Il Post
I fortunati padri svedesi

I fortunati padri svedesi

Il governo vuole arricchire ancora le già avanzate norme sul congedo di paternità: «I padri non sono uomini delle caverne»

2 agosto 2012

La Svezia è uno dei paesi al mondo più avanzati in materia di paternità. Lo stato svedese permette ai neo-padri di astenersi dal lavoro per un periodo che va da un minimo di due a un massimo di otto mesi. I padri possono usufruire del congedo – che può essere anche suddiviso in ore, giorni e mesi – dalla nascita del bambino fino al suo ottavo anno di età. Il periodo minimo necessario per avere le agevolazioni del governo è due mesi, e negli ultimi tempi si sta discutendo se aumentarlo a tre. I padri in congedo ricevono dallo stato l’80 per cento dello stipendio. I cosiddetti latte dads - come in Svezia vengono chiamati gli uomini che usufruiscono del congedo – sono sempre più diffusi e il Parlamento sta pensando di introdurre nuove norme perché siano ancora di più.

La Svezia fu il primo paese al mondo a convertire il congedo di maternità in congedo parentale, nel 1974. L’obiettivo era incoraggiare le donne a lavorare e raggiungere la parità tra i sessi nel livello di occupazione. I padri che se ne servivano erano soltanto il 6 per cento del totale, percentuale che rimase invariata fino agli anni Novanta. Nel 1995 venne introdotto il congedo di paternità: nessun padre era obbligato a restare a casa ma se non lo faceva la famiglia perdeva un mese di sussidi. In poco tempo otto uomini su dieci presero il congedo. Nel 2002 la durata del congedo venne estesa a tredici mesi, di cui due erano riservati ai padri e non potevano essere trasferiti alle madri. La misura non aumentò molto il numero di uomini che decidevano di restare a casa, ma raddoppiò – almeno – il periodo di tempo in cui lo facevano. Al momento il governo incoraggia i genitori con ulteriori incentivi perché dividano equamente il tempo del congedo, che nel frattempo è arrivato a 480 giorni.

Le misure del governo svedese hanno funzionato: ora la maggioranza dei padri usufruisce del congedo e circa il 72 per cento delle donne ha un impiego, part time o a tempo pieno. La media europea dei padri che sceglie di stare a casa è del 30 per cento mentre in Svezia è del 69 per cento e così in Finlandia, altro paese all’avanguardia in queste politiche. In Italia, dove i dati si riferiscono ancora al congedo parentale facoltativo, la percentuale dei padri che resta a casa con i figli è del sette per cento, una soglia che si abbassa al tre per cento in caso occupino posizioni dirigenziali.

Non è facile stabilire quanto il congedo di paternità costi allo stato svedese. Un rapporto pubblicato dalla Organization for Economic Cooperation and Development (OECD) ha stimato che il costo è pari almeno allo 0,8 per cento del prodotto interno lordo (3,7 miliardi di dollari nel 2007). Si è molto discusso se introdurre il terzo mese di congedo riservato ai padri anche nella riunione annuale del Folkpartiet Party (che fa parte della coalizione di centro destra ora al governo). Alla fine il partito ha bocciato l’idea ma il numero di politici favorevoli è in costante aumento. «I padri non sono più uomini delle caverne con la clava, ma uomini che assumono responsabilità sempre maggiori nei confronti della casa e della famiglia», ha scritto la dirigente del partito Lisbet Enbjerde in un editoriale sul quotidiano svedese Helsingborgs Dagblad. Jeanette Skijle, direttrice delle risorse umane della multinazionale dell’abbigliamento H&M, ha commentato: «La nostra azienda non fa alcuna differenza se a restare a casa dopo la nascita di un figlio è una madre o un padre. Se lo stipendio di un dipendente supera i limiti previsti dal programma governativo, allora l’azienda provvede a integrare la differenza».

In Italia la legge di riforma del mercato del lavoro del ministro Elsa Fornero (entrata in vigore il 18 luglio) ha introdotto per la prima volta in Italia il congedo di paternità obbligatorio. La legge prevede, per ora in via sperimentale e solo per gli anni 2013-2015 , che entro i primi cinque mesi di vita del bambino il padre abbia il diritto di astenersi dal lavoro per un giorno. Sono poi possibili altri due giorni di sostituzione continuativa, che vengono sottratti ai giorni di congedo che spettano alla madre. Per tutti e tre i giorni non è prevista alcuna decurtazione dello stipendio. La novità per l’ordinamento italiano sta nel riconoscere al padre il diritto esclusivo di restare a casa da lavoro in occasione della nascita di un figlio.

Il congedo di paternità non va confuso con l’istituto del congedo parentale, anche questo facoltativo, che permette ai genitori di stare a casa fino agli otto anni del bambino, per un periodo complessivo tra madre e padre di 10 mesi, elevato a 11 se il padre ne prende almeno 5 (e comunque con un limite di 6 mesi per la madre e 7 per il padre). Durante questi mesi l’indennità è pari al 30 per cento dello stipendio fino ai tre anni del bambino, successivamente il congedo non dà diritto a indennità. Alcuni contratti collettivi prevedono condizioni migliori (per esempio un mese con indennità al 100% per il pubblico impiego). Per tutto il periodo successivo, l’indennizzo spetta solo a chi è sotto una certa soglia di reddito. In caso di grave infermità o morte della madre o di affidamento esclusivo del bambino al padre, l’ordinamento prevede il diritto al congedo di paternità in sostituzione del congedo di maternità. Solo in questo caso l’indennità percepita coincide con quella del congedo di maternità obbligatorio, pari all’80 per cento dello stipendio.

Foto: Sean Gallup/Getty Images

TAG: , , , ,    
  • greg68

    Tra Svezia e Italia le distanze si misurano in anni-luce..

  • http://alinguasciolta.blogspot.com heresiae

    Con questa norma non sono fortunati solo i padri, ma anche le madri. Uno dei motivi per cui al momento dell’assunzione vengono preferiti gli uomini alle donne è proprio a causa di future ipotetiche maternità. Obbligando anche gli uomini a prendere un congedo di paternità eliminano di fatto questo problema, equiparando totalmente uomini e donne.
    Finché in Italia solo la madre verrà vista come fondamentale per la crescita dei figli durante i primi anni di vita, continuerà anche la discriminazione.

  • jorel

    Se vi dico che li invidio da morire, mi credete?

  • LAzy

    Come H&M, anche molte altre aziende svedesi o finlandesi (Ericsson per esempio) integra lo stipendio del padre in congedo di paternità. Nel primo anno di vita si può stare a casa anche sei mesi al 80% complessivo del salario, con parte del salario pagato dallo stato ed il resto dai padri.

    Lo stato garantisce anche un giorno libero per il primo giorno di malattia del bambino.

  • billthebutcher

    l’Italia purtroppo non è sola. Speriamo Svezia e Finlandia aprano la via a tutti, ad es. Svizzera compresa.

  • LAzy

    Mi correggo: ovviamente il resto è pagato dal datore di lavoro…

  • skelfrog

    Da noi, a chi si riempie la bocca del “valore” dell’istituzione famiglia, interessa solo l’8°/oo, non pagare l’IMU e ghettizzare i gay

  • Davide

    come dice Herasiae, la ratio della norma é proprio quella di evitare discriminazioni contro le donne sul posto di lavoro. durante la precedente campagna elettorale per questo motivo il partito di sinistra (Vänsterpartiet) aveva proposto di rendere obbligatorio dividere a metá il congedo tra padre e madre sempre e comunque
    .
    Puó anche essere utile notare che tutti i lavoratori hanno questo diritto: apprendisti, dottorandi, part-timers e cosí via.

    Quando vedró i sindacati italiani battersi per queste cose e non difendere ad oltranza posti di lavoro in aziende ormai decotte in settori in declino saró una persona piú contenta
    .
    Stesso discorso per quelli che parlano di “famiglia”, come dice l’ultimo commento

  • piemme

    @DAVIDE
    +1

  • procellaria

    Non condivido l’entusiasmo per queste norme. Tutti gli altri svedesi sono costretti a pagare l’80% dello stipendio ai padri che decidono di rimanere a casa. Ogni spesa dello stato comporta una violenza sugli individui, a cui viene preso parte del lavoro o della proprietà di cui dispongono, senza che questi possano rifiutarsi o decidere cosa fare dei fondi prelevati. Quindi meno lo stato spende, meno violenza si fa sugli individui. Che poi sia meglio spendere denaro prelevato con le tasse per aiutare a crescere i figli invece che in puttane, cocaina e viaggi aerei gratis per l’oligarchia di turno, come avviene in Italia, va da sé.

  • Davide Poli

    Procellaria, quindi, secondo il tuo ragionamento, eliminando lo Stato si eliminerebbe la violenza sugli individui. Hai mai letto due classici del pensiero politico come Locke e Hobbes? Da quanto scrivi ne dubito.
    “Ogni spesa dello stato comporta una violenza sugli individui”? Quindi, per esempio, smettiamo di raccogliere la spazzatura, ognuno se la smaltisce da solo. Chiudiamo le scuole, ognuno si pagherà un precettore privato. Chiudiamo gli ospedali, ognuno si curerà da solo e così via… Al tuo modello sociale preferisco la Svezia…attualmente governata dal centro-destra…per te forse un esempio di bolscevismo.

  • procellaria

    @Davide: Eliminando o riducendo l’invadenza dello stato si eliminerebbe una fonte di violenza, attualmente la più pervasiva, nei confronti dell’individuo. Naturalmente lo stato non è la sola minaccia per la libertà individuale, ci sono le religioni, ci sono le organizzazioni criminali, gli individui violenti, etc. L’eliminazione dello stato non è la soluzione a tutti i problemi. Per quanto mi riguarda, mi oppongo a qualsiasi istituzione, individuo o generico ente che sia aggressivo nei confronti della mia persona.
    Riguardo a Locke e Hobbes, mi sa che quando è stato chiesto se ero d’accordo a sottoscrivere il patto sociale io ero in bagno o strafatto di funghetti, perché non me lo ricordo. Il pensiero politico non si è fermato al ’700.
    Devi avere una pessima opinione dell’uomo se credi che sia indispensabile una istituzione autoritaria per far funzionare le cose e che non sia capace di organizzarsi liberamente.

  • akappa

    @PROCELLARIA: avere infrastrutture e servizi base comunitari non è “violenza dell’individuo”: è benevolenza collettiva. Per quanto riguarda l’anarchismo spicciolo cui auspichi, non vedo come questo potrebbe funzionare, a meno di regredire alla società nomade e tribale, in cui non hai certo problemi di “scala”.

  • procellaria

    @Akappa: benevolenza? con la pistola puntata alla testa? se non si partecipa finanziariamente ai servizi, non richiesti, dello stato, questo prenderà la tua proprietà con la forza, come minimo. Mi sembra che questa sia una violenza. Lo stato è il dio moderno, si dà per scontato che senza di esso ci sarebbe il caos. Così come si credeva che senza dio non ci sarebbe potuta essere un’etica, si crede che senza stato non ci si possa organizzare e far funzionare le cose.

  • piti

    Eccoli, gli effetti di trent’anni di propaganda liberista. La civiltà che diventerebbe violenza.

  • procellaria

    @Piti: sì deve essere così, sono un po’ tonto e influenzabile e mi sono fatto plagiare dal Cato Institute.

  • leguleio

    Per procellaria
    Così come si credeva che senza dio non ci sarebbe potuta essere un’etica, si crede che senza stato non ci si possa organizzare e far funzionare le cose.
     
    Le cosiddette popolazioni isolate, o popolazioni senza contatti, presenti in particolare nella Papuasia e nella foresta amazzonica, effettivamente non hanno il senso dello Stato così come lo intendiamo noi. Piccolo dettaglio: raramente superano i 500 soggetti viventi in contemporanea (spesso, anzi, sono al di sotto dei 100).
     
    Per popolazioni più grandi, una organizzazione di qualche tipo è necessaria.
    In nessuna civiltà di cui si abbiano notizie un minimo approfondite le tasse erano sconosciute, anche se in certi casi il servizio reso allo Stato era sotto forma di lavoro (oggi lo chiameremmo servizio civile obbligatorio, o servizio militare, a seconda dei casi) anziché di denaro o di beni.

  • werner58

    La cosa più “accomodante” con le posizioni di Procellaria e degli altri tea-partier (uno dei quali è un mio caro amico) che mi viene in mente è che lo Stato, con tutti i suoi enormi difetti, fornisce in molti casi una soluzione del dilemma del prigioniero.
    Volendo essere meno accomodante, rispondo che beh, se togliere un po’ di soldi a chi ne ha per dare sanità e istruzione ai poveri è violenza, allora non tutta la violenza è male.