Il Post
Chi era Jaco Pastorius

Chi era Jaco Pastorius

di Vincenzo Martorella

Morì in Florida, 25 anni fa, dopo una rissa e una vita complicata: una playlist della sua breve e grande carriera

22 settembre 2012

Il 21 settembre del 1987, venticinque anni e un giorno fa, John Francis Pastorius III, per gli amici Jaco, il più grande bassista della storia, si spense in un letto del Broward General Medical Center di Fort Lauderdale, in Florida, dov’era giunto in coma, con fratture multiple a cranio e braccio sinistro, e con l’occhio sinistro quasi del tutto fuori dall’orbita, nove giorni prima. Nonostante qualche piccolo progresso nel quadro clinico – il musicista, senza mai riprendere pienamente conoscenza, sembrava reagire a stimoli elementari –, due giorni dopo gli effetti di una terribile emorragia spinsero i medici a dichiararlo cerebralmente morto. La mattina del 21 settembre i familiari decisero di staccarlo dalle apparecchiature che lo tenevano artificialmente in vita. Il cuore smise di battere tre ore dopo. Jaco aveva appena trentacinque anni.

A ridurlo in coma, e col volto sfigurato, non fu una caduta accidentale, o un grave incidente d’auto, ma lo scontro col proprietario di un locale, il Midnight Bottle Bar, nel quale Jaco tentò di entrare sfidando la ferma opposizione del gestore; Luc Havan, all’epoca venticinquenne esperto di arti marziali, dichiarò di aver provato ad allontanare il bassista, palesemente su di giri e incontrollabile, con le buone, ma vistosi costretto colpì alla tempia sinistra l’esuberante scocciatore: l’impatto fece crollare Jaco al suolo, e nella caduta il capo batté violentemente sull’asfalto. Una versione dei fatti che però non trovò nessuna conferma: né dalle testimonianze, che raccontavano di un pestaggio in piena regola, né dai referti medici, ma che bastò a Havan per spuntare, nel secondo dibattimento, una condanna per omicidio preterintenzionale. Dopo appena quattro mesi di detenzione, il brutale picchiatore fu scarcerato per buona condotta. Oggi fa l’agente immobiliare a Palm Beach, e chissà gli affari come gli vanno.

A Jaco, quell’undici settembre, gli affari, e non solo quelli, andavano malissimo. Quella stessa sera, ultimo episodio di una ghirlanda di comportamenti folli e sconclusionati, era andato a Fort Lauderdale ad ascoltare il concerto di Carlos Santana, ma fu allontanato dalla sicurezza perché all’improvviso era schizzato sul palco: voleva alzare il braccio, come fanno gli arbitri di un incontro di pugilato per decretare il vincitore, ad Alphonse Johnson, il bassista della band. Frustrato, imbestialito – nonostante Santana l’avesse poi salutato alla fine del concerto – Jaco si diresse verso il Midnight Bottle Bar, aperto tutta la notte, senza sapere che sarebbe stata la sua ultima mattana.

Da anni, ormai, era una specie di vagabondo: a New York, prima, e in Florida, nelle ultime settimane di vita, viveva come un barbone; spesso dormiva letteralmente per strada, chiedendo l’elemosina o offrendo lezioni di basso per pochi dollari, o un autografo per qualche spicciolo. L’alcol e l’uso di droghe non fecero che peggiorare il suo disturbo psichico: sindrome bipolare, recitava la diagnosi, quindi l’alternarsi di periodi di eccitazione maniacale seguiti da profonde depressioni. I primi sintomi si erano presentati almeno dieci anni prima, ma nessuno ci aveva fatto caso: Pastorius era un genio, un «Monet con molto più ritmo», come fu battezzato da un suo amico. Era davvero il più grande bassista del mondo, e l’aveva ampiamente dimostrato; dapprima, una gavetta spossante, fatta di studio matto e disperatissimo e tournée massacranti in tutti gli States, poi col suo primo disco, omonimo, un miracolo di purezza e perfezione. Infine, con i Weather Report, il supergruppo fusion, capitanato da Joe Zawinul e Wayne Shorter, col quale Jaco allargò, prima, e consolidò, poi, la sua inarrivabile levatura artistica.

Anarchico e, a suo modo, punk, Pastorius visse velocemente; come una schioppettata – fulminea, fragorosa, rapidissima – attraversò, rivoluzionandolo, il mondo della musica: dettò nuove leggi, sovversivi punti di vista, inediti scenari tecnici, amplificando i paesaggi interiori di un’arte, la sua, sempre alla ricerca di se stessa. Se è vero, come scrisse il grande Leo Ferré, che “l’anarchia è la formulazione poetica della disperazione”, allora Jaco fu poeta sommo, e sommamente disperato.

Ma fu anche, e soprattutto, un lucidissimo architetto, pronto a sfidare le leggi della fisica e della gravitazione per svincolare il basso elettrico dal ruolo in cui, per decenni, era stato confinato. Per lui – che guardava oltre – fu semplice: da ragazzo non si limitava a replicare le linee di basso degli hits che ascoltava alla radio, ma ne suonava la melodia, trasformando, cioè, il basso elettrico da strumento di mero accompagnamento a strumento solista. A partire da quel piccolo gesto riuscì a edificare un nuovo sapere tecnico, moltiplicando – come in un vorticoso gioco di specchi – le possibilità di uno strumento ancora giovane e già vecchio.

La playlist che segue è una piccolissima lista della spesa, un breve viaggio organizzato dentro le meraviglie che incise nella sua brevissima carriera.

Foto: Jaco Pastorius in un concerto a New York, il 28 giugno 1982.
(AP Photo/Rene Perez)

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  • frap1412

    Il più grande bassista di tutti i tempi.

  • piccio

    Scopro solo adesso che un simile fenomeno è esistito.
    Grazie Il post.

  • http://unosei.wordpress.com ortelius

    Ho avuto la fortuna di sentirlo a Milano con i Weather Report: durante l’assolo citò Foxy Lady di Jimi Hendrix… Brividi!

  • lara8

    Una creatura meravigliosamente meravigliosa :))!Grazie Il Post per averlo ricordato!!

  • http://nuovaitalia.posterous.com/ mico

    Anche io ero a sentirlo a Milano e ho pensato “questo qua sta al basso come Jimi Hendrix alla chitarra” ed era un’ovvietà che è venuta in mente a tutti.
    In un certo senso Pastorius ha anche fregato i bassisti di tutto il mondo, stretti fra l’imitazione degli slappers o l’imitazione di Pastorius e ha fregato tutti gli studenti che cercano di fare troppi assoli trascurando i fondamentali.
    La Lavanderia a secco di Des Moines che giustamente hai citato, invece, è quello che io vorrei essere: un basso elettrico nella grande tradizione del walking bass, ma con quale fantasia e quale senso del ritmo.

    E viva il Post se qualcuno ha scoperto grazie a te Jaco Pastorius. Sei sempre in tempo per seguire Felix Pastorius con gli Yellow Jackets, dove ha preso la cattedra di Jimmy Haslip con un certo successo. Visto al Blue Note è sicuramente un grande bassista anche lui, anche se non può rivoluzionare lo strumento come ha fatto il papà perché la rivoluzione c’è già stata.
    Infine, complimenti per l’articolo, una presentazione in sintesi di un grande artista può essere più difficile di un libro, ma secondo me è centrata.

  • stefloris

    Complimenti all’ autore, scrivere di musica è come…è cosa assai particolare ma l’ articolo è davvero ben fatto.
    Tra l’ altro mi ha fatto scoprire che il primo album solista è precedente alla collaborazione coi W.R., mentre sono stato sempre sicuro del contrario, forse istintivamente a causa delle collaborazioni importanti presenti nello stesso. A posteriori, ancor di più, alla faccia dell’ album d’ esordio!

  • http://www.albertomasala.com Alberto Masala

    complimenti per l’articolo – grazie
    anche per me Jaco è il più grande bassista
    gli ho ho dedicato un lavoro (per me importantissimo)
    ecco qua il link: http://www.albertomasala.com/mercy-mercy-mercy-a-continuum-for-jaco-pastorius/

  • robcar

    L’ho ascoltato solo su “Black Market” e parlo di 25 anni fa; quindi mi riprometto di approfondire.
    Se parliamo però di bassisti ‘rock’, i più grandi a mio parere restano John Entwistle degli Who e Geddy Lee dei Rush.

  • facci

    ‘Havona’ è giustamente citata ma non è stata messa.
    Ascoltatela qui, ne vale la pena:

    http://www.youtube.com/watch?v=3sXsCnCzh0U

  • lorenzo72

    Santo cielo, però, come avete potuto omettere “bright size life” di Pat Metheny; Pastorius vi lavora in modo meraviglioso, e i due si integrano perfettamente.

  • albertonotar

    Il mio maestro di basso a Milano, nei tardi anni 80, racconta di una sua passione divorante per il Fernet Branca: prendeva la bottiglia, staccava il tappino dosatore, la beveva tutta e poi suonava allegro.
    Sta con Charlie Parker, Coltrane e qualche altro ufo a ricordarci che la musica è sempre nuova se chi la fa è un genio. Non sono molti ma non perdiamo mai la speranza.

  • momo

    Veramente il più grande…leggenda vuole che sia stato lui ad inventare il basso fretless:non so se sia vero, a me piace crederci

  • Benedetto_Croce

    “Bright size life” con Pat Metheny giovanissimo ed un ancor più giovane Pastorius, è un capolavoro assoluto, un trio sublime e Jaco e Pat non hanno mai più suonato così, con quella purezza, quel Pastorius lì (ed anche quel Metheny) è lontano un miglio dal quel fenomeno da baraccone in cui poi fu trasformato dall’industria del disco, e poi grazie al cavolo che diventi bipolare…

  • minim

    Bel post.
    Sicuramente, come scrivi, Pastorius ha il merito di aver reinventato il basso elettrico.
    Off-topic: per la gara al “più grande di sempre” citerei anche Les Claypool per ciò che ha fatto e continua a fare nel rock da solo e con i Primus. In quanto talento estro e ritmo non è da meno.

  • minim

    sorry:”In quanto a talento”

  • momo

    Quoto MINIM: non so se i due siano confrontabili, di certo anche Les è un gran geniaccio…

  • mimmo24

    La ricetta è nota.. prendi uno dei migliori giornalisti musicali che esistano in italia,uno di quelli capaci di fare un gran pezzo anche con il conto della lattaia,affidagli la sintesi di uno degli ultimi personaggi veri,reali,della storia della musica..e il risultato è questo qui,un ottimo articolo,colto ma non pedante esaustivo quanto basta per quanto possibile..bravo Martorella e bravo il post che l’ha aggregato

  • umpalumpa

    Mamma mia che articolo!
    +1000