Laura Puppato, terza candidata PD alle primarie

Chi è la consigliera regionale veneta del PD che si è fatta avanti stamattina e per ora è l'unica donna in ballo

di Ivan Scalfarotto

Laura Puppato, consigliere regionale in Veneto per il Partito Democratico, ha annunciato oggi in un’intervista su Repubblica che intende presentarsi alle primarie del centrosinistra per il candidato premier: primarie non ancora ufficializzate, e di cui non c’è una data, ma in cui sono implicite le candidature PD di Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, finora (e annunciate quelle dei due assessori milanesi, Boeri ancora del PD e Tabacci).
Puppato è raccontata e intervistata in un capitolo del libro di Ivan Scalfarotto appena pubblicato da Mondadori, “Ma questa è la mia gente.

Ho conosciuto Laura Puppato durante i lavori della commissione Statuto, il gruppo dei fondatori del Pd incaricati di scrivere la Magna charta del partito sotto la guida di Salvatore Vassallo, il costituzionalista che il segretario Walter Veltroni aveva scelto per questo delicatissimo incarico. Non ho idea di come io sia finito in quel gruppo, ma ricordo distintamente la sorpresa quando sentii pronunciare il mio nome nella lista di quei cento, alla fine della prima riunione dell’Assemblea costituente che si tenne alla fiera di Milano il 27 ottobre 2007. All’epoca vivevo peraltro a Mosca, e la partecipazione alle riunioni non era propriamente agevole. Tuttavia concordammo che i lavori si sarebbero tenuti di sabato, e così riuscii a essere presente a praticamente tutte le sedute della commissione.

Veltroni aveva inaugurato la riunione dei tremila e passa delegati – una cosa da far impallidire l’Assemblea del Popolo a Pechino, composta di «sole» 2979 persone a rappresentare più di un miliardo di cinesi – scandendo alcune parole che non dimenticherò mai: il Partito democratico è «il partito che nasce intorno alla figura del cittadino elettore». In realtà, che le cose non sarebbero state così semplici lo si capì abbastanza presto, proprio dalle prime riunioni della commissione Statuto. Veltroni era stato eletto da una maggioranza plebiscitaria, ma con la solita tecnica – che è la ragione per cui aborro l’unanimismo cui si tende culturalmente nel partito – per cui tutti appoggiano subito il vincitore annunciato, salvo poi spiegargli che i voti che lo hanno eletto non sono i suoi ma di qualcun altro. Di fatto, nel blocco che aveva eletto Veltroni non c’era evidentemente accordo sulla forma che il partito avrebbe dovuto prendere.

Così, già dalle prime sedute della commissione capimmo che il cittadino elettore, che doveva essere il nuovo protagonista della scena politica italiana, sarebbe andato incontro a tempi molto complicati. Si comprese subito, per esempio, che l’espressione «partito liquido» andava pronunciata con una lieve increspatura delle labbra, a significare un misto di improbabilità e di disgusto. La cosa funzionò talmente bene che anche i veltroniani più osservanti compresero che l’espressione andava subito cancellata dal vocabolario, e di «partito liquido» non si parlò più. Ci si cominciò a chiedere per quale motivo il segretario del nostro partito dovesse essere eletto dai cittadini e non dagli iscritti. Il refrain era: «come succede dappertutto, dalla bocciofila al circolo degli scacchi». Tutto questo senza che nessuno provasse a valutare l’obiezione che non c’è presidente di bocciofila nel globo che intenda, in quanto tale, mettersi poi al governo del proprio paese e prendere decisioni che andranno a incidere sulla vita di coloro che iscritti alla bocciofila non sono.

Nella commissione c’era proprio un blocco di difesa organizzata della forma partito tradizionale, di cui facevano parte personalità provenienti tanto dalla cultura ex comunista quanto da quella democristiana. Capii da lì che la vita di Veltroni alla segreteria non sarebbe stata facile, e anche che la strategia varata in commissione Statuto, quella poi resa celebre da Maurizio Crozza, del «ma anche» non ci avrebbe portati lontano. A ogni bivio, la commissione rifiutava di scegliere. L’esempio più eclatante? Facciamo le primarie «ma anche» il congresso vecchio stampo, così oggi per eleggere il segretario del partito dobbiamo prima consultare gli iscritti e poi gli elettori. Un procedimento lunghissimo e defatigante, che richiede sia la consultazione di tutti i circoli sia la chiamata alle urne degli elettori. Immaginate il disastro il giorno in cui gli iscritti sceglieranno qualcuno e gli elettori qualcun altro. Tutta una serie di altre norme non furono introdotte nello Statuto nello stesso spirito, tra cui proprio quella che obbligava ogni candidato alla segreteria nazionale ad avere una – e una soltanto – lista di appoggio, che avrebbe contribuito a evitare in futuro il ricatto dei «grandi elettori» al segretario eletto.

Il risultato è stato che la prima cosa che Bersani ha deciso, una volta ottenuta la maggioranza dei voti degli iscritti e prima ancora di aver vinto le primarie del 2009, è stata la creazione di una nuova commissione Statuto, che ora ha l’incarico, dopo così poco tempo, di modificare la carta fondamentale del partito. Un messaggio di instabilità secondo me ancor più grave di quello di aver avuto tre segretari in cinque anni.

Del lavoro in commissione ricordo con piacere di essere riuscito a fare approvare una clausola antidiscriminatoria che contiene due parole che fatichiamo a pronunciare. Quelli oltre la quarantina ricorderanno di sicuro l’afasia che colpiva Fonzie, il celebre personaggio di Happy Days interpretato da Henry Winkler, quando doveva pronunciare le parole «ho sbagliato». Ecco, a noi succede la stessa cosa con l’espressione «orientamento sessuale». Parole che, con un certo orgoglio, e a seguito di una battaglia campale, riuscii a far inserire nell’articolo 1, al comma 6: «il Partito democratico riconosce e rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno come parte essenziale della sua vita democratica, e riconosce pari dignità a tutte le condizioni personali, quali il genere, l’età, le convinzioni religiose, le disabilità, l’orientamento sessuale, l’origine etnica».

Ho scritto poi di mio pugno un’altra norma dello Statuto di cui sono molto fiero. È la norma «antiperpetui», che sta al primo comma dell’articolo 30: «il Partito democratico riconosce l’importanza, la ricchezza e l’originalità del contributo dei giovani alla vita del partito, promuove attivamente la formazione politica delle nuove generazioni e favorisce la partecipazione giovanile e una rappresentanza equilibrata di tutte le generazioni nella vita istituzionale del paese».

L’ultimo mio contributo diretto alla stesura dello Statuto fu la previsione dei circoli on-line (articolo 14, commi 1, 2 e 5) e del Sistema informativo per la partecipazione, di cui nessuno ha mai più sentito parlare, ma che sarebbe stato una bella innovazione per un partito nato in questo secolo. Ecco di che cosa si trattava.

Articolo 1, comma 9: «il Partito democratico assicura un Sistema informativo per la partecipazione basato sulle tecnologie telematiche adeguato a favorire il dibattito interno e a far circolare rapidamente tutte le informazioni necessarie a tale scopo. Il Sistema informativo per la partecipazione consente a elettori e iscritti, tramite l’accesso alla rete internet, di essere informati, di partecipare al dibattito interno e di fare proposte. Il Partito rende liberamente accessibili per questa via tutte le informazioni sulla sua vita interna, ivi compreso il bilancio, e sulle riunioni e le deliberazioni degli organismi dirigenti. i dirigenti e gli eletti del Partito sono tenuti a rendere pubbliche le proprie attività attraverso il Sistema informativo per la partecipazione».

Articolo 22, comma 3: «Gli eletti hanno il dovere di rendere conto periodicamente agli elettori e agli iscritti della loro attività attraverso il Sistema informativo per la partecipazione.»

Articolo 27, comma 1: «Un apposito Regolamento quadro, approvato dalla Direzione nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, disciplina lo svolgimento dei referendum interni e le altre forme di consultazione e di partecipazione alla formazione delle decisioni del Partito, comprese quelle che si svolgono attraverso il Sistema informativo per la partecipazione».

Circoli on-line, che significa far politica sulla rete. Un sistema informatico accessibile a tutti per la piena circolazione delle informazioni, per l’informazione degli elettori sulle attività degli eletti e per realizzare referendum interni in modo rapido e sicuro sulle grandi questioni della nostra vita politica e civile. Una norma che stabilisce la parità tra tutti, comprese le persone omosessuali. Un partito che rappresenta in modo equilibrato tutte le generazioni. Questo il mio contributo di quei mesi di lavoro.

Non sarà sfuggito, e non sfugge neanche a me, che le «mie» norme sono rimaste completamente inattuate. Continuo a far politica perché un giorno, chissà, possano diventare priorità urgenti per il partito come sembrano urgenti a me.

Ma di quei mesi in commissione Statuto ricordo anche la collaborazione con molte persone che fino a quel momento non conoscevo, e in particolare la scoperta di Laura Puppato, all’epoca sindaco di Montebelluna. Una specie di miracolo vivente, una Madonna democratica eletta in finibus infidelium. Sindaco nella provincia di Treviso in cui il comune capoluogo era amministrato da quel Gentilini che degli immigrati pensava che bisognasse «vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile». La dimostrazione, per me, che quando si è capaci e preparati si può convincere qualsiasi elettorato.

Laura è stata componente del gruppo ristretto della commissione Statuto, e il suo contributo si è sempre evidenziato per la forte volontà costruttiva e per una dote di cui abbiamo anche parlato nel nostro incontro, quella di appartenere al partito nella sua interezza, e non solo a una parte, a una cordata, a una corrente. È una caratteristica più facile da trovare in persone come lei, che sono nate politicamente col Pd, che in tutti quelli – ancora oggi la stragrande maggioranza del nostro gruppo dirigente – che al partito sono arrivati attraverso i vecchi partiti, e che a quei vecchi partiti devono ancora gran parte della propria identità.

Basta conoscerla per restare colpiti dal suo pragmatismo e dalla sua semplicità. Lei vanta di aver fatto dell’amministrazione della sua città una casa di vetro, completamente trasparente ai suoi concittadini. io credo sia stato questo il motivo del suo successo e della stima che ancora oggi la circonda. È diventata capogruppo in regione Veneto, e ha partecipato alle elezioni europee prendendo un botto di voti (60.000), che ne hanno fatto la candidata veneta più votata e la prima dei non eletti. Poiché, per quanto possa sembrare incredibile, il Pd in Veneto, in questa legislatura, non ha espresso nessun eurodeputato. Ho voluto, dunque, che in questo viaggio ci fosse anche lei e, con lei, la sua regione.

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Che cos’è che oggi fa di te una democratica, Laura?

Oggi direi il fatto che quello che la gente pensava andando a votare nel 2007 è esattamente l’opposto di quello che pensa nel 2012.

In che senso?

Nel 2007 eravamo alla fine del governo Prodi e alla creazione del Partito democratico, la cui nascita è stata probabilmente anche accelerata dal fallimento dell’esperimento dell’Unione. Il voto amministrativo quell’anno si caratterizzò come un voto contro il centrosinistra: perdemmo tantissime amministrazioni, anche da noi in Veneto. La gente votava a destra per punire il centrosinistra, che aveva governato poco e male, ma anche perché pensava che dando fiducia al centrodestra si sarebbe creata tutta una serie di speranze, che invece si sono tramutate in illusioni drammaticamente pesanti sia per l’economia che per il morale del paese. Gli elettori volevano credere a Berlusconi, con le sue strabilianti promesse, e alla Lega, che voleva modificare la geografia dell’Italia offrendo a questi territori una risposta in termini di federalismo, una parola che da queste parti significa soprattutto autonomia e scelta di una gestione meno legata a un potere centralistico. Quello che registriamo oggi è il fallimento sia di Berlusconi sia della Lega. Noi del Partito democratico dobbiamo seriamente comprendere che questa è una chance che non possiamo assolutamente sprecare. La gente ha bisogno di speranza vera adesso, vuole serietà, vuol capire qual è il nostro progetto politico. Comprende benissimo gli errori fatti affidandosi a figure politiche di avventurieri che hanno progressivamente portato l’Italia al fallimento e, sapendo tutto questo, oggi i nostri concittadini chiedono alla politica progetti chiari, anche di lungo periodo, e non intendono più rilasciare deleghe in bianco. Per noi, un’opportunità straordinaria.

Tu come sei arrivata a essere democratica? Non vieni da un’esperienza cattolica né postcomunista.

Io sono una «nativa democratica». Ho sempre pensato e sentito il centrosinistra come lo strumento politico più vicino al mio modello di società e di vita. Il centrosinistra per me vuol dire avere a cuore l’uguaglianza, l’equità. Io non riesco a concepire di vivere in un paese, come sta diventando l’Italia (e su questo bisogna correre velocemente ai ripari), nel quale la forbice tra la popolazione più povera e quella più ricca è diventata quella dell’America latina di qualche anno fa. Quando il divario tra il 10 per cento più ricco della popolazione e quello più povero è il doppio di quello che si ha nelle società democratiche dell’occidente, è evidente che le disuguaglianze sono diventate un elemento pericoloso. Qui da noi non c’è premio al merito, non c’è la possibilità di sfondare quel soffitto di vetro che sono le classi sociali. L’Italia si è fatta troppo chiusa, troppo limitata, troppo poco attenta a fornire opportunità. Io credo che questo sia stare a centrosinistra: concepire come fondamentale l’equità sociale, costruire una comunità che combatte le disuguaglianze eccessive.

Ma tu sei entrata nel Pd quando eri già sindaco «civico» di Montebelluna.

Se fai politica, a un certo punto capisci che la tua esperienza non può più stare nel civismo, devi scegliere una collocazione.

La collocazione nel Partito democratico mi è sembrata la cosa più naturale, perché io considero che abbiamo bisogno, se non proprio di un unico partito, quantomeno di una forza preponderante che sia in grado di guidare il centrosinistra, avendone peraltro la forza numerica. con ciò anche sacrificando qualche volta delle proprie precise identità o idealità, perché è più difficile, quando si è in tanti, concordare sulle scelte da fare. Però si deve farlo, avendo per quanto possibile un’identità chiara.

E noi ce l’abbiamo?

In astratto ci sono due estremi: da un lato, il modello in cui la linea viene dettata da un leader e, dall’altro, quello in cui le posizioni sono frutto di una convinzione generale e si procede insieme non per indicazione di qualcuno, ma per l’adesione di molti. Noi dobbiamo trovare una strada intermedia. Il Pd, che era nato nel 2007 con l’idea di concepire un partito maggioritario, diciamo pure egemone, del centrosinistra, si è poi ridimensionato in un ambito più limitato. Adesso deve trovare la forza per produrre quello scatto in avanti che gli permetta di diventare ciò che è fondamentale diventi, e cioè l’elemento propulsivo delle politiche per un cambiamento autentico della società.

Per esempio?

Io vedo il Pd come il soggetto che può qualificarsi, oltre che per la tensione all’equità di cui parlavo prima, per una politica che si identifichi con i temi dell’ambiente e del vivere i territori. Mi riferisco all’agricoltura, allo sviluppo industriale, all’urbanistica, ai beni comuni, a tutto quello che abbiamo davvero come cittadini di questo pianeta, che è appunto fatto di acqua, aria e terra. Dobbiamo occuparci seriamente di un progetto di vita per questa nazione che metta al primo posto la tutela di tutto questo. Non si tratta di fare mera conservazione: deve essere una tutela che parte da una società la quale, conoscendo quali sono gli elementi su cui si può fondare la propria crescita, sceglie il modello di sviluppo a cui fare riferimento. Dobbiamo restituire valore ai beni che la nostra storia e la nostra cultura ci hanno dato. Quando riscopriamo questi beni, capiamo anche che molto si può ottenere semplicemente valorizzandoli nel senso più vero, dando loro il valore che hanno e restituendoli quindi a un’occasione di conoscenza complessiva.

Ripartire dall’Italia, in un certo senso.

L’Italia è il paese di riferimento per il mondo intero per le sue straordinarie ricchezze paesaggistiche, culturali, storiche, architettoniche, artistiche. Noi siamo il museo all’aperto del mondo, avremmo dovuto capirlo noi per primi. Abbiamo buttato via anni in cui si sono perse tutte le opportunità di lavoro che questa straordinaria risorsa, che per di più abbiamo gratis, poteva certamente creare. Gli altri hanno le materie prime, le risorse, il rame, l’acciaio, il petrolio, il gas; noi abbiamo le nostre bellezze. Quando ho letto della volontà di Corrado Passera di scavare pozzi di petrolio in Basilicata, l’ho trovata un’idea fuori dal mondo. Non perché il territorio non vada toccato per principio, ma perché mancherebbe completamente una proporzione. Se per ottenere dal petrolio della Basilicata un 10 per cento del nostro fabbisogno energetico per qualche anno, perché di questo si tratta, poi ci restasse una regione martoriata dai pozzi, avremmo prodotto un danno maggiore del beneficio. Questo è il tema: non possiamo più fare politica senza una precisa prospettiva dell’impatto delle nostre decisioni sul domani.

Tu rappresenti il Veneto, il mitico Nordest…

E infatti penso anche all’elemento manifatturiero della nostra economia. Siamo la seconda manifattura d’Europa, e non dobbiamo quindi pensare solo alla cultura e al turismo. Dovremmo pensare anche a uno sviluppo economico funzionale alla capacità di fare prodotti di qualità che provengano, per esempio, dalla rigenerazione delle materie prime. C’è da fare un lavoro enorme che ci permetta non solo di produrre, ma di farlo in maniera sensata, di mettere sul mercato prodotti che possano consentirci di competere efficacemente con i paesi emergenti che hanno costi di materie prime, di lavoro e di energia assolutamente inferiori ai nostri.

C’è anche una questione femminile largamente irrisolta.

Da questo punto di vista l’Italia occupa posizioni di retroguardia in Europa. Qualche tempo fa ho sentito un sottosegretario del governo norvegese che è venuto a parlare a Schio, al festival città Europa, spiegare come sia ormai comprovato che una consistente rappresentanza femminile nelle imprese, nella pubblica amministrazione, nel governo della giustizia e nella vita pubblica, sia ricollegabile a una maggior crescita economica. C’è poi anche tutta la questione del lavoro, indispensabile per garantire diritti alla nostra società. Se l’OCSE colloca l’italia al 156° posto su 181 paesi per capacità di assicurare la giustizia ai propri cittadini, dobbiamo porci un quesito immediato: come fare a guadagnare al più presto uno dei primi trenta posti. Perché questa situazione induce molta gente a barricarsi in una propria isola o a stare fuori da questo paese: chi vive qui sa che non potrà godere di una giustizia giusta, e chi deve venire a lavorare o a investire qui ci pensa tre volte, perché sa che non avrà le tutele necessarie. Questo è un altro di quei vuoti che il Pd ha l’obbligo, direi per definizione, di colmare.

C’è molto lavoro da fare, anche in termini di welfare.

Il welfare a cui io guardo con attenzione è un welfare pubblico-privato che metta in evidenza il fatto che abbiamo una società che non può non valutare il bene assoluto, per esempio, della maternità. Noi abbiamo concepito, dagli anni Sessanta a oggi, una società a vantaggio degli anziani. Tutti hanno lavorato egoisticamente pensando a se stessi, a garantirsi una pensione più o meno adeguata, commisurata in modo più o meno diretto col proprio reddito, e a concepire una tutela per il proprio futuro di persone più fragili. Ma non abbiamo pensato per niente, e lo abbiamo fatto in misura irrilevante anche coi governi di centrosinistra, a offrire vantaggi e garanzie a chi ha il coraggio di mettere al mondo un figlio. Non abbiamo pensato a concepire politiche di garanzia per coloro i quali si spendono per la società del futuro. E anche questo è welfare da rivedere. Non si tratta solo di introdurre il quoziente familiare per avere lo sconto quando compri il biglietto del treno, ma pensare a una società che percepisca i nuovi nati come benefici assoluti per se stessa.

Sono d’accordo con te. L’impressione che ho è che non abbiamo però ancora compiuto tutto il lavoro che ci consentirebbe di essere una forza d’avanguardia su questi temi.

Io credo che il nostro compito sia quello di liberare la società. La nostra società è stata impostata fino a oggi su illusioni, su una libertà fasulla e in realtà assolutamente castrata, dato che non siamo riusciti a rendere l’individuo autenticamente libero in una società che lo rispetti. Reimpostare questa società non è un lavoro da poco. Siamo arrivati fino a questo punto, e siamo in questa situazione, proprio perché abbiamo tralasciato il valore assoluto della persona. Già dalla nascita di un nuovo individuo, come dicevo, abbandoniamo sostanzialmente a se stessi coloro che lo hanno fatto nascere. Il Pd ha al proprio interno delle ottime, eccellenti figure, ma è fortemente condizionato da presunzioni e necessità di carattere personalistico, o da quelli che io chiamo «trascinamenti dal passato». O vogliamo chiamarle correnti? Il problema vero è che per noi si tratta di una questione di vita o di morte. noi siamo come un fiore che si sta tramutando in frutto mentre è bersagliato da correnti e tempeste. È chiaro che quel frutto difficilmente arriverà a maturazione sano. Basterebbe lasciarlo vivere applicando i princìpi che abbiamo già scritto e che sono fondamentali per il partito, e che poi sono gli stessi princìpi che servono all’Italia.

Tu hai avuto la capacità di diventare sindaco di una città che si trova in una zona a larghissima prevalenza leghista. Sei, insomma, un caso di successo. Non posso esimermi dal chiederti quale sia la ricetta di tale successo, così che la possiamo applicare dappertutto.

Quando mi sono candidata, ho spiegato ai miei concittadini la mia idea di città, e ho chiesto loro di darmi fiducia mettendo non solo a disposizione le mie competenze, ma chiedendo anche di condividere il cammino insieme a loro. Ciò che continuo a considerare vincente è un’amministrazione pubblica aperta, che non ha timore di rendersi completamente trasparente, e che in questo trova l’elemento di vittoria collettiva. Ho chiesto ai miei concittadini di diventare comunità in questo modo. Prima erano solo un’accozzaglia di persone, ciascuna individualmente valida, ma incapace di sentirsi parte di un tutto. Ho detto loro che avrei proposto questo obiettivo, che questo era il programma che ponevo alla loro attenzione, senza lasciarlo però sulla carta. Il programma è diventato la mia missione quotidiana, e gli obiettivi che mi ero posta erano la ragion d’essere per cui io rimanevo in quel ruolo. I miei concittadini hanno percepito che io non scherzavo, che mi stavo mettendo in gioco e stavo mettendo in gioco la mia credibilità.

Ma come sei riuscita a convincere una comunità del trevigiano a votare due volte consecutive per una lista di centrosinistra?

La mia vita di amministratore ha avuto due tappe. La prima è stata quando ho ottenuto il primo mandato da sindaco. È stata in quel caso una delega dubbiosa data dai cittadini a una figura appartenente a un gruppo politico «altro», che in quel momento poteva essere funzionale perché, non sentendosi governati adeguatamente, provavano stanchezza e disperazione. Una delega a tempo, quindi. La seconda è stata la riconferma ottenuta nel 2007, anno elettoralmente terribile per il centrosinistra. Per darti l’idea, i manifesti della destra sui muri della mia città dicevano: «Chi vota Puppato vota Prodi». Non mi si poteva accusare di nulla: eravamo stati un’amministrazione che aveva sfondato molti muri, che era riuscita a salire alla ribalta nazionale per parecchie buone cose che avevamo fatto per le famiglie, per le attività giovanili, per la scuola e i lavori pubblici. Eravamo stati una delle nove città italiane a portare avanti il protocollo di Kyoto, e avevamo anche ricevuto i complimenti di Beppe Grillo, che era appena nato come fustigatore politico, che ci aveva nominato prima città 5 Stelle d’Italia in quanto città più sostenibile dal punto di vista ambientale in tutto il paese. Avevamo ottenuto l’obiettivo che mi ero posta al momento della mia elezione, ma c’era questo vento che spazzava via tutti coloro che fossero associabili al simbolo dell’Ulivo. Noi abbiamo comunque utilizzato quel simbolo, e abbiamo ottenuto a fatica il 52,9 per cento al ballottaggio. È stata però una vittoria eclatante perché la popolazione, nonostante tutta la pressione politica esercitata in una città fondamentalmente di destra, ci ha riconfermato una fiducia che nasceva dall’aver percepito un valore aggiunto e dall’aver vissuto un’esperienza positiva.

Si impara che a governare bene si vince, dunque.

È importante anche saper ispirare fiducia. La prima volta che mi sono candidata questa è stata la carta vincente. Si è capito che stavo parlando sul serio, parevo credibile, appartenevo alle partite iva della città, e non ero dunque la «comunista sporca arrabbiata e appartenente al settore pubblico» del cliché leghista. Ero una di loro che aveva una sua idea, ma una cui potevano affidarsi. Scommettendo e controllando, si badi. Una delega da verificare. La seconda volta, invece, è stato come dire: hai lavorato bene, hai portato su la città, sei stata in grado di fare, quindi rinunciamo di nuovo alla nostra posizione politica – tendenzialmente di destra – perché obiettivamente vogliamo dirti grazie.

Che idea hai delle primarie, in particolare alla luce dei rovesci che ci sono capitati di recente?

Credo che la libertà dell’elettorato di scegliere tra i vari candidati costituisca la vittoria delle primarie come strumento di partecipazione. Le primarie devono far vincere il candidato che ha più chance e che ha la maggiore credibilità per svolgere il ruolo per il quale si concorre. Chi sia il candidato, da dove provenga, non importa. L’importante è che sia una persona che si riconosce nel centrosinistra. Per come la vedo io, però, c’è la necessità che i leader del nostro partito e degli altri partiti che concorrono stiano, quando ci sono delle primarie, assolutamente e rigorosamente fuori dai giochi. Perché le primarie sono irrimediabilmente compromesse se ci sono dei paletti esterni a sorreggerle. Chi partecipa alle primarie deve essere sufficientemente autorevole da conquistare il consenso della gente senza sostegni dall’esterno, grazie alla passione, alla competenza, alle capacità, e senza tutori. Ma quando capita che il Pd scelga persone inadeguate, bisognerebbe chiederne ragione a chi le ha candidate e chiedere loro conto di quelle scelte. Perché o un partito è in grado di leggere la società in cui vive, o è meglio che i suoi dirigenti si facciano qualche annetto di autocritica, magari cimentandosi in un altro mestiere.

E tu, personalmente, nel partito come sei stata accolta? Come ti sei trovata poi, tu che eri già sindaco prima ancora che il partito fosse fondato, a diventare donna di partito?

Per dirla con Neruda, confesso che ho vissuto, e male, il rapporto col partito. Non trovo adeguata la struttura del partito così come la conosciamo oggi. La trovo rigida, lenta, scarsamente efficace. Devo premettere un mio limite: io non ho mai voluto fare il segretario provinciale, regionale o di circolo. Credo di essere inadatta, perché credo che lì sia prevalente la necessità dei «tavoli», come si dice in politica: soppesare, centellinare, graduare, mettere insieme elementi come nel gioco del piccolo chimico. Io mi trovo più a mio agio con un lavoro che individui delle problematiche che emergono nella società per poterle risolvere, e quindi un’operatività legislativa come quella di un consigliere regionale, oppure una fortissima attività informativa, un’importante attività di promozione civile e culturale e di continuo lavoro – come quello che faccio nel Forum ambiente del Pd – per promuovere un’idea di società che è quella alla quale io aspiro. Nelle segreterie io trovo altro rispetto a questo. Ci sto, ci lavoro, ma con un costante senso di sofferenza. Trovo che il lavoro che vi si fa, invece di essere di conforto all’idea che ho della politica, sia un’attività di rallentamento e di appesantimento, e quindi lo vivo inevitabilmente male.

Come lo cambieresti, dunque?

Bersani ha ragione quando dice che il leaderismo estremo produce mancanza di democrazia, però credo anche che dobbiamo concepire un partito sufficientemente snello, con alcune idee precise, capace di essere coraggioso anche a costo di perdere dei pezzi per strada. Che, penso, torneranno quando si renderanno conto di aver sbagliato mira. Non c’è più tempo. Noi dobbiamo per forza accelerare su un sacco di questioni, avendo bene in mente gli obiettivi da dichiarare e le idee forti da promuovere, a prescindere da tutto e da tutti. Sarà la società italiana che ci metterà nelle condizioni di capire se abbiamo messo in fila i rimedi giusti e le soluzioni adeguate. Non possiamo continuamente tentare di coinvolgere quelli che sono recalcitranti o mantenere in vita quelli che sono lì semplicemente per limitare la nostra azione.

Ci vorrebbe più coraggio?

Credo di sì. Resto sempre stupita quando, alla fine di un incontro, le persone mi si avvicinano e mi dicono: «Tenga duro!». Me lo dicono continuamente: «tenga duro!». Me ne stupisco perché oggi in genere ai politici la gente dice: «Vada a casa!». Evidentemente, se fai un certo tipo di lavoro, le persone non ti vivono come se tu frodassi le loro tasche per svolgere una funzione sotto accusa come quella del politico. Mi dicono: «Tenga duro!», oppure: «Non molli!». Alla fine, mi pare che la gente percepisca che io vivo questa sorta di sofferenza, di pesantezza, nello stare in una realtà non facile come la politica. Ma cerco di farlo con uno spirito altro, innovatore, coraggioso; a volte controcorrente, altre volte con la volontà di procedere a passi lesti, senza rallentare. Questa vicinanza delle persone, credimi, mi rinnova la motivazione, lo spirito vitale.

Perché, però, quelli a cui la gente dice: «Tenga duro!» fanno poi tanta più fatica di quelli a cui si dice: «Vada a casa!»?

Io penso che la scommessa sia dimostrare nei fatti la nostra democrazia interna. Noi siamo a un bivio, non possiamo più scherzare con le indicazioni del partito o quelle della corrente X, y o Z, che prevalgono sulle indicazioni della gente o semplicemente sulle competenze delle persone. Non si può più pensare di mandare in Parlamento persone che i cittadini vivono come il fumo negli occhi, percependoli come gli arrivati per ragioni che non hanno a che vedere né col merito, né con le competenze né con la credibilità o il lavoro fatto su un certo territorio. Poi c’è la necessità che il partito si impegni a far crescere tutta una serie di figure che ci sono all’interno delle amministrazioni locali. Non si possono promuovere solo quelli che si segnalano per la fedeltà a un capo, gli affiliati, quelli che alzano la mano al momento giusto, e mettere gli altri nel sottoscala. non si può far procedere solo coloro che sono servitori di una parte e non del partito nel suo complesso.

Bisognerebbe lavorare per la «ditta», non solo per una parte di essa.

Quella è una frase di Bersani che mi piace davvero molto: «Bisogna lavorare per la ditta» e non per interessi di altra natura, che nella ditta saranno anche leciti ma certamente sono parziali. Si cambia marcia anche così. Non è una sfida facile, ma è una sfida che dobbiamo vincere al nostro interno per poter vincerla fuori. Gli elettori hanno gli occhi aperti e non ci faranno sconti.

Quanto siamo pronti a proporci ai nostri concittadini con animo sereno per chiedere loro di affidarci il governo del paese?

La mia sensazione è che il governo Monti stia facendo alcune cose decisamente necessarie e sulle quali noi obiettivamente abbiamo dovuto concordare, e che anzi abbiamo stimolato. Ci sono momenti nella storia in cui capisci che devi lasciar da parte il tuo egoismo e la tua legittima voglia di governare. Però questa situazione è obiettivamente un passaggio sofferto, perché la politica del governo Monti non è la nostra politica. È chiaro che è un passaggio critico, ma è anche un passaggio obbligato; lo sosteniamo perché è indispensabile che così sia. Ma io spero che nel frattempo metteremo in campo la nostra idea di società che dovremo far approvare agli italiani nel 2013, spiegando perché abbiamo sostenuto certe cose pur non approvandole, e spiegando quelle che riusciremo a realizzare, pur se continua la situazione di difficoltà. Avendo acquisito anche un’informazione importante: che non tutto quello che si fa deve risultare positivo per la società nell’immediato. Perché il grande errore della politica negli ultimi decenni, purtroppo, è stato perseguire il populismo e la ricerca di un consenso immediato piuttosto che lavorare in prospettiva, con una capacità da statisti. Io credo che in questo periodo la gente abbia capito che la politica non può solo offrire. C’è anche il momento in cui la politica deve scegliere, e quando sceglie può darsi che tu appartenga alla categoria che ne riceve più danni che benefici. Però, se comprendi che questo fa parte di un progetto generale e gli obiettivi sono chiari e condivisibili, si diventa anche disponibili ad accettare questo sacrificio. Spero che questo ci sia servito, insomma, e che questo bagno che stiamo facendo non sia purificatore solo al nostro interno, ma serva anche a costruire una politica diversa. Che ci costringa a pensare a un modello politico diverso.

L’ultima domanda è uguale per tutti. Ti chiedo di raccontarmi una tua storia, personale o politica, di cambiamento.

Nella mia vita ci sono stati momenti di cambiamento eccezionale, in cui ho dovuto davvero scegliere. Penso a quando da dipendente sono diventata un imprenditore. È stato un percorso per nulla facile, perché quasi contemporaneamente avevo cambiato anche la mia vita privata. Mi ero separata e avevo deciso che lo star bene con me stessa e con mia figlia aveva un valore superiore rispetto al fatto di star bene in una famiglia «borghese». Ho rinunciato a tutto ciò che avevo e sono andata ad abitare in un appartamento in affitto, scegliendo di ricominciare la mia vita con mia figlia e mettendo in piedi quasi contestualmente un lavoro per il quale nessuno mi avrebbe dato una mano. Un doppio salto mortale fatto da sola, perché la mia famiglia d’origine naturalmente non aveva apprezzato. Questo è stato il cambiamento più forte, ma anche il più impegnativo e importante per me. Non solo perché mi ha dato il livello di potenzialità che potevo effettivamente raggiungere sia nel lavoro che nella mia vita privata, ma soprattutto perché mi ha fatto mettere sul piatto l’avere e l’essere, lo stare bene con se stessi o lo stare bene in una società ipocrita. E quindi ho fatto la scelta più difficile, quella più coraggiosa, ma è stata anche la scelta vincente. Per me e anche per coloro che in quel momento non erano d’accordo con me.

Come hai vissuto questo cambiamento così importante?

Con entusiasmo, con positività e con la voglia di guardare avanti e di respirare un’aria libera, nuova, fresca e pulita. La realtà nella quale vivo è molto individualista e anche fortemente connotata dall’avere. Una realtà nella quale il rappresentare se stessi attraverso gli oggetti, attraverso un evidente benessere materiale, è parte integrante della cultura locale. Però l’esperienza che mi ha portato a diventare sindaco di quella che è stata la città più ricca d’Italia nel 2005 mi ha portato anche a capire che in fondo, al di là della pigrizia, questa società che sembra così pigra e poco coraggiosa apprezza coloro che fanno delle scelte di coraggio e di innovazione.

Non siamo così conservatori come sembriamo, dunque.

Io credo di no. Credo che gli italiani vogliano un po’ lasciarsi abbindolare dai venditori di fumo, perché è comodo pensare che qualcuno possa risolvere i tuoi problemi. Ma abbiamo anche dimostrato, dal ’43 in avanti, quanto siamo capaci di riscosse straordinarie. E con la stessa semplicità con cui gli italiani hanno voluto sedersi e credere, hanno poi fatto vedere quanto siano in grado di combattere le illusioni. Siamo capaci di forti riscosse, collettive e individuali. Ma abbiamo bisogno di trovare una capacità politica e una guida nella società che risulti credibile e autorevole, e che sia letta come coraggiosa e innovatrice.

Ed è proprio una riscossa ciò di cui abbiamo bisogno anche oggi.

Foto: PdNetwork