Luigi Cesaro (PdL) si è improvvisamente accorto di avere una carica incompatibile con quella di parlamentare (più sotto ve la spieghiamo) ed è decaduto in seguito a un voto del consiglio provinciale. La procedura eviterà il commissariamento e consentirà all’attuale vicepresidente della provincia di subentrare a Cesaro e di portare a termine il mandato del consiglio.

La ragione che spiega la singolare coincidenza, però, non è giudiziaria e probabilmente non ha nemmeno a che fare con l’aria che tira o l’annosa questione della cancellazione delle province, bensì con la candidabilità alle prossime elezioni politiche, che si dovrebbero tenere nella primavera del 2013. In un modo o nell’altro, tutti e tre i presidenti di provincia rischiavano di non potersi candidare alle elezioni per il Parlamento a causa della incompatibilità con la carica che già rivestono.

Anche il presidente della provincia di Milano, Guido Podestà, aveva annunciato in mattinata le dimissioni su Twitter.

 

Nel pomeriggio ci ha poi ripensato, spiegando di voler rispettare fino alla scadenza del suo mandato il patto con gli elettori. Proseguirà quindi con il proprio incarico fino al 2014. Negli ultimi giorni ci sono state le dimissioni anche di diversi sindaci, in vista delle prossime politiche, come nel caso di Vincenzo Cuomo (PD) a Portici (Napoli), Mario Iervolino (PD) a Ottaviano (Napoli), Giuseppe Galasso (PD) ad Avellino e Giovanni Pianese (PdL) a Giugliano (Napoli).

Perché proprio oggi
Nel caso in cui un presidente di provincia voglia candidarsi alle politiche, dice la legge, deve lasciare il proprio incarico amministrativo almeno sei mesi prima del voto. La scadenza è quindi il prossimo 29 ottobre, posto si voti dalla fine di aprile in poi, ma il cosiddetto “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” del 2000 stabilisce un margine di 20 giorni per rendere effettive le dimissioni:

«Le dimissioni presentate dal sindaco o dal presidente della provincia diventano efficaci ed irrevocabili trascorso il termine di 20 giorni dalla loro presentazione al consiglio».

Questo significa che per dimettersi effettivamente entro il 29 ottobre, i presidenti di provincia avevano oggi come ultimo termine utile per lasciare i loro incarichi. Da qui la serie di dimissioni di oggi e di altri presidenti di provincia nei giorni scorsi (Fabio Melilli – PD, a Rieti, mentre Matteo Ricci – PD alla fine non si è dimesso e proseguirà alla presidenza di Pesaro-Urbino).

L’abolizione delle province
La vicenda di questi ultimi giorni si innesta su quella dell’abolizione delle province, tema che a ondate ha appassionato e annoiato l’opinione pubblica nel nostro paese. Il governo Monti ha inserito una serie di provvedimenti nella cosiddetta “Spending review” di luglio per accorpare le province che hanno meno di 350mila abitanti, o con un’estensione inferiore ai 2.500 chilometri quadrati. Secondo le stime, scompariranno 31 province, con regioni come Piemonte e Toscana dove si verificherà l’accorpamento di quattro province ciascuno.

Il piano prevede che il taglio delle province sia effettuato entro il primo gennaio del 2014, e anche questo spiega in parte perché diversi presidenti di provincia hanno deciso di dimettersi. Anche se non tutti lo hanno ammesso apertamente, il ragionamento è stato più o meno: se resto in carica non posso partecipare alle politiche del 2013, e dal 2014 resterò senza incarico perché avranno soppresso (o trasformato, come nel caso di Milano che diventerà città metropolitana) la provincia.

Il doppio incarico
È bene ricordare che i presidenti di provincia dimissionari Armosino, Simonetti e Cesaro sono stati tutti eletti in Parlamento alle politiche del 2008 e hanno quindi amministrato le province con un doppio incarico. Come abbiamo visto, la legge prevede che chi riveste il ruolo di presidente di provincia sia ineleggibile al Parlamento, ma paradossalmente non ci sono norme esplicite che prevedano il contrario. Ciò ha consentito a diversi parlamentari di farsi eleggere successivamente al 2008 per incarichi nelle amministrazioni locali. La Giunta per le elezioni della Camera si è occupata del problema e, tra le altre cose, già nel 2009 aveva identificato 47 casi di doppi incarichi svolti da deputati, incompatibili con il mandato parlamentare. Esaminò anche il caso dei parlamentari diventati presidenti di provincia, ma ciò non impedì il mantenimento del doppio incarico per chi oggi si è dimesso dalla presidenza della provincia.

Che cosa succede ora
Sempre il “Testo unico” prevede che nel caso di dimissioni del presidente, il consiglio provinciale venga sciolto. Al governo spetta contestualmente la nomina di un commissario, incaricato di gestire l’amministrazione ordinaria della provincia. Per diversi enti provinciali il governo seguirà quindi questa strada, nominando propri commissari che avranno l’incarico di gestire le province fino al loro scioglimento o accorpamento, previsto come abbiamo visto entro la fine del 2013. Questo non avverrà a Napoli, dove Cesaro ha lasciato l’incarico in seguito a un voto del consiglio provinciale: gli subentrerà il suo vice.

foto: Maria Teresa Armosino di Mauro Scrobogna – LaPresse