L’occupazione della Carbosulcis

Perché circa 30 lavoratori della miniera sarda si sono barricati a 373 metri di profondità e che cosa chiedono al governo

Una trentina di lavoratori della Carbosulcis, la miniera di carbone di Nuraxi Figus, a Gonnesa, nella parte sud-occidentale della Sardegna, hanno occupato i pozzi barricandosi a 373 metri di profondità. I minatori hanno sequestrato 350 chili di esplosivo. La protesta, iniziata ieri sera verso le 22.30, è stata organizzata per convincere il Governo a sbloccare il progetto di rilancio della galleria (che dovrebbe essere in parte finanziato dall’Unione europea) destinato a riconvertire la miniera di carbone in una centrale che produca energia elettrica attraverso lo stoccaggio di anidride carbonica nel sottosuolo.

Non è la prima volta che accade qualcosa del genere. La miniera, dove ora lavorano 463 persone, fu già occupata nel 1984, nel 1993 e nel 1995, quando gli operai restarono in galleria per 100 giorni. Oltre a regione Sardegna, provincia e sindacati, la protesta è sostenuta anche da Enrico Piras, segretario regionale dell’Unione Popolare Cristiana (UpC), Marco Ferrando del Partito Comunista dei Lavoratori (PcL) e il deputato del Popolo della libertà (PdL) Mauro Pili, che oggi ha deciso di raggiungere i minatori.

I lavoratori hanno detto di voler restare nella miniera fino a venerdì prossimo, quando a Roma ci sarà quella che definiscono la “riunione decisiva” sul futuro della Carbosulcis. L’assessore regionale all’industria Alessandra Zedda  ha spiegato che «La strada per il rilancio della miniera di Nuraxi Figus è il progetto integrato di cattura e stoccaggio della CO2. Il Sulcis non puo’ privarsi di questa opportunità. Chiederemo al Governo l’applicazione della legge 99 del 2009, che prevede la realizzazione di una centrale termoelettrica basata sulle tecnologie di stoccaggio dell’anidride carbonica». L’assessore cercherà quindi di convincere il governo ad appoggiare la sperimentazione della tecnologia Carbon Capture and Storage di fronte all’Unione europea, concentrandosi sulla sua valenza sperimentale e sullo stato precario della rete elettrica sarda che in questo modo, a detta sua, potrebbe essere migliorata.

Entro il 31 dicembre di quest’anno la regione Sardegna, che ha preso in carico la Carbosulcis nel 1996 proprio con l’obiettivo di guidarne la “transizione” verso la privatizzazione, sarà costretta a mettere la società all’asta: se non ci saranno gli incentivi dell’Unione europea, è molto probabile che questa andrà deserta. Se cosi fosse, la miniera verrebbe chiusa. Nonostante ci sia una legge – l’ultima proroga risale al 2011 – che impegna il governo a realizzare una centrale termoelettrica alimentata dal carbone ripulito dall’anidride carbonica, l’Unione europea è molto scettica sulla sua realizzabilità e ha chiesto alcuni chiarimenti sul progetto.

Uno dei punti chiave è la necessità di recuperare quasi due miliardi di euro in otto anni. Secondo la regione Sardegna, questo sarebbe possibile intervenendo sulla bolletta elettrica, come già accade per finanziare le altre energie alternative. Ma l’Unione europea non è affatto d’accordo su questa ipotesi. Regione, provincia, sindacati e lavoratori, tutti d’accordo nel voler mantenere in vita la miniera, temono che il governo Monti la pensi come le autorità UE.

Per capire la storia dell’ultima miniera di carbone rimasta attiva in Italia, bisogna tornare indietro di qualche anno.  Sul bacino carbonifero sardo, scoperto nei primi decenni del 1800, si investì molto nel periodo fascista. Oltre a fondare la città di Carbonia, il regime all’epoca creò la Società mineraria carbonifera sarda. Ogni ambizione venne stroncata dalla Seconda guerra mondiale e nei primi anni 50 la nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) rese poco conveniente l’utilizzo del carbone sardo. Negli anni ’60 la gestione della miniera vene affidata prima all’Ente nazionale per l’energia elettrica (Enel), poi all’Ente nazionale idrocarburi (ENI) negli anni ’80.

Per 16 anni le miniere restarono ferme: dal 1982 al 1988 le uniche attività furono di manutenzione dei cantieri, in vista di una ripresa che arrivò solo dopo l’occupazione dei pozzi del 1984 e moltissime manifestazioni che portarono alla legge mineraria del 1985, che stanziò 505 miliardi di lire per la riattivazione del bacino del Sulcis. Nel 1994, dopo nuove proteste, un decreto del presidente della Repubblica stabilì il passaggio delle miniere a un soggetto privato, e lì nacque il progetto della tecnologia di stoccaggio dell’anidride carbonica.  Nel 1995 la prima asta internazionale per la privatizzazione andò deserta.