• Cultura
  • venerdì 21 settembre 2012

I 20 anni di Creep dei Radiohead

Il 21 settembre 1992 pubblicarono il loro primo singolo e una delle più grandi canzoni rock di tutti i tempi, ma allora non lo capì quasi nessuno

A un certo punto, all’inizio del millennio, sembrò che i Radiohead fossero la rock band più importante del mondo. Erano di un posto vicino a Oxford, suonavano insieme dal liceo chiamandosi “On a friday”, e nel 1991 avevano ottenuto un contratto discografico importante e si erano dati un nuovo nome. Vennero ballate straordinarie, rivoluzionari cambi di direzione, sperimentazioni rock commercialmente incoscienti e commercialmente vincenti insieme. Fecero quelli che se ne fregavano del mercato e delle scadenze dei singoli radiofonici, e conquistarono gli addetti ai lavori e vendettero montagne di dischi rivoluzionari in cui si faticava a riconoscere qualcosa di familiare. Poi, con la stessa disinvoltura, non ne approfittarono, nel senso che fecero meno dischi, continuarono a concedersi poco, e il mondo tornò degli U2, che sapevano e volevano dominarlo.

Ma intanto che i loro successivi dischi riscuotevano la passione di ancora molti affezionati fans, lo spaesamento di molti altri, e altri ancora si stufavano proprio, si radicava sempre di più la popolarità di una loro canzone, che diveniva – rivincita – quello che era stato “One” degli U2 fino a pochi anni prima: la ballata rock imbattibile e universale, numero uno.

“Creep” uscì il 21 settembre 1992. I Radiohead avevano pubblicato un EP a maggio, stampato in tremila copie, che andò onestamente per un debutto ma niente di straordinario: nel mondo fuori dal Regno Unito lo notarono in pochissimi. E anche “Creep”, che anticipava il successivo disco Pablo Honey, andò così e così. La grande radio britannica Radio 1 la trovò “deprimente” e non la programmò: arrivò appena al numero 78 in classifica. Poi però cominciò a crescere e a colonizzare il mondo: il primo posto dove divenne un successo, qualche mese dopo, fu Israele. E poi gli Stati Uniti. Nel 1993 la ripubblicarono in Inghilterra e stavolta andò in classifica al settimo posto. Da lì in poi crebbe e divenne un classico, con decine di cover e citazioni che non si sono mai arrestati (e una causa, vittoriosa, per plagio: da parte degli autori di “The air that I breathe“).

“Creep”, ha scritto il direttore del Post, “è una delle più grandi canzoni rock di tutti i tempi, benché le idee musicali che la sostengono siano piuttosto canoniche: e forse proprio per questo. Il concetto, eterno, è io- sono-uno-sfigato-e-tu-un-angelo-caduto-dal-cielo-e-non-ti-avrò-mai. Ma è tutto perfetto, dal giro di chitarra, alla coppia di crack che introduce il baccano del ritornello (che si dice sia nata dall’insoddisfazione di Johnny Greenwood per la canzone: e allora schiacciò il pedale a palla). Si percepisce esattamente quanto lui soffra al sapere che non le arriverà mai nemmeno vicino, anche nella versione senza il “so fuckin’ special”, rimosso per presunto comune senso del pudore. Ma dopo un po’ di ascolti si comincia anche a preoccuparsi per lei”.

When you were here before
Couldn’t look you in the eye
You’re just like an angel
Your skin makes me cry
You float like a feather
In a beautiful world
I wish I was special
You’re so fucking special
But I’m a creep, I’m a weirdo
What the hell am I doing here?
I don’t belong here

Versione acustica originale

Damien Rice

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