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Perché i film italiani non vincono l'Oscar

Perché i film italiani non vincono l’Oscar

Alberto Pezzotta spiega sulla Lettura perché "il cinema italiano è diventato invisibile"

24 settembre 2012

Alberto Pezzotta spiega sulla Lettura, l’inserto domenicale del Corriere della Sera, la crisi dei film italiani agli Oscar, che non vincono dal 1999 e non arrivano in finale dal 2006.

Il 26 settembre una commissione dell’Anica sceglierà il candidato italiano all’Oscar per il miglior film straniero. Solo a gennaio sapremo se sarà entrato nella cinquina definitiva. La vita è bella di Benigni è stato l’ultimo italiano a vincere, nel 1999. Dopo La bestia nel cuore di Cristina Comencini, nel 2006, nessuno è arrivato in finale.

Scorrendo premiati e finalisti recenti, è difficile trovare una logica. I grandi temi aiutano: dal 1999 hanno vinto tre film legati all’Olocausto (oltre a Benigni, Nowhere in Africa e Il falsario-Operazione Bernhard). Ma la correttezza politica non sempre detta legge: Israele è spesso rappresentato, ma una volta è stato candidato un palestinese sui kamikaze (Paradise Now); e l’anno scorso ha trionfato un iraniano, Una separazione, sia pure in odore di dissidenza. Hanno vinto favole mirabolanti (La tigre e il dragone) e polpettoni di impegno pauperista (il sudafricano Il suo nome è Tsotsi); film destinati a rimanere nella storia e altri subito dimenticati (se ne sono citati almeno tre). Una sola cosa sembra certa: il cinema italiano è fuori dai giochi. Lamentarsene significa coltivare un senso di inferiorità? In fin dei conti Rossellini, Visconti, Pasolini, Ferreri e Olmi hanno sempre fatto a meno degli Oscar. Certo, entrare in cinquina, e vincere, aumenta le possibilità di distribuzione internazionale; e di questi tempi è importante. Ma perché il cinema italiano è diventato invisibile? È solo colpa sua?

(Continua a leggere sul sito della Lettura)

Foto: Federico Fellini, Giulietta Masina e Dino De Laurentiis con l’Oscar per La Strada, 28 marzo 1957 (AP Photo/ Ellis Bosworth, File)

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  • lormayna

    Non c’è da meravigliarsi se non vinciamo l’Oscar.
    Pinocchio, Baaria, i due di Crialese (regista che deve avere ottimi agganci) sono film pessimi, di cui nessuno si ricorda.
    Gomorra è più un documentario di denuncia sociale, non adatto agli Oscar.
    Gli unici due che potevano essere accettabili erano “La stanza del figlio” e “La prima cosa bella” (troppo legato all’ambientazione livornese e quindi difficile da far capire agli americani).
    Mi chiedo perchè non sia stato candidato un film come “Io sono l’amore” di Gudagnino che aveva avuto un ottimo successo di critica e di pubblico proprio negli USA

  • hyeronimus

    Concordo ampiament su Baaria e Pinocchio, ma vorrei capire in base a quali criteri un minimo oggettivi si può definire “pessimo” terraferma, che ha una splendida fotografia e almeno un paio di scene di indubbia potenza.

  • Scemax

    Ma ho capito male io, ho in questo articolo viene definito Baaria il capolavoro di Tornatore? Lormanya, mi sa che ci é sfuggito qualcosa. Posti in piedi in paradiso all’oscar? Contro un filmone come Quasi amici? Beh può essere, entrambi mi hanno fatto piangere.

  • p!

    Tutto vero. Ma una grande responsabilità io la darei ai selezionatori, a questa commissione che sceglie i film da candidare e che spesso, soprattutto ultimamente, ha proposto film mediocri. Ci manca il coraggio di premiare (con il lancio verso la competizione) film di qualità e non il solito filmetto italiano, stesse facce, stesse storie, stessa drammaticità di superficie, come Nuovomondo o L’uomo che verrà, dei film citati, per esempio.

  • schulz

    Penso che l’unico film italiano (a meno di non dimenticarne qualcuno) che avrebbe senz’altro meritato l’oscar di recente sia Il Divo. Per il resto, Moretti che vince l’Oscar, dopo De Sica, Fellini, Petri… brividi!
    Non ho ancora visto Baaria, ma il film argentino che ha vinto quell’anno (Il segreto dei suoi occhi) è un grandissimo film.
    Posti in piedi in Paradiso non è un film bello a tal punto da meritare un Oscar, sono d’accordo, ma è il miglior film recente di Verdone, nonché una delle migliori commedie all’italiana uscite negli ultimi dieci (venti?) anni. Recitato da tre attori che, incredibile a dirsi, quasi non fanno rimpiangere i grandi mattatori degli anni Settanta. Quasi amici è migliore, ma gli manca anche la sincerità che manca a quello di Verdone: è furbo, ricercatamente furbo.
    Poi, di film belli ne abbiamo fatti altri, ma presto dimenticati. Ricordate “Si può fare” di Manfredonia? Un grande film che nessuno ha considerato, pazienza.

  • pat1

    Il tema è sempre quello. Dico la solita banalità che ripetono tutti, ma è la verita: il problema sono film provinciali, poco universali. Con ladri di biciclette parlavamo di una piccola storia che toccava temi universali. Non ci riusciamo più. Mancano idee e storie.

    Andiamo un po’ fuori tema, ma non sono d’accordo con alcuni commenti:
    - Terraferma è un film interessante per alcuni aspetti ma davvero banale nelle caratterizzazioni, nello sviluppo, nei temi.
    - Io sono l’amore è invece un film imbarazzante, recitato coi piedi (tranne che da Tilda Swinton, ma soprattutto nei silenzi, pure lei non brilla nei dialoghi, forse perché è proprio la sceneggiatura che è pessima). Ha avuto successo all’estero sia per l’ambientazione italiana un po’ fasulla, sia perché chi non conosce la lingua italiana non si accorge di quanto siano cani gli attori.

  • piti

    Chi definisce “greve” l’Oscar argentino “Il segreto dei suoi occhi” dimostra ampiamente di capire molto poco. Le facessero in Italia, delle grevità del genere.

  • staschieach

    magari è xkè sono italiani..

  • pifo

    L’articolo di Pezzotta sembra una statistica di fine campionato: chiacchiere!
    Il sistema Academy non premia i film migliori sul piano squisitamente artistico ma privilegia quelle cinematografie che riescono a prodursi, con qualita’, sul piano innanzitutto industriale.
    Occorre essere innanzitutto un buon sistema produttivo per ambire agli AA ovvero possedere una struttura dotata di operatori multipli, posti in competizione tra loro, e di tutta una serie di professionalita’ ben differenziate, svilupapte e moderne, cresciute in scuole, accademie, studios o centri di formazione.
    Quale e’ il sistema italiano?
    I produttori sono sostanzialmente una cricca chiusa con scarsissimo ricambio e soprattutto scarsissimo gusto per il rischio e l’investimento. Due operatori, quelli riconducibili alle due TV padrone, operano da posizioni quasi dominanti e condizionano il mercato. Le professionalita’ sono spesso gruppi di accoliti che si rimbalzano i contratti tra loro, piagnucolando in coro come bambocci se la regione, il ministero o l’assessorato gli taglia il sussidio. Le direzioni delle scuole e i centri sperimentali sono “occupati” dagli amici e dai loro affiliati con il risultato che quei 4 fortunati che riescono ad accedervi non hanno nessuna possibilita’ di essere inseriti in nessun contesto se non accettano di fare per anni gli zerbini.
    I film vengono fatti non con il meglio dell’artigianato cinematografico ma “nel rispetto delle cerchie degli amici”. Gli script si affidano o ai soliti noti o alle “scuole di scrittura” o ai “giovani esordienti” lanciati da qualche casa editrice collaterale. Le interpretazioni vengono affidate alle “fucine” della TV oppure ai famigli.
    Il film d’autore italiano deve essere soprattutto un prodotto da festival invece che un buon prodotto di Entertainment!
    Insomma il nostro sistema e’ una pura “consorteria” che a volte riesce a sfornare qualcosa di buono ma spesso produce solo fuffa autoreferenziale, come brillantemente raccontato da Ciarrapico, Torre e Vendruscolo in Boris-Il Film.
    Gli americani lo hanno capito, ai giornalisti italiani invece sembrano non essere bastate neanche le risate amare e liberatorie del film.
    Saluti.

  • psylo

    non capisco come, a fronte dei riscontri nei maggiori festival internazionali, su tutti i recenti premi a Cannes e Berlino, si possa parlare di invisibilità del cinema italiano, solo perchè non vince in una cerimonia americo-centrica al punto da concepire un oscar per ‘il miglior film straniero’.

    Negli anni 70 gli oscar avevano una ben altra valenza. Oggi, concepirli come la cartina di tornasole dello stato di salute cinematografico d’una nazione è ridicolo. Non cambierei una palma d’oro a Cannes con 9 Oscar…

    Fuori dai giochi? ma de che? Concentriamoci sui successi del nostro cinema sui festival che contano. Rispetto allo sprofondo degli anni 90, siamo in risalita costante.

  • cachorroquente

    A me pare che ultimamente i film stranieri (o meglio: di lingua straniera) premiati con l’Oscar siano film magari belli (non li ho visti tutti), ma raramente film capitali. Un tempo vincevano Fellini, Kurosawa, Bergman; ma un tempo l’universo cinematografico era molto più multipolare di oggi, i film che venivano girati in Francia, Italia e Giappone facevano scuola a Hollywood, oggi paradossalmente con tutta la presunta globalizzazione il centro indiscusso sono gli Stati Uniti (per modo di dire, visto che per numero di spettatori i film cinesi e indiani sono più visti, ma mi riferisco ai prodotti che arrivano da noi in Europa).

    In genere le opere che vincono come miglior film straniero appartengono all’idea che ha il pubblico medio americano di “foreign movie”, cioè tema impegnato e registro serioso, ma non troppo trascendentale; e di fatti non vengono premiati i grandi autori europei o asiatici (quelli che ancora restano), l’unica eccezione in tempi recenti mi sembra Almodovar.

    Detto questo, penso che dell’Oscar al miglior film straniero freghi pochissimo ai più. Molte vittorie sono ai limiti della casualità, anche per il metodo arbitrario di selezione (mi viene in mente “Il falsario”, vincitore austriaco del 2007… Dio, non era un brutto film, ma pensare che non sia stato fatto niente di meglio fuori dai paesi anglofoni in tutto quell’anno mi sembra delirante).

  • tobuto

    Due possibili risposte:
    1) Perché i barbari anglosassoni mancano della sensibilità intellettuale necessaria per cogliere la nostra specificità culturale.
    2) Perché Sky manda in onda la pubblicità dei cinepanettoni.
    Ok, basta trollare :p

  • uqbal

    Mah…”Io sono l’amore” l’ho visto e l’ho trovato interessante all’inizio, ma debole poi…e pesante. Silenzi profondi che alludono a chissà che tormenti, e via a soffrire, come al solito, con contorno di riflessioni sociali sugli operai e i padroni, con un pizzico di globalizzazione, che non guasta mai.
    .
    Poi forse vedo troppi pochi film italiani per farmi un’idea. Però la cosa curiosa di Pezzotta è che parte dicendo -parafraso- che le critiche dei vari Vanity Fair sono di tipo non artistico, bensì commerciale, ma le quelle che riporta sono poi tutte strettamente nel merito cinematografico, e sono pure delle belle mazzate.
    .
    Posso pensare che noi siamo ancora legati (eppure negli anni d’oro non era così…) ad un’idea d’arte filmica ancora imperniata sulla separatezza dal mondo “comune e prosastico” dell’artigianato cinematografico, per cui se sei brillante, disinvolto, popolare, patinato e forse non originalissimo non sei comunque diverso da un cinepanettone. Spiegherebbe anche perché facciamo i cinepanettoni: se fare una commedia brillante con bravi attori, sceneggiature non banali e tutti i crismi è uguale a fare un cinepanettone, faccio questo, risparmiando tempo e fatica.

  • tobuto

    @uqbal:
    Mi ricordo una cosa molto interessante che hai scritto un po’ di tempo fa a proposito della narrativa: che in Italia mancano soprattutto i bravi autori di genere; che si è legati a una concezione dei libri che nascono dalle antologie di letteratura e non viceversa. La situazione del cinema mi sembra abbastanza simile.

  • fulgenzio

    Il cinema italiano è affetto da nanismo: piccole idee, piccole storie, piccole ambizioni. Abbiamo pochissimi attori davvero bravi e ancor meno attrici. Appena un nome interessante arriva sulla scena viene spremuto come un limone (buon per lui/lei, ma artisticamente sarebbe necessario anche centellinare il proprio talento imparando a scegliere bene i copioni) e i registi viaggiano a creatività zero. Il vero dramma sono le sceneggiature, incapaci di parlare del presente al presente, senza mai un guizzo di originalità, mai una voce fuori dal coro. D’altra parte i produttori non hanno più voglia di osare e anche in questo settore la meritocrazia sta a zero. Non parliamo poi dei finanziamenti erogati a pioggia secondo logiche quanto meno oscure. Per il resto direi che Pifo e Uqbal hanno già detto tutto.

  • cachorroquente

    @Uqbal e @Fulgenzio: sono d’accordo con voi, e per questo ammiro molto il lavoro di Virzì, che pur rimanendo nell’alveo della commedia all’italiana (con prodotti molto poco esportabili, anche se “My name is Tanino”, pensato anche per gli USA, avrebbe meritato più fortuna: ma si beccò tra capo e collo il crollo di Cecchi Gori) parla in maniera non banale del presente, ha sceneggiature di buon livello e soprattutto dà possibilità a giovani attori sconosciuti, scelti con provini e non da un ristretto numero di soliti noti (o raccomandati).

    Non sono film che potrebbero a rigor di logica concorrere per l’Oscar al miglior film straniero (ma alla fine: chi se ne frega), ma fanno bene al nostro cinema, senza essere delle “eccezioni” (alla Garrone/Sorrentino); ce ne fossero di più.

  • pifo

    @Psylo,
    l’A.A. e’ il risultato (comunque discutibile e opinabile) del voto di circa 6000 professionisti dell’industria cinematografica, divenuti membri soprattutto a titolo onorifico e per la stragrande maggioranza statunitensi. Il processo di selezione, nomination e premio di pellicole e professionalita’ si svolge soprattutto a livello “di corporazione” e riflette quindi gusti, tendenze, dinamiche prettamente professionali e industriali americane. Mostre e Festival sono gestiti invece da fondazioni o enti che delegano di anno in anno ad una giuria diversa, comunque da loro scelta, la sezione “a concorso” dei propri eventi. Selezioni e premi in questo caso sono piu’ espressione di orientamenti culturali specifici e a volte di natura non esclusivamente cinematografica e tecnica.
    Le due tipologie di premio non sono commensurabili.
    Il nostro cinema, a livello industriale e di grandi numeri, rimane sostanzialmente invisibile all’estero. Io vivo in Germania da 15 anni e ti assicuro che ad eccezione di qualche Tornatore, “beccare” qualche produzione italiana che resista per qualche settimana di programmazione nei multi-sala e’ divenuto davvero difficile. Non accade lo stesso ad esempio per i film francesi, spagnoli, inglesi, nord-europei e sempre piu’ spesso asiatici.
    Poi, certo, c’e` sempre la piccola sala d’essay che ti organizza il ciclo di proiezioni di film d’autore e allora, con qualche sacrificio, riesci, “per appuntamento”, a vederti Sorrentino, Garrone, Mazzacurati, Soldini, Luchetti e via discorrendo ma che la grande produzione italiana sia “oscurata” e’ una realta’ indiscutibile. Causa od effetto della assenza negli Awards? Non saprei. Saluti.

  • brad

    Forse perrchè molto cinema italiano è come quello che si vede quando Moretti, nel primo episodio di “Caro Diario”, entra in una sala cinematografica e si sorbisce il classico “due camere e cucina”

  • kenzokabuto

    Il cinema italiano non vince l’oscar perché è impegnato a rimirare il proprio ombelico.
    Ha perduto la visione complessiva, la grande storia.
    Il senso di universalità delle proprie storie.
    Anche i nostri più recenti e acclamati film (Il divo, Gomorra) ne soffrono.
    Facciamo film di quartiere.