Il Post
Il problema con l'India
— Economia

Il problema con l’India

di Davide Maria De Luca

Perché si parla sempre della spettacolare crescita economica cinese, e "la più grande democrazia del mondo" continua a deludere le aspettative?

18 agosto 2012

Oggi l’agenzia di stampa Reuters riporta che l’India potrebbe essere il primo tra i paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) a perdere l’investement-grade, che è come dire che le agenzie di rating non considerano più sensato investire in quel paese (la situazione della Grecia, ad esempio). Anche il premier indiano Manmohan Singh condivide simili timori sul futuro dell’India: pochi giorni fa, al culmine delle celebrazioni per il 66esimo anniversario dell’indipendenza, ha dichiarato che bisogna fare di tutto per rafforzare l’economia e superare l’attuale momento di crisi.

L’India attualmente si dibatte in difficoltà molto superiori a quelle degli altri grandi paesi emergenti e alcuni suoi problemi strutturali (inefficienza burocratica, corruzione, instabilità politica) cominciano a sembrare ostacoli insuperabili sulla strada per il suo sviluppo. Alcuni arrivano a dire che è stato prematuro inserire l’India nei BRICS e che in realtà, per il suo futuro, non c’è molto da sperare.

Sono affermazioni all’apparenza piuttosto strane, visto che fino a un anno fa l’India era considerata la nuova Cina: un paese enorme, con uno sviluppo economico rapido e un potenziale di crescita quasi illimitato. Il fatto che l’India fosse una democrazia e non una dittatura nazionalista-comunista come la Cina, rendeva ancora più ottimisti sulle sue prospettive di crescita. Imprenditori di successo, come il magnate dell’automobile Ratan Tata, tra gli uomini più ricchi del mondo, avevano contribuito a creare dell’India l’immagine di un paese di successo e in rapida uscita dalla povertà.

La seconda Cina
La comparsa dell’India sulla scena mondiale come “seconda Cina” – dato che lo spettacolare sviluppo economico cinese non è più una notizia almeno dagli anni Novanta – ha una data precisa: gennaio 2006. Quell’anno, come tutti gli anni dal 1971, si svolgeva a Davos il World Economic Forum, una riunione annuale dove si incontrano e fanno affari imprenditori e finanzieri. Fin dall’inizio, il Forum di Davos ha anche attirato politici in cerca di visibilità o interessati a portare investimenti nei loro paesi.

Dall’inizio degli anni 2000 sempre più frequentemente a Davos si è parlato della crescita economica della Cina, mentre l’India faceva la figura di una, fra le tante, economie emergenti. Nel 2006 il governo indiano decise di cambiare le cose e investì, secondo stime prudenti, 4 milioni di dollari per pubblicizzare il paese al Forum di Davos. Ai delegati e giornalisti fu fatto trovare nella stanza d’albergo un iPod con musica indiana e una sciarpa di pashmina. Diverse feste e ricevimenti furono organizzati dalla delegazione indiana: incluso quello di chiusura che, stando ai testimoni, fu una sfarzosa celebrazione dell’India con bellezze locali che danzavano in costume davanti a una gigantografia del Taj Mahal blu elettrico, e conclusa da un discorso sulle opportunità offerte dal paese tenuto dal presidente del Forum con in testa un turbante colorato.

In realtà l’India aveva abbandonato quello che veniva chiamato “il tasso di crescita indù” (cioè una sostanziale stagnazione economica) già negli anni ’90 e aveva cominciato a crescere con tassi da economia emergente. Ma fu dal 2006 che cominciò a diffondersi la contrapposizione tra il Dragone (la Cina) e l’Elefante (l’India): due modelli differenti, ma ugualmente di successo, per la crescita economia dei paesi poveri.

Ma nel corso del 2012 anche i più ottimisti hanno dovuto rivedere la loro opinione sull’India. La crescita economica, ad esempio, è stata pessima, almeno rispetto alle previsioni. Alla fine del 2011 il governo indiano aveva annunciato che finalmente la crescita del PIL indiano avrebbe toccato le due cifre (cioè sarebbe salita al 10 per cento), raggiungendo finalmente il livello di crescita cinese. A febbraio, però, le stime sono state abbassate al 7,4 per cento. A luglio il governo ha dovuto ammettere che la crescita non avrebbe superato il 6% mentre in questi giorni un panel di esperti indipendenti ha definito stime credibili una crescita del 5-5,5%.

C’è poi la questione del deficit nella bilancia commerciale. La caratteristica fondamentale della Cina e di molti altri paesi in via di sviluppo è che hanno una bilancia commerciale attiva: cioè esportano più di quanto importano e questa è una cosa buona. L’India, incredibilmente, ha un deficit nella bilancia commerciale di 10 miliardi di dollari: caso unico tra i BRICS e tra gran parte delle economia emergenti.

Questo deficit è dovuto in parte a una scelta politica di favorire il mercato interno piuttosto che le esportazioni e in parte al costo che hanno le importazioni energetiche. L’India ha bisogno di comprare all’estero il suo petrolio e il suo carbone, ma lo fa con una moneta debolissima, la rupia (la peggiore moneta dell’Asia). Il petrolio si compra in dollari, quindi più la rupia cala di valore, meno petrolio si riesce a comprare con la stessa cifra.

La rupia è così debole proprio perché il paese non esporta molto: infatti, quando la bilancia commerciale di un paese è in attivo, sul mercato delle monete cresce la domanda per cambiare i propri soldi in quella moneta e comprare i beni di quel paese. Le monete rispondo alle leggi della domanda e dell’offerta, quindi se una moneta viene richiesta aumenta di valore. Naturalmente è valido anche il contrario. Ma la moneta indiana non aumenta di valore anche perché il governo continua a stampare rupie, nel tentativo di stimolare l’economia (sempre per la legge della domanda e dell’offerta, se aumentano le rupie in circolazione, tendenzialmente ne diminuisce il valore).

A questo ed altri problemi che affliggono l’India il Financial Times ha dedicato qualche settimana fa un editoriale di due colonne molto duro. Tenere i tassi bassi, cioè stampare rupie, scrive la redazione del FT, è una politica che non potrà continuare perché l’inflazione in India sta andando fuori controllo, mentre la scelta del governo di continuare a fare deficit, sempre nel tentativo di stimolare la crescita, potrebbe portare a un disastro nelle finanze pubbliche (le voci sulla perdita dell’investement-grade dell’India sono causate proprio da questo).

Ma la parte più dura dell’editoriale è quella dove si parla della classe politica indiana (e sembra di leggere dell’Italia, fatte tutte le dovute proporzioni). Secondo il FT, il principale problema dell’India è una classe politica divisa, incapace di agire, corrotta in maniera pervasiva, che si appoggia su una burocrazia lenta e inefficiente. In India c’è bisogno di grosse riforme che cambino la struttura profonda del paese, ma è improbabile, conclude l’editoriale, che l’attuale classe politica sia capace di compierle.

TAG: , , , , , ,    
  • http://pensieri-eretici.blogspot.com Mauro

    Che l’India sia “grande”, è vero.
    Se poi sia anche “democrazia”… ci sarebbe da porsi delle domande al proposito.
    Certo non è una dittatura. Ma basta non essere una dittatura per definirsi democrazia?
    Saluti,
    Mauro.

  • buba79

    se loro sono deludenti, noi cosa siamo? Dei pippaioli nati visto cosa sta succedendo ai due marò abbandonati dal ministro-filosofo “Tertium non datur”, vulgo Terzi. Però, se questo Tertium é davvero una creatura del Fini, allora mi spiego tutto, perfino come dal “vuoto cosmico” possa essere nato un intiero universo, dove sistemi di vuoto ancora più spinto possono occupare spazi fisici.Ma si sa: la fisica é un gran mistero

  • piti

    Nonostante tutto, l’India ha compiuto grandi passi avanti. Soffre non solo per la burocrazia mostruosa e la corruzione endemica citate in questo articolo. E’ che patisce anche l’arretratezza incredibile di enormi aree del Paese e la difficoltà ad uniformarsi alle logiche del mondo moderno come lo intendiamo abitualmente. Tensioni religiose di ogni tipo, tradizioni sociali millenarie che non si scardinano certo in mezza generazione, approccio realmente diverso all’esistenza rispetto ad altri Paesi ex poveri o comunque sulla strada della crescita. Se nonostante un mix di condizioni iniziali che sembrano pensate per essere destinati a non crescere mai economicamente, anche negli anni peggiori tirano fuori un +5% di PIL, mi sembra già miracoloso.

  • Lewis H. Tonna

    Alcuni degli indici macroeconomici riportati sono indubbiamente preoccupanti o comunque abbastanza da portare a pensare ad un disinvestimento, certo.
    Detto questo, siamo ancora così sicuri che le agenzie di rating ci diano una valutazione così affidabile del rischio di un paese, sì?

  • LAzy

    L’elevata corruzione, come in tutte le regioni dell’area, non è peggiore di quella cinese. Il capo di una società americana per cui ho lavorato affermava che preferiva lavorare in Cina nonostante fosse più difficile comunicare che non in India, per la burocrazia senza senso – per trasportare materiali da una regione all’altra bisognava pagare una import tax. All’interno dell’India!

  • wizard

    Anche in Cina ci sono alti livelli di burocrazia e corruzione. Ma lo strano modello capitalista-comunista della Cina, unito al suo potere centrale decisionista ed autoritario, funziona molto meglio che non la blanda democrazia “all’italiana” dell’India…

  • http://picappacappa.blogspot.com/ kappa

    avete mai lavorato con degli indiani?
    come on…

  • alessandromeis

    confido nella forza del capitale e del consumo per annientare, distruggere ed estirpare qualsiasi tipo di resistenza e tradizione alla modernità nel giro di 30 anni. Non esiste nulla di più potente del capitalismo e anche stavolta farà il suo sporco lavoro al di là di qualsiasi giudizio etico sia negativo che positivo.

  • piti

    E’ del tutto probabile che AlessandroMeis abbia ragione. Ma va detto che nel frattempo il mondo sta cambiando, verso direzioni sconosciute, ambientali, politiche, economiche e sociali. Mi chiedo se il capitalismo farà in tempo a funzionare come ha sempre fatto fino ad oggi.

  • zobbo

    Non faranno uscire l’India dai BRICS, diventerebbe un acronimo impronunciabile.

  • uqbal

    Meis

    Fammi capire, per cortesia. Quale sporco lavoro? Quale annientamento? In India la crescita economica ha portato benefici, ha tolto gente dalle strade, portato bambini a scuola, favorito l’impiego femminile.
    Cristo santo, una delle cose migliori di questo mondo, il microcredito, altro non è che capitalismo endogeno, e all’India serve come il pane.
    Poi i soldi magari li buttano per fare l’atomica (il nazionalismo è deficiente ovunque), però intanto oggi va meglio che ai tempi di Mountbatten.
    Cosa vuoi che sia l’India, perchè tu sia contento? Il caro vecchio rassicurante Paese di poveracci che hanno tanto bisogno della nostra caritá.

    Comunque levami una curiositá…sei di Casa Pound o Forza Nuova? La retorica della Tradizione usa quelle stesse parole.

  • alessandromeis

    Uqbal
    ho come la sensazione che le tue capacità interpretative siano profondamente alterate dal tuo enorme ego e dalla tua cronica lettura a senso unico, ogni volta mi rimproveri di cose che non ho detto, per cui io sono costretto a copiaincollare le stesse parole che hai abilmente saltato nel tuo impeto in difesa del capitalismo. “al di là di qualsiasi giudizio etico sia negativo che positivo.” Non c’è giudizio etico, lo sporco lavoro del capitalismo non è più sporco di quello di un becchino a Varanasi. Stavo semplicemente dicendo che il capitalismo cambierà tutto come sempre, distruggerà ogni cosa anche in India infischiandosene di resistenze culturali e politiche, come ha fatto in Italia o in Inghilterra fra 700-800, come ovunque.
    1) La crescita economica non ha tolto la gente dalle strade, non ha portato i bambini a scuola, paradossalmente li ha tolti dalle scuole in molti casi. Poi magari tu vedi e conosci un’India diversa. Le donne? si le donne lavorano di più. Ma non è la crescita economica quella di cui parliamo, è il sistema di mercato capitalista: le due cose, ti sorprenderà, non sono legate, non sempre.
    2) Il microcredito non è capitalismo endogeno, non è una delle cose migliori di questo mondo e sta provocando molti sfaceli.
    3) i soldi per l’atomica sono da deficienti, ma pure i soldi buttati per richiamare le solite multinazionali, per i soliti monopolisti, le tangenti e le concessioni a società occidentali e no per la costruzione di dighe o di miniere alla faccia dei nativi non sono proprio il massimo; ovviamente si sa il profitto non è da deficienti ma da efficienti.
    4)Non voglio niente per l’India, non saprei neanche cosa volere, è dannatamente complicato, sicuramente non quel tradizionalismo maschilista, sicuramente non un sistema pieno di ineguaglianze sotto migliaia di punti di vista. Però mi rendo conto delle complicazioni e delle implicazioni, di cosa sono quelle tradizioni (con la lettere minuscola prego, non ne esistono di sacre e imperiture ma di mobili e cangianti) di come le cose siano intrecciate: caste, matrimoni, capitalismo rampante che avanza, disuguaglianze, religione, bomba atomica, nazionalismo e minoranze etniche e religiose etc. Quindi evito di fare apologie da liberal fanatico e sprovveduto così come evito di piangere sul latte versato. Ripeto: descrivevo solo un processo inevitabile; bisognerà vederne e valutarne i risultati, poi.