Come funziona l’Assemblea del PD

Meccanismi e ipotesi prima della riunione di sabato che dovrà permettere la candidatura di Renzi e non solo

di Emanuele Menietti – @emenietti

Sabato prossimo, 6 ottobre, presso l’Ergife Palace Hotel di Roma si terrà l’Assemblea nazionale del Partito Democratico. I lavori inizieranno alle dieci del mattino e la riunione è molto attesa, perché dovrebbe sancire il primo vero passo formale verso le primarie per la scelta del leader del centrosinistra per le elezioni politiche del prossimo anno. Al momento il PD non ha dato informazioni molto precise sui temi che saranno affrontati nel corso dell’Assemblea e, per ora, unico punto certo sembra essere la discussione per modificare lo Statuto del partito, in modo da consentire anche a Matteo Renzi di partecipare alle primarie. Ma andiamo per ordine.

Assemblea nazionale
È il massimo organismo democratico del partito nei periodi di tempo che separano un congresso da un altro, una sorta di parlamento. Le sue riunioni sono presiedute dal 2009 da Rosy Bindi, che ha come vice Marina Sereni e Ivan Scalfarotto. L’Assemblea è composta da mille persone, elette alle primarie con le liste collegate ai candidati alla segreteria, cui si aggiungono trecento rappresentanti eletti in concomitanza con le elezioni delle Assemblee regionali. Si aggiungono poi cento componenti eletti dai parlamentari (nazionali ed europei del PD) e un numero variabile di altri rappresentanti legati alle componenti che derivano dalle candidature alla Segreteria nazionale. In tutto in Assemblea ci sono quindi circa 1400 persone (in teoria, più avanti vedremo perché).

L’Assemblea serve per indicare gli indirizzi sulla politica e sull’organizzazione del PD. Le decisioni vengono prese attraverso la votazione di mozioni, ordini del giorno e risoluzioni in speciali Commissioni permanenti o – come nel caso di sabato prossimo – attraverso riunioni plenarie. Dura in carica quattro anni, cioè quanto la durata del Segretario nazionale del partito, che adesso è Pier Luigi Bersani. L’Assemblea nella sua attuale composizione si riunisce sabato per la sesta volta.

Modifiche allo Statuto
I principi di funzionamento del Partito Democratico sono stabiliti da uno Statuto che, tra le varie cose, comprende anche le regole sull’Assemblea nazionale che abbiamo visto poco fa. Lo Statuto stesso può essere modificato e integrato dall’Assemblea, che approva le modifiche attraverso il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti. Vengono messe in esame e votate le proposte di modifica sottoscritte da almeno cinquanta membri dell’Assemblea. Se le modifiche proposte non sono approvate dai due terzi, i proponenti hanno la facoltà di proporre un referendum interno al partito.

Il caso Renzi
Per come è fatto ora, lo Statuto prevede che il candidato naturale del Partito Democratico alle primarie per la leadership che comprendono più partiti sia il suo segretario nazionale, quindi Pier Luigi Bersani. Lo Statuto in merito è molto chiaro (Capo IV, Articolo 18, comma 8):

Qualora il Partito Democratico aderisca a primarie di coalizione per la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri è ammessa, tra gli iscritti del Partito Democratico, la sola candidatura del Segretario nazionale.

Matteo Renzi, il sindaco di Firenze che ha iniziato il 13 settembre la sua campagna per le primarie, formalmente non potrebbe essere quindi candidato (è iscritto al PD). Una parte consistente del Partito Democratico, compreso il vicepresidente dell’Assemblea Scalfarotto, e dell’elettorato condivide comunque le sue proposte, e le richieste di centinaia di migliaia di militanti non possono essere quindi ignorate da chi dirige il PD. Per questo motivo, sabato si discuterà la possibilità di apportare una modifica allo Statuto. Un provvedimento che permetta a Renzi, e a questo punto anche ad altri eventuali candidati interni al partito come Laura Puppato, di partecipare alle primarie del centrosinistra.

Modifica o deroga?
Inizialmente si era parlato dell’approvazione di una semplice deroga, una norma transitoria più facile da far passare e approvare rispetto all’impegnativa modifica dello Statuto vero e proprio. Nella convocazione dell’Assemblea si parla però chiaramente di votazioni su “modifiche statuarie e regole di accesso per la partecipazione di candidati del PD alle primarie di coalizione”. E qui si potrebbe aprire un problema, come spiegano su Prossima Italia, il movimento del PD vicino al consigliere regionale lombardo Pippo Civati: una modifica richiede il voto favorevole della maggioranza assoluta, ma non esistendo un regolamento dell’Assemblea non è chiaro se debba essere dei presenti o – come di solito si intende – di tutti i componenti della riunione. Questo significa che ci andrebbero i sì di almeno 700 persone, stando ai numeri dello Statuto che parla di 1400 delegati. E alle ultime riunioni dell’Assemblea la partecipazione è stata sempre molto bassa, cosa che potrebbe complicare l’approvazione dell’eccezione per Renzi.

Su tutto questo si innesta un secondo problema non di poco conto, come spiega Marco Sarti su Linkiesta. I delegati previsti sono 1400, ma in realtà circa quattrocento di questi non sono di fatto mai stati nominati: «Non esistono. I membri dell’assemblea sono 950 – i nomi sono pubblicati dal sito del Partito Democratico – più i venti segretari regionali». Quindi, fatti un po’ di conti, per permettere a Renzi di partecipare alle primarie si dovranno esprimere a favore almeno 486 delegati.

Negli ultimi giorni sono circolate voci circa la possibilità che i delegati appartenenti ad alcune correnti non vadano all’assemblea, così da rendere più difficile l’approvazione del provvedimento per far partecipare Renzi alle primarie. Se ne è discusso molto, forse con un eccessivo allarmismo, anche perché se non ci fossero i numeri sufficienti anche Bersani sarebbe danneggiato, considerato che da settimane dice di volere un confronto leale e aperto con tutti gli altri candidati, interni e non al PD.

Votazione
In Assemblea si vota quasi sempre per alzata di mano e le mozioni vengono approvate quasi sempre all’unanimità. In pratica chi preside la riunione dà lettura delle proposte e poi chiede ai delegati in sala di alzare la mano, per dare il loro consenso. Si fa una verifica a occhio e si dà la nuova proposta per approvata. Fino a ora si è fatto così perché da un lato le proposte più controverse (o poco gradite) non sono quasi mai arrivate a votazione e, dall’altro, perché si sono quasi sempre votate le relazioni del Segretario nazionale, per acclamazione.

Sempre Prossima Italia segnala che questa volta le cose potrebbero andare diversamente: nella convocazione si dice che Pier Luigi Bersani replicherà all’Assemblea alle 14.30 e che le operazioni di voto saranno avviate subito dopo, da programma intorno alle 15, e che si concluderanno alle 18.30. Un tempo molto lungo per un semplice voto per alzata di mano.

C’è chi ipotizza che il voto questa volta venga espresso in segreto e per questo i tempi sarebbero più lunghi del solito. Una simile soluzione, mai adottata prima, complicherebbe la vita a chi lavora per far passare la risoluzione necessaria per far partecipare Renzi alle primarie. È bene comunque ricordare che non c’è nulla di ufficiale in merito e che le voci che circolano in questi giorni, con smentite e controsmentite, sono anche frutto di un certo nervosismo all’interno del PD, soprattutto tra i sostenitori dell’attuale segretario e del sindaco di Firenze.

Che farà Pier Luigi Bersani?
Il segretario nazionale nelle ultime settimane ha fatto intendere che non si opporrà alla candidatura di Matteo Renzi alle primarie, spiegando che comunque della questione si dovrà occupare in primo luogo l’Assemblea nazionale di sabato. Lo scenario più probabile secondo molti è che sabato, magari a fatica, l’eccezione per avere altri candidati del PD alle primarie oltre al segretario passi. Ma se così non fosse, Bersani rischierebbe di trovarsi con un partito ancora più spaccato al proprio interno di quanto non lo sia adesso. E qui le ipotesi su che cosa potrebbe fare Bersani per superare il momento di tensione interna si sprecano. Tra le tante, si parla della possibilità che il segretario decida di rinunciare alla norma dello Statuto, che in un certo senso ne protegge la candidatura, così da far partecipare anche Renzi ed eventuali altri candidati interni al Partito Democratico. Ma anche in questo caso non è del tutto chiaro come potrebbe essere gestita formalmente la cosa, visto che comunque lo Statuto prevede determinate procedure per essere modificato.

Regole per le primarie
Trovata la soluzione per indire le primarie e lasciarle aperte ad altri candidati interni al PD, ci saranno poi da stabilire la data e le regole per il loro svolgimento. Nelle ultime ore c’è stato un certo nervosismo sul tema, perché sono circolate voci su una possibile modifica alle regole fino a ora utilizzate per fare le primarie del centrosinistra (anche se l’unico precedente nazionale di primarie di coalizione è quello della scelta di Prodi, 2005). Le persone direttamente interessate hanno smentito che si sia già deciso qualcosa, anche se comunque sono stati avviati i primi contatti tra i diversi partecipanti alle primarie per discutere dei regolamenti.

I principali motivi di attrito riguardano la possibilità di svolgere le primarie con due turni, con una sorta di ballottaggio simile a quello delle comunali, e la registrazione degli elettori per evitare “contaminazioni” nel voto da altri partiti. Soluzioni che potrebbero favorire alcuni candidati a scapito di altri. È bene comunque ricordare che si tratta ancora di ipotesi e proposte, che nulla è stato approvato e che prima di parlare di tutto questo occorrerà attendere l’Assemblea nazionale di sabato a Roma.

– Luca Sofri: Quattro regole per le regole