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"Non siamo giapponesi"
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“Non siamo giapponesi”

Nel suo nuovo ebook Leonardo Tondelli parla del terremoto in Emilia e invita a mettere da parte "la statuetta dell’emiliano autonomo e fiero"

2 agosto 2012

Il 26 luglio è uscito per la casa editrice Chiarelettere l’ebook La scossa, in cui Leonardo Tondelli – insegnante e, tra le altre cose, blogger del Post – racconta il terremoto che ha colpito l’Emilia lo scorso maggio. Tondelli è nato e vive in provincia di Modena e insegna italiano, storia e geografia in una scuola media di Carpi. Il libro è disponibile in formato digitale al costo di 2,99 euro. Il ricavato delle vendite verrà devoluto alla ricostruzione del comune di Cavezzo. Di seguito pubblichiamo il capitolo “Non siamo giapponesi”, in cui si parla di capannoni, Parmigiano, Frecce tricolori e camorra.

Non siamo giapponesi

Io credo che il rumore della scossa del 29 non me lo scorderò più. Però è anche vero che assomiglia ad altri rumori, che da quel giorno in poi mi fanno un po’ male al cuore. I tuoni, per esempio, e questo mi ha fatto odiare gli acquazzoni estivi. Anche gli aeroplani certe volte mi spaventano. Lo sciame sismico è snervante: puoi mantenere i nervi saldi durante una scossa di magnitudo 5.9 per poi impazzire perché hai sentito un tuono. E ogni tanto le sirene alla finestra ti dicono che qualcun altro ha il cuore più debole del tuo.

Mentre notavo queste cose, e in farmacia il Lexotan andava via come il pane, un giornalista prestigioso, uno di quelli che girano il mondo e chiacchierano con tutti, visitava le tendopoli, assaggiava i tortellini, e decideva che il morale era alto, perché… Perché gli emiliani sono così, sempre di buonumore. Siccome poi il giornalista riteneva necessario trovare un compromesso sul tema del giorno – l’annosa polemica della parata – decise testé di proporre su internet il seguente referendum consultivo: che ne pensate di far volare le Frecce tricolori, invece che a Roma, sui terremotati? Sarebbe un bel gesto di solidarietà, non è vero? Un bell’invito a… come si dice da voi? A tener botta.

Racconto l’episodio perché secondo me è indicativo di dove ci porta la retorica dell’emiliano solare e proattivo. Quello dopo un piatto di tortellini aveva partorito l’idea di esprimerci solidarietà facendoci sentire il rombo delle Frecce tricolori, a tutti quanti. E se a tre o quattro anziani, in case di riposo dislocate in luoghi di fortuna, fossero saltate le coronarie, nessuno avrebbe fatto il collegamento. Bisogna smettere di offrire tortellini alla gente. Poi si convincono che noi stiamo bene e siamo pronti a ripartire. Non stiamo affatto bene. Forse non siamo pronti a ripartire.

Su internet c’è un brano che è girato così tanto che non riesco più a capire chi lo abbia scritto (dev’essere almeno passato per «Il Resto del Carlino»). Ormai è di tutti quelli che l’hanno condiviso. Il motivo di tanto successo credo sia evidente:

«Gli emiliano-romagnoli sono così. Devono fare una macchina? Loro ti fanno una Ferrari, una Maserati e una Lamborghini. Devono fare una moto? Loro costruiscono una Ducati. Devono fare un formaggio? Loro si inventano il Parmigiano Reggiano. Devono fare due spaghetti? Loro mettono in piedi la Barilla. Devono farti un caffè? Loro ti fanno la Saeco. Devono trovare qualcuno che scriva canzonette? Loro ti fanno nascere gente come Dalla, Morandi, Vasco, Ligabue e la Pausini. Devono farti una siringa? Loro ti tirano su un’azienda biomedicale. Devono fare quattro piastrelle? Loro se ne escono con delle maioliche. Sono come i giapponesi, non si fermano, non si stancano, e se devono fare una cosa, a loro piace farla bene e bella, ed utile a tutti… Ci saranno pietre da raccogliere dopo un terremoto? Loro alla fine faranno cattedrali».

Questi sono i tipici discorsi che l’emiliano amerebbe ascoltare – se esistesse. Ma forse non esiste, e comunque chi non amerebbe sentirsi descrivere così. Siamo bravi, abbiamo fatto la Ferrari e il Parmigiano Reggiano, quindi uno sciame sismico cosa vuoi che sia? Ci risolleveremo, perché pare sia una caratteristica tipica degli emiliani, risollevarsi. Questi discorsi ci aiutano a crearci un’identità – una cosa piuttosto labile, in Valpadana, dove tanti sono arrivati negli ultimi sessant’anni – e a farci coraggio; e indubbiamente in questo periodo ne abbiamo bisogno. Però, se uno ci riflette un attimo, sono solo parole. Non vogliono dire quasi niente.

Per accorgersene basta riandare al terribile sisma dell’Aquila, rileggere gli articoli, riascoltare le dirette tv. Per scoprire che in Italia c’era, a detta dei commentatori, almeno un altro popolo indomito e fiero che non si sarebbe fatto impressionare dal terremoto, gli aquilani appunto. Anche loro avrebbero ricostruito tutto alla svelta. Quando si è capito che non sarebbe andata così, a uno stereotipo (il fiero aquilano indomito ricostruttore) ne è immediatamente subentrato un altro: il pigro meridionale fatalista, se l’Aquila è ancora una maceria è colpa sua. Quando dopo il sisma del 20 maggio pensarono bene di intervistare il ferrarese Vittorio Sgarbi, la condanna fu senza appello:
«Sono molto ottimista perché conosco la disponibilità psicologica emiliana, il senso civico, imprenditoriale, amministrativo. Insomma, non staranno fermi e sono convinto che tra un mese saranno già ripartiti. All’Aquila son passati tre anni, ma è tutto esattamente come all’indomani del sisma. Stanno mani in mano, ad aspettare».

Conviene ricordarsele, le parole di Sgarbi, per capire cosa potrebbe capitare tra qualche anno, se le cose non vanno per il verso giusto – e le cose potrebbero non andare per il verso giusto, Ferrari o non Ferrari, Parmigiano o non Parmigiano.

Al posto dell’emiliano intrepido, ricco di inventiva e voglia di fare (in sostanza uno stereotipo del lumbard con l’etichetta sovrapposta all’ultimo momento) potrebbe subentrare quella dell’emiliano fatalista, dell’emiliano retrivo, rassegnato alla palude e al sottosviluppo: dopotutto certi comuni della Bassa sono rimasti zone depresse fino agli anni Sessanta. Insieme al Polesine, erano incluse in quel «meridione del Nord» da cui si fuggiva in cerca di lavoro a Milano o Torino. Dopotutto il fascismo agrario non è nato proprio qui, nella Bassa dei braccianti e dei mezzadri? E non è qui che la guerra civile proseguì ben oltre il 25 aprile, come ha scritto Giampaolo Pansa nei suoi ultimi novecentocinquantasei libri? Non che questo c’entri molto col terremoto, ma se è per questo, nemmeno la Ferrari, e quindi?

La statuetta dell’emiliano autonomo e fiero di rimboccarsi le maniche è l’espressione di un desiderio: noi non siamo necessariamente così, ma è così che gli altri ci vorrebbero vedere. Se fossimo così gentili da rimboccarci le maniche e risolvere tutto senza pianger troppo miseria, ecco, il resto d’Italia questa cosa la apprezzerebbe molto.

Noi però non siamo così. Non necessariamente. Non abbiamo inventato né la Ferrari, né il Parmigiano: tutte cose che abbiamo ereditato dai nonni, ma in quanto a creatività dobbiamo ancora dimostrare di saper reggere il confronto. Se davvero c’è una caratteristica emiliana che abbiamo conservato, forse è quella sensazione di incredulità, di scetticismo nei confronti dei mali del mondo, che non ci ha reso un buon servizio: noi nell’eventualità di un terremoto del genere semplicemente non ci credevamo, non sono cose che potevano accadere da noi, perché da noi non accade mai niente di male.

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  • piti

    Da uomo di confine fra Emilia e Romagna, dico solo questo: tutto vero, e tutto perfetto, fino alla virgola.

  • gilluc

    Che bell’articolo, quant’è bravo Tondelli.

  • http://sgangheropoli.blogspot.com dalecooper

    Comprato subito. Leonardo e’ un grande.

  • mariof

    Abito in un Comune appena al di fuori dalla zona ufficialmente terremotata, e devo ammettere che quello che scrive Leonardo è maledettamente vero…

  • parro

    Tutto vero quello che dice l’articolo, ma secondo me manca un punto fondamentale. Vivo a Bologna da che ero bambino e lavoro da 9 anni nella bassa, a San Matteo della Decima (cercatelo su google maps ;-)) in un azineda che non fa parmigiano e non è un’officina metalmeccanica, siamo una web agency. Quello che secondo me distingueva i bolognesi e gli emiliani dall’”italiano medio” era che non piangeva costantemente per un passato glorioso che non c’era più. Sarà perchè nella pianura padana non c’è niente, sarà per l’ingenuità di non guardare troppo indietro, pensando che anche il presente è importante, un tempo ai problemi si cercava una soluzione, piuttosto che lamentarsi e sottolineare che ci sono sempre dei problemi (ma va?).
    Ora tutto questo nel carattere dei bolognesi si è perso da un pezzo, nella bassa ancora resiste in parte e speriamo che “tenga botta”. Certo che la Ferrari non l’abbiamo fatta noi, ma ci inventermo qualcos’altro, si spera, se la smettiamo di fissare le macerie e cominciamo a pensare a cosa costruire al posto del capannone.

  • Guada

    Va bene! Voi emiliani non siete i supereroi che la televisione ci ha raccontato fino alla fine degli Europei di calcio (quando sono terminati contemporaneamente i collegamenti dai campi di calcio e dai campi di tende).
    Ho avuto occasione di venire a dare una mano con un’associazione e i racconti delle persone erano tutti uguali: spavento, paura e incertezza per il futuro.
    Ma non ho incontrato persone che avevano chiuso con il futuro!
    Tutti speravano ( e credo lo sperino tuttora) che gli venisse concessa la possibilità di riprendersi, che non ci si dimenticasse di loro, perchè pensano di potercela fare, ma non da soli.
    Quindi, va benissimo mostrare le proprie debolezze e insicurezze, ma poi diamoci tutti da fare per “tirare la carretta”, per il bene di tutti, non solo degli emiliani.

  • dadaniele74

    Eccomi, sono l’autore del pezzo sull’Emilia circolato su internet, quello sulla Ferrari, il Parmigiano e la Barilla, per intenderci… L’ho scritto il 31 maggio, a pochi giorni dalla seconda scossa. Ero in macchina, bloccato nel traffico di Lugano, città che attraverso tutti i giorni per andare al lavoro. L’ho scritto di getto, guardando proprio una Ferrari nella fila accanto alla mia, in Svizzera è pieno. Son macchine solo da guardare per la maggior parte di noi, comuni mortali. Son come le madonne nelle chiese, si guardano ma non si toccano. Ad un certo punto ho pensato ad una cosa un po’ assurda, del tipo che forse avevo qualcosa in comune con quella macchina lì perché mia nonna abita a Carpi. In fondo, ho pensato, Maranallo-Carpi son poi solo 40 chilometri. Lo so perché ad ottobre ci avevo corso la maratona. Poi ho pensato che anche i miei zii e i miei cugini son di Carpi e i miei genitori si sono sposati a Carpi ed io e mia sorella siamo stati battezzati a Carpi, e così via ho cominciato a scrivere sul telefonino, in macchina (da fermo, s’intende).
    Ho pubblicato quel pezzo sulla mia bacheca di Facebook, poi mio zio mi ha detto di mandarlo al Resto del Carlino perché anche le parole potevano portare conforto non solo i soldi e le tende. Dalle pagine di quel quotidiano ha cominciato a girare in un modo che proprio non avevo previsto. Molti lo hanno copiato senza citare né fonte né autore, molti altri lo hanno condiviso, molti altri lo hanno modificato aggiungendo pezzi ed in un passaparola incontrollato e incontrollabile mi sono ritrovato letto sul palco del concerto per l’Emilia da Fabrizio Frizzi. Roba da non crederci. Il mio pezzo originale era un po’ diverso, finiva con una frase che hanno tolto, ma va bene così, adesso non importa.
    A rileggerlo ora, è vero, sono solo parole, come dice Leonardo Tondelli, e se devo essere sincero, mi danno anche un po’ di nausea. Ma è attraverso le parole che noi raccontiamo storie, che noi raccontiamo noi stessi. Ed è forse la capacità umana di narrare, di descrivere la realtà percepita e soprattutto di descrivere realtà non percepibili che fa dell’uomo un elemento unico tra gli organismi viventi. Le storie vengono raccontate per affrontare la vita e la vita è cambiamento. La vita è una storia di cambiamento. E’ anche vero però che tutte le descrizioni, le narrazioni sono soggettive e perciò parziali. Non avevo la pretesa e la presunzione di descrivere l’Emilia o l’emilianità in generale, volevo solo descrive quel pezzo di terra per come lo vedo io, per come avevo imparato a vederlo io, nel corso degli anni, nel corso della mia storia. E tutti noi scegliamo le storie da raccontare in base alla loro efficacia piuttosto che in base alla loro verità intrinseca (che in fondo poi non esiste neppure…). Quell’immagine lì, degli emiliani che fanno cose straordinarie come i giapponesi mi sembrava, probabilmente spinto dall’onda emotiva, un’immagine funzionale, un’altravisione rispetto a quella del terremotato povero e disgraziato in balia dello sciame sismico…. Io li ho sempre visti come gente che non si piangeva troppo addosso e non stava mai ferma, a parte i pensionati nei parchi. Ma anche lì secondo me c’era un bel movimento…
    In un libro che sto studiando per un esame a settembre, la Pragmatica della Comunicazione Umana, si dice in sostanza che le parole fanno succedere cose. Non ci credevo, ora ne ho avuto la prova. Le mie parole hanno fatto succedere cose, hanno innescato dibattiti, fatto scrivere articoli, interviste, commenti, forum. E tutto questo in fondo io penso sia davvero bellissimo, perché si è dato vita ad altre storie ad altre visioni, ad altre possibilità di lettura. Abbiamo co-creato un’altra storia con finale multiplo, ognuno si scelga poi il proprio. Molti mi hanno cercato, ringraziato per il conforto che avevano suscitato in loro e per la speranza finale di riuscire a costruire, ancora una volta, cose meravigliose come cattedrali. Il mio pezzo finiva con “NOI alla fine ne faremo cattedrali”. Non c’era un LORO, c’era un noi. Nel senso che le cattedrali non si costruiscono mica da soli e tantomeno in un giorno… Molti altri mi hanno criticato, accusato di razzismo e di qualunquismo. Insomma quelle parole, scritte in macchina, hanno fatto più strada di quello che potevo immaginarmi e hanno fatto succedere cose: qualcuno si è asciugato le lacrime e qualcun altro mi ha mandato a cagare. Fantastico. Non potevo pensare ad un epilogo migliore.
    Io penso che le storie, così come ce le raccontiamo, possono anche offrire una via d’uscita dalla sofferenza grazie alla costruzione di “storie alternative”. Si può chiamare anche qui, per ironia della sorte, costruzione e ricostruzione. La domanda è: quale storia vogliamo raccontarci? Quale storia in questo momento è più utile, funzionale per riuscire a stare un po’ meglio? Le storie certo non fermano i terremoti, non fanno neanche abbassare lo SPREAD, per essere attuali, però è grazie alle storie che raccontiamo, nelle quali noi siamo il personaggio principale, che proviamo a sopravvivere ogni giorno. Io cerco di farlo da emiliano, per come lo intendo io, anche se sono nato a Como da genitori avellinesi… E non si tratta certo di indorare la pillola, di rigirare la frittata o di raccontare storielle al popolino come faceva un certo Silvio, si tratta di trovare il modo di imparare dagli errori e di ricostruire insieme una “storia di forza” che possa aprire la strada anche all’azione politica. Ecco perché i momenti di crisi, le tragedie come i terremoti, possono essere visti e raccontati, senza certo scadere nel becero cinismo, come opportunità di crescita, di coesione di concertazione. Sarebbe bello poter raccontare alle generazioni future che siamo stati capaci di “ricostruire città più sicure, rispettose dell’ambiente e dei suoi abitanti, antisismiche e perfino ecologicamente compatibili. Città diverse di quelle in cui vivevamo e amavamo, magari migliori” (cito Cristina Ceretti, gruppo PD regione Emilia-Romagna). Son queste le cattedrali che intendevo. Questo è il tempo del qui e ora, del fare l’emiliano più che dell’essere emiliano.
    Ora chiudo, sono felice perché penso che anche le mie parole, nel loro piccolo, abbiamo dato la possibilità di generare riflessioni costruttive e ringrazio Leonardo Tondelli per averlo fatto nel libro che acquisterò volentieri, offendo un’altravisione rispetto a quella dell’emiliano che avevo presentato io. Paradossalmente nessuna è del tutto vera e nessuna è del tutto falsa. Una bella fortuna.
    Ultimo: ho scoperto da poco una cosa anche banale, ma che mi ha fatto pensare. L’anagramma della parola storie è tesori. Si commenta da solo. Davide Daniele

  • marcobo

    da uno che è “appena dentro il cratere”
    hai colto un mio (ma ora so essere diffuso) pensiero
    “Io credo che il rumore della scossa del 29 non me lo scorderò più”
    già passato da amazon
    ciao

  • enrisol

    Letto per metà: stesso stile ironico e serio di sempre!
    Complimenti :)

  • ellevu

    Trovo il pezzo di Tondelli ingiusto! Una persona che tradisce aspettative troppo alte, da fumetto supereroi, che poi scopre che babbo natale non esiste e quindi scrive un libro sul Natale che non esiste. Io mi sono sposato il 3 giugno, a Bomporto, chiesa fuorigioco, villa quasi inagibile, la fiorista col negozio ridotto una mucchia di mattoni. Mia moglie ha trovato chi montava le tensostrutture, i gestori accampati nel cortile della villa, la fiorista a confezionare le piante in quello che le rimaneva della casa.
    Il pezzo di Tondelli è anche sciocco! Neanche i giappesi sono tutti samurai e solo i casi psichiatrici non sentono la paura. Ed è qui l’eroismo, vero: hai paura, sei stanco, non sai cosa succederà domani e vai avanti. Hai solo qualcuno che ti da l’esempio e qualcuno che sa scrivere quella retorica che fa stare meglio.
    Il pezzo di Tondelli è anche irritante. Lo sappiamo gia da noi che è un casino, che Finale resterà deserta per anni e che la mafia ci sta gia mettendo le mani. Nove alberi sono morti e ne resta uno solo? Noi dedicheremo ogni minuto a quello rimasto.
    È una questione di pesi: quanto vuoi darne a quanto c’è di buono e quanto a ciò che è cattivo.

  • eleonora11

    Approfitto di questo post per lasciare un commento, che non riguarda Tondelli che seguo quasi quotidianamente attraverso le sue parole, ma il Sig. Davide Daniele di cui sopra.
    Il pezzo sull’Emilia scritto da te ha iniziato a darmi la nausea quando l’ho visto sulle bacheche Facebook di quelli che solitamente riempono la home con foto di bambini malati appesi ad un filo, cani abbandonati, frasi sdolcinate, per impietosire pensando che basti condividere un link su un social network per pulirsi la coscienza.
    La nausea aumentava quando l’ho sentito citare da bocche mediocri, quando l’ho letto su giornali mediocri e non per ultimo in valore di tristezza, citato da Frizzi. Ho iniziato ad evitarlo come la peste, il cuore al momento era troppo pesante per prendersi carico anche delle sciocchezze. Poi non l’ho più sentito nominare, l’ho visto sparire dalle bacheche di Facebook, sparire dalla circolazione e ho tirato un sospiro di sollievo.
    Ma adesso mi ha fatto molto piacere scoprire invece una persona nuova e non completamente detestabile, capisco che la colpa non sia unicamente tua. I social network sono un’arma a doppio taglio, un inno alla libertà tanto quanto un distorsore della realtà.
    Spero di leggerti una prossima volta, possibilmente non attraverso un tormentone.
    Saluti da Carpi.

  • debrando

    Anch’io da Decima, dove lavora Parro, trasferito qui da un paio d’anni provenendo da Ravenna.

    Il pezzo azzecca dei punti, è calzante il parallelo del capannone evoluzione del fienile: conosco in prima persona vari piccoli imprenditori in quella situazione, in particolare edili. Generalizzare nella direzione opposta però che senso ha? Uno dei capannoni con maggiori perdite – anche umane – era di http://www.ceramicasantagostino.it: l’azienda esporta in tutto il mondo ed è in continua espansione – tanto da essersi dotata di un cavalcavia privato avendo finito lo spazio plausibile dall’originario lato della strada. Ma vogliamo parlare del Distretto Biomedicale di Mirandola? E’ nato nel 1962 e si mantiene ai vertici come soluzioni tecnologiche, anche qui esportando in tutto il mondo. E il terremoto l’ha devastato. La Lamborghini è poco più in la, la proprietà è ora tedesca ma i lavoratori sono ancora in maggioranza di queste parti: è una delle poche aziende automobilistiche ad essere cresciuta in questi anni di crisi.

    E vogliamo andare alle persone? Nel paese case e strutture inagibili sono centinaia – anche il mio bar preferito – ma sebbene la paura si respiri ancora nell’aria la vita continua: anche la sagra del melone dop, organizzata da volontari per autofinanziare il tradizionale http://www.carnevaledidecima.it s’è tenuta come tutti gli anni e l’affluenza era quella di sempre. Questo mentre i giardini sono ancora popolati di tende, segno tangibile del doloroso crollo anzitutto delle certezze – dell’essere sicuri in casa propria.

    Piccoli esempi che ci ricordano come la realtà sia al solito molto più complessa di quanto romanzati racconti. Il che ci può stare, al lettore piacciono le semplificazioni e gli stereotipi: però farlo criticando altri stereotipi diventa il bue che dà del cornuto all’asino.

    Il problema del nanismo imprenditoriale è diffuso in tutta Italia, anzitutto per un sistema fiscale e normativo che disincentiva ad uscire dalla dimensione artigianale, ma problema resta e non lo si nega. Da qui però a dipingere l’Emilia come una terra in decadenza però ne passa, e numeri alla mano di rivela falso: il PIL e l’occupazioni sono costantemente cresciuti sino a prima della crisi, e nella flessione di questo fosco frangente internazionali gli indici restano migliori rispetto al dato dell’intera Nazione.

    Facciamo così allora: buttiamo a mare tutte le etichette, e ricordandosi del terremoto che venga in mente solo di unirsi al coro di chi qui vuol tornare a lavorare ma per farlo necessità di risposte celeri e chiare dallo Stato.

  • cristina2807

    Nominiamo il giornalista prestigioso che ha proposto di far volare le Frecce Tricolori: Gianni Riotta.

  • dadaniele74

    Per ELEONORA11: Che bella definizione: persona non completamente detestabile. Credo che cambierò il mio stato con questo. Possa condividerla?… Se ci pensi è davvero un’espressione fantastica per definire qualcuno, apre uno squarcio di curiosità che ti fa venire voglia di andare avanti a vedere se c’è dell’altro di non così propriamente detestabile, al di là dei pregiudizi o delle cornici in cui a volte ci incastriamo. Condivido in pieno la tua nausea, anche per tutti i gattini cagnolini e bambini che affollano le bacheche. Mi fan venire un nervoso che non immagini. Sono responsabile delle parole che uso, non dell’uso, improprio e distorto, che possono farne gli altri. Felice che tu lo abbia capito. Alla prossima! Viva Carpi! P.S. Ho comprato il libro di Tondelli, non lo conoscevo, lo adoro già.

  • leonardoT

    Daniele, grazie per essere intervenuto. Davvero non riuscivo a risalire a chi avesse scritto quel pezzo, sembrava comparso dal nulla. Credo sia normale non riconoscersi più nelle cose che si scrivono, a me accade spesso.

  • dadaniele74

    Ciao Leonardo, grazie per la tua risposta, ti confesso che un po’ ci speravo. Vorrei raccontarti ancora qualcosa, sempre riguardo al “pezzo incriminato”. Pensa che i primi giorni, quando ho cominciato ad accorgermi che stava circolando con una rapidità impressionante, ci rimanevo male a non vedere il mio nome citato. Era sulle bacheche di gente mai sentita, mai vista, su siti e blog mai frequentati. Qualcuno addirittura rispondeva pure prendendosene il merito (per esempio il sito de ilmeteo.it). Gli ho scritto una email di fuoco. Stupido orgoglio, niente di più, ora a pensarci mi faccio tristezza da solo. Mi indignavo, facevo un po’ con tutti il “cazziatone moralista” sull’onestà e i diritti d’autore, insomma quelle robe lì. Poi ho smesso perché mi sentivo molto sciacallo. Il mio pezzo non era più solo il mio pezzo. Insomma la gente lo aveva modificato attaccandoci brandelli di emilianità che io non avevo messo, che non sentivo. I romagnoli, la Lamborghini, la Pausini, i profilattici Hatu ecc. Mi son detto Va bene è vostro, fatene poi quel che volete. Sembrava vivesse di vita propria, si rigenerava, si moltiplicava e io non potevo fermarlo. Sembrava funzionare, sembrava avere proprietà taumaturgiche. Così ho smesso di fare sia il pavone che lo sciacallo e mi son messo a fare l’orso. Son stato lì a guardare l’effetto che faceva e mi sono accorto che nella ripetizione continua se ne perdeva un po’ il senso. Il refrain non lo aveva amplificato, lo aveva distorto. Come quando si ripete all’infinito una parola e alla fine ti rimane solo un’accozzaglia di consonanti e vocali. Come quelle lettere d’amore che si scrivono di notte e che al mattino fanno sempre un po’ ridere.
    Ora penso a quel che ho imparato e alle persone che mi ha fatto conoscere, persone fantastiche che mi hanno raccontato la loro storia, di sofferenza, di paura, di coraggio, di progetti, di cantieri… Un tesoro prezioso, come tutte le storie. Ho conosciuto anche te, letterariamente parlando, e in fondo penso che qualcosa di buono e utile, quelle parole, lo hanno pur fatto. Ti stringo la mano, forte. Davide

  • eleonora11

    Puoi condividere ciò che vuoi su internet, questo dovresti averlo imparato ;)