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Che cos'è Fabbrica Italia, o cos'era

Che cos’è Fabbrica Italia, o cos’era

di Davide Maria De Luca

Perché Marchionne ha detto che non si farà più, perchè tutti si sono arrabbiati e come in realtà Fabbrica Italia sia finita già da un bel pezzo (e nessuno se n'era accorto)

16 settembre 2012

Venerdì scorso la Fiat ha diffuso un comunicato stampa in cui annunciava che il progetto Fabbrica Italia, varato nell’aprile 2010, “non è più attuale” e che è necessario che i piani di investimento siano “oggetto di costante revisione”. Il comunicato è stato interpretato come il definitivo abbandono del piano di investimenti contenuti nel progetto e questo ha causato molte reazioni critiche.

La leader della Cgil Susanna Camusso ha detto che il paese è stato preso in giro. L’imprenditore Diego della Valle ha accusato Marchionne e la famiglia Agnelli-Elkann di essere i veri problemi della Fiat. Critiche sono venute anche da Cesare Romiti, ex presidente e amministratore delegato di Fiat. Nel nervosismo causato dall’annuncio è uscita anche la notizia, subito smentita, che il ministro Fornero avrebbe convocato Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, per essere informata sulla situazione. Ma in molti domandano al governo di chiedere conto a Fiat degli impegni presi a suo tempo.

(Stefano Menichini: Il governo e Marchionne)

Che cos’è Fabbrica Italia?
O che cos’era, quindi: il nome fu scelto per un grosso piano industriale previsto per il quinquennio 2010-2014 e fu annunciato dalla Fiat alla fine dell’aprile 2010. Il piano aveva componenti industriali e finanziarie, ma anche una forte valenza simbolica e comunicativa, molto importante visto che in quel periodo le relazioni con i sindacati stavano tornando a scaldarsi e molti accusavano Marchionne di voler trasferire la Fiat all’estero.

La parte simbolica di Fabbrica Italia, infatti, risiedeva proprio nel nome e serviva a rappresentare la volontà del gruppo di restare in Italia, valorizzando il lavoro e le specificità produttive del paese. Per ottenere questo risultato, Fiat intendeva investire 30 miliardi in cinque anni, venti miliardi solo negli impianti italiani. Valorizzazioni e investimenti avrebbero dovuto portare la produzione di auto Fiat dalle 650 mila unità del 2009 a 1 milione e 650 mila nel 2014.

Nel piano erano previste anche misure di “razionalizzazione” come ad esempio la chiusura di Termini Imerese, la separazione della produzione di automobili da quella di veicoli industriali e l’introduzione in diversi stabilimenti del World class manufacturing, il sistema di produzione a ciclo continuo che portò al famoso referendum nello stabilimento di Pomigliano (vinsero i si all’introduzione con il 65%, una percentuale inferiore alle aspettative).

Gli sviluppi
La parte che del piano che suscitò le maggiori attenzioni, in particolare tra i sindacati, era quella che riguardava gli investimenti. Una spesa di 20 miliardi sul territorio italiano avrebbe infatti significato, se non l’assunzione di nuovi operai, certamente la conservazione di tutti o quasi i posti di lavoro nell’azienda e la fine della cassa integrazione in alcuni stabilimenti.

Per questo motivo i sindacati, e in particolare la Cgil e la sua federazione dei metalmeccanici, la Fiom, hanno spesso indicato Fabbrica Italia per sostenere che Fiat non ha rispettato le sue promesse. Infatti, negli ultimi due anni, l’azienda non ha messo in atto grossi investimenti e soprattutto ha proseguito nei licenziamenti e ha continuato ad utilizzare la cassa integrazione. L’annuncio di venerdì è stato quindi interpretato come il definitivo tradimento delle promesse fatte nel 2010.

In realtà Fiat, senza che quasi nessuno lo notasse, aveva già annunciato la fine del piano nell’ottobre 2011. In una nota con cui l’azienda aveva risposto ad un’interrogazione della Consob (che in quanto autorità di vigilanza sulla borsa può esercitare un controllo sulla Fiat, quotata in borsa), aveva scritto: «Fabbrica Italia non è mai stato un piano finanziario, ma l’espressione di un indirizzo strategico. Fiat, come ogni suo concorrente, riesamina continuamente i propri piani e ha la necessità di poterli adeguare alle condizioni di mercato», quindi, concludeva la nota: «Alla luce di possibili fraintendimenti, equivoci e irrealistiche attese Fiat si asterrà, con effetto immediato, da qualsiasi riferimento a Fabbrica Italia».

Quello che secondo la Fiat è cambiato, costringendo di conseguenza l’azienda a cambiare i suoi piani, è da un lato la situazione economica in generale e dall’altro il mercato dell’auto europeo, in particolare. Fabbrica Italia fu varato nel 2010, primo anno di ripresa economica dopo la crisi, prima che la crisi dell’Eurozona entrasse nel vivo. Già il 2011 fu un anno di stagnazione, mentre quest’anno sarà un anno di pesante recessione.

Ma anche il mercato dell’auto, in particolare, è in un periodo di sofferenza. Non solo Fiat non si è avvicinata all’obiettivo di 1 milione e mezzo di autovetture prodotte che era previsto per il 2014, ma addirittura ha prodotto meno auto che nel 2009, fino ad oggi considerata una delle peggiori annate per l’azienda (erano 650 mila le auto prodotte allora e sono state poco più di 400 mila nel 2011).

Con la sola eccezione di Volkswagen (che ha motivazioni ben precise) il 2012 è stato un anno di crisi economica per tutti i produttori di auto europei. Dopo un calo delle vendite del 7% nel 2011 è previsto un calo altrettanto significativo sia per quest’anno che per il 2013. Tra i grandi marchi non solo la Fiat è in difficoltà. Opel, controllata da General Motors, è sull’orlo del fallimento, mentre Peugeot ha già annunciato 8.000 licenziamenti.

Foto: Matthew Lloyd/Getty Images for Halcyon Gallery

 

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  • greg68

    Io mi stupisco ancora per la quantità di creduloni che ci sono in questo paese. Vuoi che nel 2010 i valenti analisti finanziari, magari stranieri, della Fiat non avessero idea di quel stava per succedere?

  • https://profiles.google.com/raffel.ibba/ab raffibb

    La Fiat ha pessimi dirigenti ed un capitale di controllo ancora peggiore.
    La federazione dei metalmeccanici della CGIL dice da diversi anni che la strategia del capitale di controllo è uscire dall’Italia e non dice perché, Dagospia da un anno circa dice anche perché.
    Perché l’Italia non si può più mungere.
    Infatti neanche un centesimo del capitale Fiat e, più in generale, della famiglia Agnelli non è nato da loro iniziative e dalle loro capacità manageriali e di investimento, ma soltanto dal fatto che i governi italiani si sono messi tutti al servizio della Fiat e l’anno foraggiata di soldi e capitale gratuiti: dalla prima guerra mondiale – e dai profitti stratosferici fatti allora e mai tassati – all’aiuto sostanziale per l’acquisto della Crysler e passando per la vergognosa operazione Gheddafi.
    Niente né di buono né di trasparente.
    ciao r

  • landrea

    La FIAT ha seri, serissimi problemi di comunicazione.
    Oltre che di management.

  • whiteyes

    Ho sempre pensato che il Si al referensum fosse la scelta giusta, la più sensata, forse inevitabile, per sperare (ancora) in un rilancio dell’azienda.
    Se la strategia, oggi, è quella di chiudere tutti gli stabilimenti in Italia, è stata una colossale presa in giro.

  • uqbal

    Non so se fosse una presa in giro, ma per il resto sono d’accordo con Whiteyes. E’ però vero che il quadro è cambiato, in termini che non sono addebitabili alla FIAT (cui invece, se del caso, si deve addebitare la reazione poco efficace al quadro generale -ma è una discussione lunga).
    .
    Ora, è da un anno che si sa che F.I. non esiste più. E i sindacati tutto sommato non ci hanno mai creduto troppo. Le idee per rilanciare il lavoro italiano dal parte della CGIL, della FIOM e degli altri sindacati quali sono?

  • spago

    @ uqbal ho sentito adesso Landini al telefono e mi ha confermato che l’idea sarebbe passare ai piani quinquiennali.. secondo una scuola economica contemporanea di recente successo potrebbero funzionare.. qui trovi alcune informazioni: http://it.wikipedia.org/wiki/Piano_quinquennale

  • marquinho

    Fate le battute su Landini, dai fanno tanto ridere. Tanto si sa le cose vanno male per colpa dei sindacati. Poi è noto che i piani per l’industria li devono presentare le organizzazioni dei lavoratori, mica il governo o gli industriali.
    Landini può essere un relitto del passato ma ogni tanto, magari anche solo per la legge dei grandi numeri, ci becca. Mi pare poco corretto fare del sarcasmo per nascondere i fatti. Il progetto Fabbrica Italia non l’ha mai visto nessuno, malgrado Marchionne sia stato invitato più volte, prima e dopo il referendum a mostrare le carte e la modifica dell’art.18 non ha attirato nessun investimento aggiuntivo.

  • giangio

    @UQBAL, neanche in unione sovietica la programmazione economica la faceva il sindacato. Troppo guasti sono stati fatti in Italia perchè nessuno rispettava il proprio ruolo. Siamo praticamente morti di concertazione, che ognuno faccia il suo lavoro, il governo governi, gli imprenditori investano e rischino, e il sindacato difenda i diritti dei lavoratori.

  • piti

    In Italia se il sindacato difende i lavoratori è troppo rigido, se non li difende non fa il suo mestiere. Chi si è sopraffino conoscitore di cose antiche potrebbe parlare di capro espiatorio.

  • brandavide

    Anfatti… Facciamo che la colpa è dei padroni e visto che sono incapaci li facciamo fallire e chiudere? Eh?

  • http://adenardi.wordpress.com moldeke

    Non mi piace “fabbrica italia poteve essere, ma invece non lo è stata …” oppure “io ho votato si credendo… ed ora …” oppure “tengo famiglia” ormai è sotto lo sguardo di tutti gli italiani che il referendum di pomigliano è stato davvero di quella portata che si pensava: Uno snodo storico nella storia produttiva e sindacale. Dovendo per forza sospendere il giudizio (possono ancora cambiare le carte in tavola) ad ora la tendenza, da parte mia, è quello di ritenere Quel referendum come l’ennesima occasione persa per i diritti dei lavoratori e, anzi meglio, per il lavoro in genere.
    “Chi visse sperando muore cacando” disse quello, infatti la Fiom ha chiesto i progetti, le proposte di questa Fantomatica FABBRICA ITALIA … vivaddio: almeno il piano industriale! Niente, voce di uno che grida nel deserto …evvia con gli sghignazzi e gli sberleffi per quelli della fiom e della cgil in genere (ben sapendo che cgil è una confederazione sindacale…). Si chiedeva il piano industriale a marchionne. Non lo ha mai dato. MA, ma ha paventato la costruzione della PANDA … una macchina del secolo scrso con tecnologie del secolo scorso totalmente priva di un futuro a medio termine, a meno che non si investisse per una qualunque forma di propulsione alternativa al motore a scoppio (che sarebbe addirittura vecchio di secoli, se volessi dire qualcosa) … niente. Il GENIO (marchionne ovvio, e con lui tutta la classe dirigente fiat) toglie dlla produzione addirittura la MULTIPLA …che a metano aveva fatto man bassa, e che avrebbe fatto lo sfracelo (io stesso ero partito per acquistarla, ma non essendo più in catena di montaggio ho optato per un gpl francese). Il Genio fa produrre il freemod. Una merda. Nel senso di cosa già digerita e vissuta e in un certo senso scaricata dagli yankee.

    Vado avanti? No, concludo.
    C’è poco da dire in merito al passato, forse l’esperianza FIAT così com’è è davvero anacronistica. Basta aiuti di stato, peraltro degni solo di ingratitudine da parte del pulloverino in ferrari. Se si vuole cambiare, forse bisogna anche ascoltare le voci che chiedono futuro e non di arrancare fino a un domani. Produrre in italia? Certo, gli operai italiani li paghi di più ma perché sono uomini, e loro lo sanno, mentre in altre aree pensano ancora di essere macchine (“noi siamo ciò che produciamo” recita il cartello in serbia … ricorda “Arbeit macht frei”)… produrre in italia prodotti con futuro, motori alimentati diversamente, autobus elettrici … il TOTEM lo producono i tedechi! … ma insomma, vivaddio almeno un piano industriale!

  • http://adenardi.wordpress.com moldeke

    parafrasando @LANDREA: L’ITALIA ha dei seri, serissimi probelmi con gli Italiani.