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Quanti casi di doping ci sono stati alle Olimpiadi?
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Quanti casi di doping ci sono stati alle Olimpiadi?

Il primo, nel 1968, fu per due bicchieri di birra: un grafico dell'Economist

3 agosto 2012

In questa edizione delle Olimpiadi, due atleti sono già stati squalificati perché sono stati trovati positivi ai controlli antidoping: un atleta del sollevamento pesi albanese, il 19enne Hysen Pulaku (trovato positivo a uno steroide anabolizzante) e una ginnasta uzbeka, la 20enne Luiza Galiulina (a causa di un diuretico). In totale, nella storia delle Olimpiadi estive, i casi di test antidoping positivi sono stati 85, di 44 nazionalità diverse: l’Economist ha pubblicato un grafico che mostra i casi di doping per ogni edizione e per la nazionalità degli atleti coinvolti.

I campioni di sangue e di urina che vengono raccolti a Londra verranno conservati per otto anni, in modo da essere disponibili anche nel caso che i controlli diventino più avanzati. Anche i cavalli usati nelle competizioni di equitazione sono testati (alle Olimpiadi di Pechino, nel 2008, sei risultarono positivi). La disciplina in cui si sono verificati più casi, ben trenta in otto edizioni, è il sollevamento pesi. La nazione con più atleti squalificati, nella storia delle Olimpiadi, è la Bulgaria (8 casi) mentre l’Italia ne ha 2. I regolamenti anti-doping furono introdotti dal Comitato Olimpico Internazionale solo nel 1967, e il primo atleta ad essere squalificato, nel 1968, fu il 27enne svedese Hans-Gunnar Liljenwall: gareggiava nel pentathlon, vinse il bronzo, ma fu squalificato perché fu trovato con una quantità eccessiva di alcol in corpo. Lui disse di aver bevuto due birre per calmarsi, prima della gara di pistola, ma dovette restituire la medaglia. Pare che diversi altri atleti avessero assunto tranquillanti prima di quella gara, ma non vennero sanzionati perché i farmaci non erano ancora nella lista delle sostanze proibite.

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  • leguleio

    Un caso antecedente al 1967 di cui possiamo essere ragionevolmente sicuri è quello del ciclista danese Knud Enemark Jensen, morto durante la corsa ciclistica di Roma 1960. Aveva 23 anni. Il suo allenatore Oluf Jørgensen avrebbe ammesso al quotidiano danese Aktuelt di avergli somministrato un “farmaco svizzero”. L’autopsia, consegnata da tre medici nel marzo 1961 (l’Italia non si smentisce mai!), sostenne però che la causa era stata arresto cardiaco; è peraltro difficile pensare che il doping fosse estraneo al suo svenimento mentre pedalava, e alla successiva morte.
     
    Ancora precedente è il caso di Thomas Hicks, statunitense, che nell’olimpiade di Saint Louis, Missouri, stramazzò subito dopo aver tagliato il traguardo della maratona: il suo allenatore gli aveva somministrato un cocktail di brandy e stricnina.

  • http://www.aurelianobuendia.splinder.com aurelianobuendia

    ma quindi certe nuotatrici della DDR non furono mai squalificate?
    (difatti i dati relativi alla Germania sono tutti post unificazione)

  • leguleio

    Per aurelianobuendia
    ma quindi certe nuotatrici della DDR non furono mai squalificate?
    (difatti i dati relativi alla Germania sono tutti post unificazione)

     
    No. Pare che le autorità delle Repubblica democratica tedesca fossero consce delle conseguenze anche politiche di un caso doping generalizzato, e quindi facevano test antidoping prima di inviare atlete ed atleti alle competizioni internazionali. Nel caso risultassero positivi, non permettevano l’espatrio e giustificavano l’assenza con infortuni accaduti durante l’allenamento.
     
    Ciò che sappiamo del doping in quel periodo proviene dagli archivi della DDR dopo la caduta del muro e da testimonianze in prima persona.