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L'inglese al Politecnico di Milano
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L’inglese al Politecnico di Milano

Un centinaio di docenti ha fatto ricorso contro la decisione di tenere tutti i corsi magistrali in inglese a partire dal 2014, questione di cui si discute da mesi

1 agosto 2012

Oggi Repubblica scrive che “un centinaio di docenti” del Politecnico di Milano ha presentato un ricorso al TAR della Lombardia contro la decisione di tenere tutti i corsi di laurea magistrale di quella università esclusivamente in lingua inglese, a partire dall’anno accademico 2014/2015. Il ricorso, che sarebbe stato presentato pochi giorni fa, è parte di una polemica che prosegue da diversi mesi sulla decisione, già approvata dal Senato accademico dell’università pubblica milanese.

L’annuncio è stato dato lo scorso 13 febbraio dal rettore Giovanni Azzone, durante una conferenza stampa per la visita nell’università del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo. Nelle settimane e nei mesi successivi c’erano state diverse prese di posizione a favore o contro l’iniziativa, tra cui una lettera al Corriere della Sera dello stesso rettore, che difendeva la scelta come necessaria per attrarre studenti stranieri. La questione è stata ripresa oggi anche dal vicepresidente dell’Assemblea nazionale del PD (e blogger del Post) Ivan Scalfarotto sul sito dei Mille, che ha definito la scelta del Politecnico “di buon senso”.

Lo scorso aprile, dopo che alcuni docenti della stessa università avevano espresso la loro contrarietà all’iniziativa (in particolare una lettera di Pier Carlo Palermo, preside della Scuola di architettura e società, e Ilaria Valente, presidente del corso di laurea magistrale in Architettura) i giornali hanno parlato di un documento – intitolato “Appello a difesa della libertà di insegnamento” – firmato da 234 professori e ricercatori del Politecnico che si esprimevano contro la decisione: secondo il documento, la decisione di passare all’uso esclusivo dell’inglese va contro l’articolo 3 (quello in cui si stabilisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”) e l’articolo 33 della Costituzione (“l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”).

Oltre a questi due principi generali, la decisione sarebbe anche illegittima perché andrebbe contro l’articolo 271 del regio decreto del 31 agosto 1933, n. 1592. Il provvedimento di epoca fascista stabiliva che “la lingua italiana è lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari”. Su questo punto specifico, sul sito dell’Avvocatura dello Stato si può trovare un breve testo che dice che, anche se il decreto non è mai stato abrogato formalmente, “è da ritenersi ormai superato, per effetto della legislazione successiva di settore”, elencata di seguito.

L’uso dell’inglese nell’attività didattica del Politecnico di Milano non è nuovo ed è molto pubblicizzato dallo stesso ateneo. Nell’offerta didattica per l’anno accademico in corso (2011/2012), infatti, 17 corsi di laurea magistrale su 40 (con alcuni doppioni dovuti alle diverse sedi dell’università) sono presentati come interamente o parzialmente in lingua inglese. Il Politecnico sottolinea questo dato, aggiungendo che anche 2 corsi di laurea triennale, 24 corsi di dottorato e diversi master sono già interamente in lingua inglese, una scelta che viene collegata alla presenza di numerosi studenti stranieri nell’università (2.582 da 110 paesi diversi per l’anno 2009/2010, secondo i dati dello stesso Politecnico).

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  • morfeo

    Ecco perchè l’Italia è, e resterà sempre, un paese del terzo mondo…

  • Ryoga

    Sarebbe bello se questi professori decidessero, per protesta, di andare ad insegnare in un’altra universita’…

  • LAzy

    Ma siamo sicuri che i docenti l’inglese lo sappiano parlare (e sappiano insegnarvi)? Rischierebbero il posto in caso non fossero capaci?

  • mkhammer

    Per insegnare in inglese bisogna saperlo, mi domando quanti nel corpo docente ha fatto esami di certificazione della conoscenza dell’inglese.

    Ma qui si va contro la costituzione è sicuramente una battaglia di principio…………..

  • Nicola

    @Lazy: ti rigiro la domanda: puoi permetterti di insegnare al Politecnico se non sai l’inglese? Comunque per esperienza personale (quest’anno ho avuto un paio di corsi al poli in inglese tenuti da italiani), i prof l’inglese lo sanno abbastanza, al più gli serve qualche settimana per “sciogliersi”..

  • leguleio

    Ho letto le motivazioni addotte dai docenti nel testo del ricorso al TAR, che si può scaricare qui:
     
    http://www.democrazialinguistica.it/100/index.php/it/documenti-e-risorse/Documenti-Risorse/Colonizzazione-Resistenza/orderby,5/
     
    Sono una più ridicola dell’altra. Tra l’altro il testo, redatto dall’avvocato Maria Agostina Cabiddu, più che un’istanza di opposizione ad una decisione ispirata al diritto e alla giurisprudenza mi sembra una concione improvvisata a favore della lingua italiana nell’università.
     
    Non era più semplice ammettere da parte dei docenti universitari: “il nostro inglese fa schifo, in questa materia ci hanno sempre regalato il voto di sufficienza, nessuno studente ci capirà mai”? Non c’è bisogno del TAR, in questo casi, per far tornare il senato accademico sui propri passi. :-)

  • leguleio

    Per mkhammer

    Ma qui si va contro la costituzione è sicuramente una battaglia di principio…………..
     
    No, la Costituzione l’hanno tirata dentro per i capelli, perché fa sempre colpo; in realtà non c’entra nulla. Vi sono state alcune pronunce della Corte costituzionale che stabilivano la centralità dell’italiano, ma nessuna di questa, che io sappia, sosteneva che insegnare in inglese nel corso di laurea magistrale in una determinata facoltà sia vietato.

  • ellevu

    Troppa caciara… Non è che per caso buona parte del corpo docenti non parla l’inglese abbastanza bene da mettere in dubbio il proprio posto? Va’ là, va’ là, se questa è una battaglia di principio io mi chiamo James Brown!!!

  • stevem

    @ellevu: ovviamente il posto di nessuno è in discussione. Forse lasciare la possibilità di scegliere (con opportuni incentivi verso l’insegnamento in inglese o viceversa penalizzando quello in italiano) sarebbe stata la soluzione migliore: avrebbe indotto i volenterosi e capaci a rivedere tutte le proprie lezioni per impostarle in un’altra lingua, lasciando la possibilità a chi non si sente in grado di veicolare il proprio insegnamento in modo adeguato in inglese a mantenerlo in italiano.
    Anche perché non è detto che il passaggio all’inglese, un conto è garantisca lo stesso livello di insegnamento di prima neanche nel caso di docenti con una conoscenza buona o discreta dell’inglese.

  • uqbal

    Eh, già, la Costituzione…una bella discussione di merito per capire se per studenti e Politecnico l’inglese sia una buona scelta oppure no proprio non siamo capaci di farla…
    Da gente di scienza uno s’aspetta qualcosa di meglio.

  • LAzy

    @Nicola: La risposta alla tua domanda è ovviamente no, non te lo puoi permettere, perché un professore di ingegneria non è solo un docente ma dovrebbe condurre anche la ricerca e pubblicare o esporre i propri risultati in inglese. Ciò nonostante ho assistito a presentazioni e lezioni e letto articoli non all’altezza – in ufficio alcuni colleghi avevano appeso ed evidenziato un articolo dell’Università di Cagliari con “analize” al posto di “analyze.”

    Al Poli di Torino c’era lo scambio con un’università di Chicago, sei mesi qua e sei mesi là ed alcuni docenti erano tutt’altro che a proprio agio (l’attuale rettore ed alcuni emeriti se la cavano molto bene, però). Questo per dire che il fatto di essere professore non implica la conoscenza dell’inglese (a livello business).

  • giorgiobis

    Scusate la polemica. Sono un docente di ingegneria (non al Polimi) e trovo banale fare una lezione in inglese. Se anche il mio inglese fosse pessimo, non ci sarebbero problemi: tanti studenti non riescono nemmeno a seguire una lezione in italiano. Il problema è diverso. Quale preparazione devo dare ai miei studenti? Se devo dare una preparazione scientifica per farne dei ricercatori, non c’è alcun dubbio: dobbiamo poter lavorare con naturalezza in inglese. Se invece devo creare degli ingegneri (per esperienza personale penso a ingegneri civili) questi devono rapportarsi, discutere e convincere committenti italiani, ingegneri comunali italiani, capicantiere italiani, imprese italiane, etc. Che cosa me ne faccio di un ingegnere che non sa la differenza tra una staffa, una forcella, un cappellotto, etc. e mi va in cantiere e non sa dire altro, al ferraiolo, che ci vuole una stirrup? Quello di cui si discute, qui, è sulla funzione dell’università come formatrice di ricercatori o di tecnici con capacità operative.

  • uqbal

    Grazie a giorgiobis per, finalmente, una considerazione di merito.

  • http://www.zingarate.com lowresolution

    Credo sia giusto spiegare meglio. C’è un’ampia maggioranza di docenti che sono favorevoli all’uso dell’inglese nei corsi di Laurea Magistrale, e che fa didattica e ricerca in inglese da anni senza nessun problema.
    I ‘ribelli’ sono una minoranza, 234 su circa 1400.
    E’ vero che chi non sa l’inglese viene messo in forte difficoltà con questa decisione, e non è realistico pensare che qualcuno impari in poche settimane a tenere un corso nella lingua della perfida Albione. In questo modo si ha un impatto sulla programmazione didattica dei corsi e i docenti che si vedono assegnare o togliere un corso non in base alla propria competenza, ma alla capacità di parlare inglese. La tesi è: meglio avere un bravo e competente insegnante che (purtroppo) parla solo in italiano, o uno scarso che se la cava in inglese? Oggettivamente, qualche ragione c’è.
    Detto questo, l’appellarsi a un Regio Decreto del 1933 è davvero patetico. Così come molti appelli alla difesa della lingua italiana letti sui giornali in questi giorni.

  • http://www.zingarate.com lowresolution

    La verità, caro Giorgiobis, è che purtroppo i nostri ragazzi devono prepararsi a una vita professionale fuori dall’Italia, dove guadagneranno meglio, potranno avere una vera carriera professionale e come professionisti verranno rispettati molto di più.

  • giorgiobis

    @Lowresolution.
    Se un ragazzo vuole prepararsi ad una vita PROFESSIONALE fuori dall’Italia, deve andare a studiare fuori dall’Italia.
    Le figure professionali, checché se ne dica, non sono assolutamente sovrapponibili, anche solo tra Italia e Francia. A maggior ragione tra Italia e GB o USA. Un ottimo professionista (ingegnere civile) italiano, in Francia o BG o USA sarà solo un collaboratore o un impiegato.

  • offset

    @giorgiobis. Non sono d’accordo. Sono un’architetto e ho studiato al Politecnico. Lavoro in Austria e nel giro di un paio di mesi di tirocinio ho imparato tutti i termini tecnici che potevano servirmi sul cantiere e in uffico e sono un’architetto proprio come gli altri! L’università ti deve dare la giusta preparazione teorica e tecnica, il resto si impara facendo. Detto questo mi è bastato leggere nell’articolo i nomi dei prof. coinvolti e direi che non vale neanche la pena discutere.

  • http://blogghetto.org michelelan

    @lowresolution

    Ma cosa stiamo dicendo? I corsi inglesi, fatemelo dire, sono una grandissima cavolata! Scusate, una università italiana, pagata con i soldi di tutti, dovrebbe formare un lavoratore, per l’estero?!? I Cinesi cercano di colonizzare altri paesi tramite la loro lingua e noi ci facciamo colonizzare dalla lingua anglosassone?

    In italia abbiamo bisogno di gente preparata che sappia l’inglese, non di gente inglese impreparata.

  • franco1

    Non sono per nulla daccordo, tant’è che i laureati delle nostre facoltà scientifiche risultano essere molto apprezzati a livello internazionale.
    Avrei da ridire anche sul fatto che un ingegnere italiano sarebbe “ridotto” al ruolo di collaboratore perchè (premesso che non sono ingegnere) se mi chiamassero a controllare i bulloni di un pezzo della stazione spaziale non mi sentirei così sottovalutato. Certo che se il mio orizzonte professionale è il geometra del comune di Roccapizzopapero …

  • http://www.zingarate.com lowresolution

    Il Politecnico di Milano offre ai suoi studenti opportunità e un vero orizzonte internazionale, e trovo molto corretto questo approccio. Io conosco personalmente decine e decine di ex-studenti del Poli (tanti amici) che si sono affermati con successo come professionisti in giro per il mondo, anche a livelli professionali impensabili in Italia. Così deve essere.

  • leguleio

    Per giorgiobis

    Se invece devo creare degli ingegneri (per esperienza personale penso a ingegneri civili) questi devono rapportarsi, discutere e convincere committenti italiani, ingegneri comunali italiani, capicantiere italiani, imprese italiane, etc.
     
    Eh sì, gli anni passati a parlare inglese al Politecnico di Milano sono un disastro, fanno dimenticare la lingua madre. Come fare? Visto l’impiego di alto profilo, si possono permettere un interprete.
     
    Che cosa me ne faccio di un ingegnere che non sa la differenza tra una staffa, una forcella, un cappellotto, etc. e mi va in cantiere e non sa dire altro, al ferraiolo, che ci vuole una stirrup?
     
    Forse ti sfugge un particolare: l’inglese al Politecnico sarà lingua unica solo per la laurea magistrale, cioè gli ultimi due anni. Si spera che uno studente italiano la terminologia, almeno quella di base, l’abbia imparata nei primi tre.

  • http://www.guitarpraxis.com il coccia

    francamente rabbrividisco. Si tratta di una laurea magistrale in materie tecniche, dovrebbe essere il fiore all’occhiello della progettazione italiana in un mercato (non solo di merci, ma anche -soprattutto?- di competenze) irrevocabilmente globale. Se non parli l’inglese sei relegato a una marginalità definitiva. I margini di discussione mi sfuggono proprio. E se un professore di politecnico non è in grado di avere un po’ di scioltezza con l’esperanto scientifico (non solo, ok, ma lì è incontestabile), forse non è un così grandioso professore…

  • wizard

    Secondo me non è possibile generalizzare. Nel mondo del lavoro, ingegneristico per di più, l’inglese è necessario. Io che mi occupo di dispositivi elettronici lavoro prevalentemente in inglese, non solo quando mi devo rapportare con i colleghi e i fornitori oltre oceano. Però molti colleghi, pure giovani, capaci e preparati, hanno serie difficoltà a scrivere e parlare in inglese (pur avendo superato esami di inglese obbligatori per la laurea). Però capisco che ci sono altri lavori dove l’italiano è necessariamente preponderante: penso a chi ha a che fare con normative italiane, maestranze italiane e committenti italiani (impiantistica, servizi per le P.A. e costruzioni edili mi sembrano i casi più ovvi). Quindi si potrebbe sicuramente limitarsi ad un obbiettivo importante ed ambizioso dei 2/3 dei corsi magistrali in inglese.

  • giovanni

    Ovviamente i professori devono conoscere (bene) l’inglese ma il rischio è quello di ostacolare il normale insegnamento. Non è più sensato inserire nel piano di studi dei corsi mirati di inglese specialistico e/o migliorare quelli che ci sono già?

  • Signor D

    1. Fare ipotesi.
    2. Sperimentare.
    3. Verificare le ipotesi.
    4. Confermare o negare la teoria.

    Strano, strano: parlare inglese non ci sta, sulla lista. Deve essere di certo nel decalogo del bravo ingegnere, per rendersi ancora più comprensibile al suo interlocutore ed abbandonare il suo gergo tecnico al di fuori del quale non conosce verbo né pensiero.

    D

  • Signor D

    Giovanni, ma quanto sei sciocco: inglese specialistico? Pensa a quando gli studenti ripassano tra loro… Dato che non conoscono i termini in italiano, non vi ci sono abituati, vuoi mettere sentirli ripassare sul treno in un bel pidgin english con gli accenti delle varie province lombarde? I cartelli che delimitano i comuni in dialetto, e l’università in inglese. Chiaro.

    D

  • iorek

    Pazzesco. Che notizia desolante. Poi uno si chiede perché i giovani ricercatori vadano all´estero, se questa é la mentalitá…

  • leguleio

    Per wizard

    Però capisco che ci sono altri lavori dove l’italiano è necessariamente preponderante: penso a chi ha a che fare con normative italiane, maestranze italiane e committenti italiani (impiantistica, servizi per le P.A. e costruzioni edili mi sembrano i casi più ovvi). Quindi si potrebbe sicuramente limitarsi ad un obbiettivo importante ed ambizioso dei 2/3 dei corsi magistrali in inglese.
     
    Il rettore del Politecnico è stato chiaro sul punto: la laurea magistrale in inglese è stata istituita per attrarre studenti internazionali. Del resto le università a Parigi o a Berlino lo fanno già, in alcuni casi. È sbagliato pensare che questo provvedimento sia stato pensato per gli studenti italiani.

  • Signor D

    Leguleio: nomi. Io vivo e studio a Parigi, ed a parte l’università americana a Parigi, non ne conosco. Ed a Berlino neppure mi risulta. Nomi o è aria vuota.

    D

  • suppamax

    - Un mio amico andato a studiare in Olanda anni fa mi aveva detto che se alle lezioni partecipava anche un solo studente Erasmus la lingua ufficiale del corso diventa l’inglese.
    Nel caso sia così, gli insegnanti dovrebbero essere già pronti da anni all’eventualità di tenere un corso in inglese.

    - Sul problema del doppio vocabolario tecnico: non esistono più i dizionari? È così complicato per un insegnante dire “this is a stirrup – staffa in italiano”?

    - Bisognerebbe arrivare all’università conoscendo già l’inglese.

  • uqbal

    A me l’obiezione di giorgiobis sembrava sensata, e mi sembra che le obiezioni successive però permettano di superarla: il lessico si impara alla triennale e anche con le lezioni in inglese, ed è facile recuperare il linguaggio tecnico italiano.
    Aggiungo: se rendessimo le leggi italiane comprensibili anche ad un ingegnere straniero non sarebbe male. Ma non traducendole in inglese, bensì in un italiano comprensibile.
    .
    Credo si sia perso di vista un punto importante: dibattere della possibilità che il Polimi offre ai suoi studenti italiani di farsi un corso di studi in inglese è giusto ed importante, ma la mia impressione è che la scelta del Polimi nasca dalla volontà non di favorire l’inglese tra gli italiani, ma di attirare studenti stranieri. E mi sa che è una prospettiva giusta.

  • mcfly

    Secondo me la diffusione di una maggiore conoscenza dell’inglese è sacrosanta, ma da li a fare tutto il biennio in inglese mi pare un balzo troppo in avanti, si potrebbe lasciare la scelta, a chi è intenzionato ad avere una carriera con sbocchi internazionali farà senz’altro comodo, a chi sa che lavorerà in Italia forse no.
    Però ci vedo dei punti che alla lunga non mi sembrano molto oculati:
    .
    1) per ragioni prettamente egoistiche, formare studenti che dal giorno dopo sono ancora più in grado di scoccare il volo verso l’estero non è un vantaggio, per un sistema paese.
    .
    2) va bene attrarre studenti dall’estero, ma se gli si fa pagare la retta per intero, non quella misera dove in 90% del costo ce lo mette lo stato, perchè sennò formiamo a prezzi di saldo ragazzi che poi se ne tornano nel loro paese.

  • mkhammer

    Se riconduciamo la cosa a termini oggettivi/quantitativi

    Abbiamo il 30% di disoccupazione giovanile
    L’inglese serve ? Puo migliorare le possibilità di impiego di un giovane ingegniere italiano?

    C’è qualcuno che crede in in tutta sincerità che il ricorso al TAR sia dettato da nobili scopi ?

  • milziade368
  • pifo

    L’insegnamento universitario e’ fondato anche su un processo sostanzialmente culturale di osmosi e di condivisione di conoscenze tra insegnante e studente, anche quando si parla di elettronica dei dispositivi a stato solido. Imporre una lingua a questo processo e’ una forma di ingerenza e di limitazione della liberta’ di insegnamento anche per le materie prettamente tecniche e scientifiche o quelle dei corsi magistrali.
    Un conto e’ la necessita’ di gestire la propria professione e la propria formazione e tutte le comunicazioni che la coinvolgono in una lingua di riferimento globalizzata e un conto e’ il legame culturale che lega studente e professore e che si deve sviluppare nell’ambiente linguistico di riferimento migliore per i due soggetti. Se e’ ovvio pensare che stud e prof, in privato, parlerebbero in italiano perche’ costringere la lezione in aula ad una forma di codificazione linguistica che potrebbe essere scomoda per entrambi?
    Vuoi aprire la tua università agli studenti stranieri?
    Allora questo e’ un problema diverso rispetto a quello “scalfarottiano” della qualita’ della formazione e della competitivita’ dei tuoi laureati.
    In questo caso devi esigere per loro un “certificate in italiano” e allo stesso tempo ti impegni su una serie di “facilitazioni” del tipo: test d’esame in inglese, esami orali in inglese, calendario di eventi e seminari specialistici paralleli alle lezioni ordinarie in inglese, testi di riferimento dei corsi “anche” in inglese.
    E comunque devi partire dal dato di fatto che … sei in Italia dove l’inglese non ha acquistato ancora quella sezione d’urto culturale che ha invece in altri paesi dove magari, prima di essere imposto ai corsi magistrali del Politecnico … veniva imposto nelle trasmissioni per bambini e al cinema!
    Insomma, crei un ambiente di accoglienza e di facilitazione, senza stravolgere o rischiare di danneggiare i meccanismi culturali dell’universita’ che sono ancora dei meccanismi fondati sulla liberta’.
    Il “fighettismo scalfarottiano” sull’inglese lascia il tempo che trova perche’ se e’ ovvio che una buona conoscenza dell’inglese e’ ormai necessaria per svolgere molte professioni, non e’ assolutamente vero che “e’ necessario sapere gestire in inglese il massimo livello di istruzione” per creare quadri tecnici in grado di competere sui mercati internazionali. La prova e’ nel fatto che migliaia di ingegneri e scienziati che hanno studiato in Italia con prof italiani fanno spesso la loro splendida figura all’estero, compresi molti stranieri.
    Saluti.

  • leguleio

    Per Signor D

    Leguleio: nomi. Io vivo e studio a Parigi, ed a parte l’università americana a Parigi, non ne conosco. Ed a Berlino neppure mi risulta. Nomi o è aria vuota.
     
    A Parigi:
    http://tinyurl.com/cvphjqf
     
    A Berlino:
    http://tinyurl.com/bs8xm2a
     
    L’aria non è mai vuota, come tutte le miscele gassose ha un peso. Forse intendevi dire “aria fritta”.

  • mkhammer

    @Pifo
    Al di la dell’osmosi.
    Alle selezioni per un posto di lavoro per un ingegniere se l’inglese non lo sai, nella maggior parte dei casi, ti sei già giocato la tua chance.
    A parità di cadidato sarà preferito quello con l’inglese migliore.

    A mio avviso l’iniziatica del Poli è altamente meritoria ed il ricorso al TAR è l’ennesimo segnale di come si difficile operare un qualsiasi tipo cambiamento

  • leguleio

    Per pifo

    L’insegnamento universitario e’ fondato anche su un processo sostanzialmente culturale di osmosi e di condivisione di conoscenze tra insegnante e studente, anche quando si parla di elettronica dei dispositivi a stato solido. Imporre una lingua a questo processo e’ una forma di ingerenza e di limitazione della liberta’ di insegnamento anche per le materie prettamente tecniche e scientifiche o quelle dei corsi magistrali.
     
    “Imporre” è una parola grossa. Al politecnico di Milano la laurea triennale è ancora in lingua italiana, e facendo calcoli a spanne direi che chi la sta frequentando adesso potrà seguire anche il corso di laurea magistrale in italiano.
    Gli studenti immatricolati in futuro, se proprio non vogliono il corso in inglese, andranno in un altro Politecnico. Non esiste mica solo Milano!
     
    Se e’ ovvio pensare che stud e prof, in privato, parlerebbero in italiano perche’ costringere la lezione in aula ad una forma di codificazione linguistica che potrebbe essere scomoda per entrambi?
     
    Perché altrimenti gli studenti non italiani non capiscono. Che altro motivo vuoi che ci sia?
     
    Vuoi aprire la tua università agli studenti stranieri?
    Allora questo e’ un problema diverso rispetto a quello “scalfarottiano” della qualita’ della formazione e della competitivita’ dei tuoi laureati.
    In questo caso devi esigere per loro un “certificate in italiano” e allo stesso tempo ti impegni su una serie di “facilitazioni” del tipo: test d’esame in inglese, esami orali in inglese, calendario di eventi e seminari specialistici paralleli alle lezioni ordinarie in inglese, testi di riferimento dei corsi “anche” in inglese.

     
    Tutte cose fattibili, ma costerebbero molto di più, e attirerebbero meno studenti.
    Alla fine, la maggior parte degli studenti stranieri che vanno a studiare al Politecnico di Milano sono interessati alla qualità dell’insegnamento, non certo a lavorare in Italia in futuro. A quel punto, che se ne fanno dell’apprendimento dell’italiano?
     
    Il “fighettismo scalfarottiano” sull’inglese lascia il tempo che trova
     
    Non ho ben capito questo tuo astio per Scalfarotto. Rilevo solo che Ivan Scalfarotto non ha alcuna influenza sul senato accademico del Politecnico. Se vuoi scrivere qualcosa contro di lui, scegli meglio l’argomento.

  • http://www.zingarate.com lowresolution

    Sempre per una corretta informazione: gli studenti del Poli sono il larga parte molto favorevoli all’idea di avere i corsi della Magistrale in Inglese. Non è solo un problema di lingua ma sopratutto di approccio complessivo: quello che il rettore del Politecnico di Milano (che è una scuola tecnica, giusto per ricordarlo) vuole è una vera didattica internazionale con classi miste di italiani e stranieri che lavorano insieme (e al Poli il 15% degli studenti viene già da fuori), con contenuti realmente internazionali e possibilmente collegati alla ricerca internazionale. La strada è quella giusta.

  • massimiliano marsico

    Contro gli articoli 3 e 33 della costituzione? Ma non hanno il senso del ridicolo? Cioè tenere un corso di ingengeria in inglese sarebbe lesivo della dignità sociale dei cittadini? Uscire dall’università avendo masticato inglese per due anni è un attacco alla costituzione? Ma scherzate vero? È un pesce d’aprile in agosto vero?
    Ma non è che fanno questo casino perché non sanno l’inglese e sono spaventati dall’idea di tenere un corso in inglese?

  • http://www.zingarate.com lowresolution

    Aggiungo e concludo: quelli che pensano che il problema sia solo di portare avanti la vecchia didattica in Italiano tradotta in Inglese sono completamente fuori strada.

  • massimiliano marsico

    Lowresolution, a parte il fatto che il tuo nome è lesivo della mia dignità in quanto in inglese, la tua affermazione è “benaltrista”. Lo so che ci sono mille alti problemi nell’università italiana, cioè non toglie che far si che gli studenti pratichino l’inglese quotidianamente per due anni è una cosa buona e saggia. Punto.

  • leguleio

    Per massimiliano marsico

    Contro gli articoli 3 e 33 della costituzione? Ma non hanno il senso del ridicolo? Cioè tenere un corso di ingengeria in inglese sarebbe lesivo della dignità sociale dei cittadini? Uscire dall’università avendo masticato inglese per due anni è un attacco alla costituzione? Ma scherzate vero? È un pesce d’aprile in agosto vero?
     
    Purtroppo no. E anzi, è un’istruttiva dimostrazione di come siano impostati certi “ricorsi” alla magistratura su questioni di interesse personale. Più sopra ho indicato dove si può scaricare il .PDF del ricorso, firmato dal Prof. Avv. Maria Agostina Cabiddu. Ne vedrai delle belle, a leggerlo tutto. :-)

  • tobuto

    @Signor D:
    Ipotesi, teoria e dati dell’ esperimento sono scritti in Inglese, in quanto fatti da ricercatori Indiani, Tedeschi, Americani…
    Per università a Parigi con didattica solo in Inglese hai la Skema (http://www.skema.edu/), prevalentemente in Inglese c’è la HEC (http://www.hec.edu/). Fuori da Parigi c’è la Grenoble Graduate School of Business che offre credo tutti i postgrad in inglese (http://www.grenoble-em.com/accueil_ecole.aspx?ecole=ggsb&lg=en); la Frankfurt School offre solo un pugno di programmi in Tedesco, il resto in Inglese (http://www.frankfurt-school.de/content/en/)

  • tobuto

    Ah, volevo informarmi che questa vicenda e, in subordine, i commenti, mi ha definitivamente convinto che non ci sia speranza per questo paese. Lo penso davvero, non è una frase fatta. Non c’è speranza per l’Italia significa che le figlie di un buon quarto di quelli della mia generazione si prostituiranno a stranieri in vacanza.
    Qualunque misura per il progresso, sarà ostacolata dal ricorso di un gruppo di feudatari che temono di perdere i loro privilegi, invocando regi decreti e leggi fascistissime, finché non saremo definitivamente, e davvero, un paese del terzo mondo. E sarà pieno di persone pronte a dargli ragione.
    Avevo già deciso di fare la magistrale all’estero, ma prima pensavo che avrei comunque fatto domanda anche a un’università italiana, non si sa mai. Questa triste storia mi ha convinto a non farlo.
    Sì, lo so, Estiqaatsi mi augura buona fortuna. :D

  • http://blogghetto.org michelelan

    “Bisognerebbe arrivare all’università conoscendo già l’inglese.”

    “Bisognerebbe arrivare all’università conoscendo già l’inglese.”

    Si questo la sparata grossa, forse bisognerebbe sapere l’inglese già dalle medie, anzi no, dalle elementari. L’inglese s’impara sul campo, non sui libri di scuola, è più intelligente e sensato fare i 2 anni di specialistica in Germania o a Londra in lingua inglese.

  • winter

    “Appello a difesa della libertà di insegnamento”… Ma perché non lo hanno chiamato direttamente “Appello a difesa del mio posto di lavoro”?

  • rosa0682

    Sarebbe bello avere l’università in inglese, penso che faciliterebbe il trasferimento all’estero degli studenti per lavoro o master ecc. , ma ora come ora io sono contraia per il semplice fatto che l’inglese che si insegna nelle scuole medie e superiori italiane è ridicolo. Se l’università fosse tutta in inglese allora ogni studente intenzionato ad iscriversi all’università dovrebbe pagare di tasca propria corsi con insegnanti madrelingua e corsi estivi all’estero. Non tutti possono permetterselo quindi questa norma di fatto diventa discriminante.

  • leguleio

    Per rosa0682

    Se l’università fosse tutta in inglese allora ogni studente intenzionato ad iscriversi all’università dovrebbe pagare di tasca propria corsi con insegnanti madrelingua e corsi estivi all’estero.
      
    Tranquilla, l’università non sarà mai tutta in inglese. Non so che senso avrebbe un corso di laurea in giurisprudenza, o in lettere classiche, tenuto in inglese.
    Al Politecnico di Milano hanno deciso che il corso di laurea magistrale da un certo anno in poi sarà in inglese. Adattarsi, o scegliere un’altra sede universitaria.
     
    Non tutti possono permetterselo quindi questa norma di fatto diventa discriminante.
     
    Sai, a volte esistono discriminazioni che hanno effetti positivi.
    Proviamo a riscrivere la tua frase cambiando solo alcune parole:
    “La matematica che si insegna nelle scuole medie e superiori italiane è ridicola. Se l’università fosse basata sulla matematica ai livelli in cui si insegna nel resto d’Europa, allora ogni studente intenzionato ad iscriversi all’università dovrebbe pagare di tasca propria corsi con persone che conoscono davvero questa materia e la sanno insegnare”.
     
    Perbacco, funziona!

  • tobuto

    @leguleio:
    Game, set, match.

  • tobuto

    Un grazie a @Rosa per avermi ricordato un altro modo tipico per fermare la minima innovazione e richiesta di miglioramento: ma così si favoriscono i figli dei ricchi che hanno i libri in casa e possono permettersi gli insegnanti privati! Insegnamo solo le cose che può capire l’ultimo dei fancazzisti, che tanto non è colpa sua se è una capra, è colpa della società classita!

  • beonerosso

    Nel 2012 stiamo ancora a discutere se è giusto o sbagliato che in un *POLITECNICO* si tengano lezioni in inglese?
    Io trovo inconcepibile che un ingegnere, specialmente in ambito ICT (elettronica, informatica), non sia in grado di seguire una lezione tenuta in inglese, considerando anche che i testi di riferimento in italiano sono l’eccezione e non la regola. Considerando che per l’ingegnere “tipo” dovrebbe essere NORMALE interfacciarsi, nella sua vita lavorativa, a persone di altri paesi che parlano in inglese, trovo allucinante che ci siano pure persone che difendono “l’italianità” delle lezioni.
    La lingua della scienza e della tecnologia è l’inglese e non l’italiano. Punto. Il resto è solo provincialismo miope e difesa della propria mediocrità.

  • pifo

    La internazionalizzazione della tua proposta culturale, che e’ il meccanismo con il quale “attrai” e qualifichi maggiormente i tuoi laureati e che sicuramente e’ quanto gli studenti desiderano, la realizzi con “visiting prof” stranieri, con collegamenti e reti di collaborazione che ti porteranno necessariamente a virare in inglese parte della tua proposta didattica, la fai internazionalizzando la tua organizzazione interna (segreterie), le tue classi, i tuoi laboratori, le tue residenze, rendendo accessibile e fruibile tutto quello che puoi agli stranieri (stud. prof e ricerc.) e stimolando, per i tuoi studenti italiani, la internazionalizzazione della loro preparazione e mettendo a disposizione del docente che vuole utilizzare la lingua straniera tutte le migliori possibilita’ per farlo.
    (Costa? Beh! Tutto costa, soprattutto quando si vogliono fare bene le cose. Certo, il prof che si deve mettere a parlare di punto in bianco “inglisc” costa assai meno!)

    Ma la didattica personale … quella la devi lasciare alla liberta’, alla intraprendenza, alla visione del singolo insegnante, perche’ e’ su questo principio di liberta’ che si fonda l’insegnamento universitario.

    Puoi favorire ma non puoi imporre, di punto in bianco, una lingua per i corsi magistrali esattamente come non puoi imporre il programma. Quando ti affidi ad un professore, perche’ ne hai riconosciuto la autorevolezza accademica, accetti implicitamente anche le sue scelte didattiche (con le loro limitazioni!) e quindi anche le limitazioni linguistiche. Quello che devi fare e’ valutare periodicamente se il suo corso e’ di livello, quanti studenti possiede, quanti ne porta avanti e dove questi arrivano. Chiuderai il suo corso non perche’ “non parla inglese” ma, piu’ onestamente, perche’ esso non ha piu’ significato all’interno della tua proposta accademica.
    E’ disposto il P. a lasciare a casa tutti quei professori che, non essendo in grado di gestire una didattica in inglese ai massimi livelli, risulterebbero “non allineati” con i nuovi intenti pedagogici dell’Ateneo? Perche’ in realta’ sarebbe questa la scelta piu’ coerente da fare piuttosto che una “offerta formativa magistrale erogata interamente in lingua inglese” ovvero, come si presume, una semplice conversione linguistica.

    Forse mi sbagliero’ ma, senza scomodare la Costituzione, l’idea di “switchare” cosi’ banalmente tutta la didattica magistrale del P. in inglese mi sembra tanto provinciale e … tanto “all’italiana”.

  • iorek

    “Difesa della proprio mediocritá” sarebbe dovuto essere il titolo del documento dei professori del Poli.

  • tobuto

    Come difendere la propria mediocrità e il proprio, tradizionale, orticello dalle bieche forze del progresso:
    1) Metodo nazional-conservatore: Va contro le tradizioni, l’italianità, la nostra cultura classica e tutte quelle altre belle cose che ci hanno portato sul tetto del mondo!
    2) Metodo liberal-conservatore: Nega la libertà di essere mediocre! Non è giusto che qualcuno mi costringa a studiare! Orrore! Lo stato mamma, lo stato interventista! Orde di scandinavi sbarcheranno dai loro drakkar e imporrano militari manu la loro socialdemocrazia!
    3) Metodo social-egualitarista: Nega alle capre la possibilità di accedere all’insegnamento superiore e pascolare fino a 30 anni negli atenei! Giacché le capre sono capre per colpa della società classista, dobbiamo difendere il loro diritto a essere capre dalla protervia di coloro che aspirano a un’istruzione decente!
    4) Metodo populista-grillino: Insegnare concretamente qualcosa agli universitari acuirà la distanza tra loro e la gggente! Se la gggente non capisce gli ingegneri che parlano Inglese non è perché è ignorante: è l’ingegnere che sta nella casta e non si vuole far capire! Non dobbiamo insegnare l’Inglese alle masse, dobbiamo smettere di insegnarlo agli ingegneri! Scarpe grosse e cervello fino!

  • filoteo

    Da studente italiano sarei felice di avere questa opportunità e non dover imparicchiare l’inglese guardando filmacci americani ( metodo che non funziona proprio alla perfezione), visto che nella scuola dell’obbligo ho imparato troppo poco di questa materia. Sottintendo che sapere l’inglese sia una cosa migliore (=che ti apre molte più possibilità) che non saperlo.

  • leguleio

    Per pifo

    La internazionalizzazione della tua proposta culturale, che e’ il meccanismo con il quale “attrai” e qualifichi maggiormente i tuoi laureati e che sicuramente e’ quanto gli studenti desiderano, la realizzi con “visiting prof” stranieri, con collegamenti e reti di collaborazione che ti porteranno necessariamente a virare in inglese parte della tua proposta didattica, la fai internazionalizzando la tua organizzazione interna (segreterie), le tue classi, i tuoi laboratori, le tue residenze, rendendo accessibile e fruibile tutto quello che puoi agli stranieri (stud. prof e ricerc.) e stimolando, per i tuoi studenti italiani, la internazionalizzazione della loro preparazione e mettendo a disposizione del docente che vuole utilizzare la lingua straniera tutte le migliori possibilita’ per farlo.
     
    Ripeto, se un corso in una data materia è solo in italiano, e lo studente straniero che vuole solo laurearsi in ingegneria l’italiano non lo sa, quello è uno studente perso. Non c’è molto da discutere. Sceglierà un’altra facoltà in giro per l’Europa che questa possibilità già la offre.
     
    (Costa? Beh! Tutto costa, soprattutto quando si vogliono fare bene le cose. Certo, il prof che si deve mettere a parlare di punto in bianco “inglisc” costa assai meno!)
     
    Va’ a proporre al senato accademico di pagare la differenza di tasca tua, e loro accettano.
     
    E’ disposto il P. a lasciare a casa tutti quei professori che, non essendo in grado di gestire una didattica in inglese ai massimi livelli, risulterebbero “non allineati” con i nuovi intenti pedagogici dell’Ateneo?
     
    Credo proprio di sì. Come ha scritto sopra un altro commentatore, i professori che contestano sono solo una minoranza. Sono intercambiabili.

  • beonerosso

    @pifo: tutto bello il discorso che fai, in linea di principio, però c’è qualcosa che non mi torna, sarà perché prendo a riferimento il mio ambito, che è la computer science. Tu parli scrivi:
    “Quando ti affidi ad un professore, perche’ ne hai riconosciuto la autorevolezza accademica, accetti implicitamente anche le sue scelte didattiche (con le loro limitazioni!) e quindi anche le limitazioni linguistiche”
    Ecco, io francamente non riesco a concepire come un professore universitario possa essere autorevole nel mio ambito se non è in grado di tenere una lezione in inglese. Cioè, dovremmo parlare di gente che per essere autorevole:
    a) Pubblica i loro paper in inglese su riviste scritte in inglese;
    b) Si recano spesso e volentieri a convegni internazionali ad honolulu o altra località amena di villeggiatura a presentare le loro ricerche ad un pubblico che parla in inglese;
    c) Probabilmente ha fatto il dottorato, post-dottorato, o ha insegnato in qualche università estera, almeno per qualche periodo;
    d) Ha a che fare con una letteratura totalmente inglese.

    Ora, un docente universitario con queste caratteristiche dovrebbe avere difficoltà a fare una lezione in italiano, non in inglese.

  • offset

    un altro paio di cose:
    1)non credo proprio sia una battaglia di principi, quanto di professori che non sanno neanche due parole di inglese
    2)per studiare ingegneria e architettura non serve solitamente una profonda conoscenza della lingua di insegnamento, fosse anche cinese…
    3)lo scopo primario é attirare studenti stranieri e questo si fa in due modi: metodo tedesco, la Germania investe un sacco di soldi, in Cina ad esempio, per promuovere le sue universitá e per sovvenzionare corsi di tedesco e dare borse di studio agli studenti cinesi. In questo modo la maggior parte dei corsi rimane in tedesco. Metodo dei piccoli Paesi (Olanda, Svezia…): visto che non hanno cosí tanti soldi da investire nella promozione della loro lingua fanno semplicemente i corsi in inglese (TU Delft, TU Eindhoven ad es.)
    4)Visto che l’Italia non ha alcuna politica di attrazione di studenti stranieri e il povero Poli non puó da solo sovvenzionare lo studio dell’italiano nel resto del mondo, la soluzione proposta dal rettore é l’unica ragionevole, al momento.

  • mkhammer

    @Pifo
    Egoisticamente
    Gli studenti di oggi costituiscono la mia speranza che tra venti anni mi paghino la pensione.
    Senza un inglese minimale il posto di lavoro fanno ancora più fatica a trovarlo.
    Fatelo sto sacrificio nell’interesse della causa.

  • uqbal

    Leguleio

    Se vuoi fare lettere classiche è meglio se ti impari inglese, tedesco e francese alla svelta…

  • leguleio

    Per uqbal

    Se vuoi fare lettere classiche è meglio se ti impari inglese, tedesco e francese alla svelta…
     
    Nel senso che in Italia andrei incontro a una disoccupazione certa e permanente? Vero, bisogna prepararsi per tempo a cambiar aria. :-)
    Il discorso però era diverso: chi mai si metterà in testa di tenere lezioni in una lingua diversa dall’italiano, per questo tipo di corsi di laurea?

  • Nicola

    Per quelli che difendono l’italiano,poi però non lamentatevi se le nostre università non sono presenti nelle classifiche internazionali..

  • tobuto

    @leguleio:
    In realtà credo che Uqbal si riferisse al fatto che la filologia è praticamente tutta in Tedesco, la linguistica delle origini è francese, i vari Frazer e Havelock erano anglofoni.
    Anzi, pensandoci, un corso di laurea in lettere classiche tenuto in Italia, ma in Inglese, secondo me potrebbe attrarre qualche studente straniero. Vuoi mettere studiare l’Ars Amandi vicino al Colosseo e studiarla tra le fabbriche di Amburgo? Stesso discorso per i corsi sui beni culturali…

  • claudioef

    Sempre più corsi universitari sono con lezioni in inglese, il che è positivo.. avrebbero dovuto iniziare tempo fa, ma i ragazzi italiani sono pronti?
    Non siamo mai stati fra i migliori in Europa a sapere l’inglese e non vedo perchè una debba frequentare un corso costoso e impegnativo come quello universitario senza sapere PERFETTAMENTE la lingua in cui si insegna, rischia di essere una perdita di tempo e di soldi, o no?
    L’unica soluzione è seguire qualche corso propedeutico, con la speranza che possa essere sufficiente.
    Qualcuno è daccordo?

  • offset

    @claudioef
    non vedo il problema. Se credi sia una perdita di tempo puoi tranquillamente iscriverti a un’altra delle decine di facoltá in Italia che continueranno ad insegnare in italiano. Poi, quando cercherai lavoro all’estero ti accorgerai di quanto sia piú vantaggioso poter dire di aver fatto la specialistica in inglese, invece che qualche corso o “ho studiato inglese alle superiori”

  • leguleio

    Per claudioef

    Sempre più corsi universitari sono con lezioni in inglese, il che è positivo.. avrebbero dovuto iniziare tempo fa, ma i ragazzi italiani sono pronti?
     
    Si dice che gli istruttori di nuoto di un tempo, dopo una breve dimostrazione in acqua con i rudimenti di teoria, gettassero a forza tutti i bambini in piscina dove non si tocca: o affogare, o nuotare. E sempre secondo questa leggenda, i bambini imparavano prestissimo.
     
    Seriamente: se non lo si fa quando si è giunti a un punto preciso del percorso universitario, quando mai nella vita si imparerà decentemente l’inglese?
     
    Qualcuno è daccordo?
     
    Quando vedo certi strafalcioni fra gli utenti dei forum, e anche fra alcuni giornalisti, mi chiedo se non sia il caso di istituire un corso propedeutico d’italiano. :-/

  • rosa0682

    @Tobuto
    @Leguleio
    Non sono d’accordo con voi.
    E’ vero che se vogliamo vivere in Europa l’inglese è necessario, ma non si può partire dalle università ad insegnarlo.
    Non sono contraria all’insegnamento in inglese, solo non vedo in che modo uno studente straniero che fa la specialistica al politecnico e poi se ne torna a casa, perchè in Italia non c’è lavoro per i giovani, possa portare innovazione e progresso.
    Sarò pazza ma i 3 milioni di euro che l’università spenderà per questi due anni di specialistica potrebbero essere impiegati meglio per migliorare i corsi che ci sono già o magari finanziare un corso gratuito per imparare l’inglese a cui possano partecipare tutti gli studenti dando loro la possibilità di fare la specialistica dove meglio credono.
    Per costruire una casa stabile purtroppo bisogna partire dalle fondamenta.

  • beonerosso

    @rosa0682: non è una questione che “se vogliamo vivere in Europa allora l’inglese è necessario”, il problema è un altro: lasciando stare gli ingegneri civili, che sono un discorso a parte, non è pensabile che nel 2012 un ingegnere non riesca a seguire un discorso tecnico in inglese.
    E inoltre, sul fatto di questi poveri studenti delle scuole superiori che non sanno l’inglese: quando ti iscrivi ad un corso di laurea universitario sai già cosa ti aspetta. Chi si iscrive ad un corso di laurea in ingegneria, è perfettamente conscio che deve avere un certo livello di preparazione in matematica e nelle materie scientifiche. Se non sei “portato” in matematica, lasci perdere. Nessuno si è mai lamentato di questo (e ci mancherebbe…). Perché per l’inglese dovrebbe essere diverso?

  • http://www.zingarate.com lowresolution

    Cara Rosa, come ho scritto prima il problema non è tradurre la didattica dall’italiano all’inglese. L’obiettivo del Rettore è costruire un vero ambiente internazionale per gli studenti, dal punto di vista dei contenuti, del lavoro in aula con studenti e docenti stranieri e delle opportunità per gli studenti. Questa scelta va tutta nell’interesse degli studenti e del loro futuro.
    Poi le fondamenta ci sono già e sono belle solide: i docenti in grado di tenere corsi in Inglese sono molti, visto che al Politecnico di Milano esistono già da tempo dei Corsi di Laurea interamente in inglese.

  • leguleio

    B>Per rosa0682

    E’ vero che se vogliamo vivere in Europa l’inglese è necessario, ma non si può partire dalle università ad insegnarlo.
     
    Non sono sicuro di avere capito questa frase. In ogni caso, per accedere al Politecnico è indispensabile conoscere l’inglese a livello di V superiore (leggi: chi ha fatto francese o tedesco o spagnolo, deve passare un test in più, almeno in teoria).
    L’insegnamento della lingua straniera in Italia inizia dalla prima media almeno dal 1962.
     
    Non sono contraria all’insegnamento in inglese, solo non vedo in che modo uno studente straniero che fa la specialistica al politecnico e poi se ne torna a casa, perchè in Italia non c’è lavoro per i giovani, possa portare innovazione e progresso.
     
    Non credo che debba necessariamente portare innovazione e progresso. Deve innanzitutto sprovincializzare l’università italiana, e mostrare, dati alla mano, che può attrarre studenti da ogni parte del mondo al pari di altre, e può dare una preparazione a livello internazionale al pari di altre.

  • offset

    @rosa0682
    “non vedo in che modo uno studente straniero che fa la specialistica al politecnico e poi se ne torna a casa, perchè in Italia non c’è lavoro per i giovani, possa portare innovazione e progresso” non è proprio così semplice. Uno studente straniero potrebbe rimanere a fare ricerca se incentivato adeguatamente, oppure tornando nel suo Paese manterrebbe comunque un’importante rete di relazioni in Italia. Attraverso questa potrebbe ad esempio decidere di investire in Italia piuttosto che in un altro Paese oppure collaborare con aziende italiane con cui magari è già anche venuto in contatto durante i suoi studi.

  • Signor D

    Bravo Leguleio, hai toppato alla grande. A Parigi -capitale del paese nel quale è obbligatorio per legge scrivere la tesi in francese-, Paris VII non propone una laurea, ma soltanto ALCUNI CORSI eventualmente anche in inglese (e sfido io a capire un francese che -crede di- parlare inglese). La FU di Berlino invece propone UN solo corso di studi in inglese. Ossia ancora non hai trovato nulla di paragonabile alla bestialità del Politecnico.

    D

  • tobuto

    Signor D? Ci sono anche io! Guarda, scuoto pure la manina!

  • rosa0682

    I don’t deny the fact that English has become the language of buisiness and science all over the word and I belive that students will have more opportunity to find a good job if they can speak, read and write English fluently. However I don’t think English should be the only choice in a public university like politecnico because there are several problem in the teaching of the English language in our public school sistem.
    The english language should be mastered at high school level by young students first place, to try and master it at the university level is too late because learn a new language takes a long time.
    Also I hardly belive that all politecnico professors know English well enough so which version of English is going to be use at this internetional university? Conference english, probably.
    In conclusion I think that in Italy we are not ready for “only English”

  • leguleio

    Per Signor D

    Bravo Leguleio, hai toppato alla grande. A Parigi -capitale del paese nel quale è obbligatorio per legge scrivere la tesi in francese-, Paris VII non propone una laurea, ma soltanto ALCUNI CORSI eventualmente anche in inglese (e sfido io a capire un francese che -crede di- parlare inglese).
     
    Alcuni? Direi che sono molti.
     
    La FU di Berlino invece propone UN solo corso di studi in inglese. Ossia ancora non hai trovato nulla di paragonabile alla bestialità del Politecnico.
     
    Non ho mai detto che l’iniziativa del Politecnico abbia degli equivalenti perfetti a Parigi e a Berlino. L’inglese come lingua unica alla laurea magistrale del Politecnico di Milano partirà dall’anno accademico 2014/2015. Per un confronto alla pari, ne riparliamo quell’anno.
     
    Sul resto, leggi il commento di Tobuto:
    http://www.ilpost.it/2012/08/01/linglese-al-politecnico-di-milano/comment-page-3/#comment-194361

  • leguleio

    Per rosa0682
     
    Sono suscettibili di rimozione, o di non pubblicazione, i commenti che contengano, nel testo o nel nome dell’autore:
    [...]
    contenuti non in italiano.
     
    (Per la verità, visto il numero di sfondoni, quello non era nemmeno inglese. Di certo, italiano non è).

  • tobuto

    @Rosa0682:
    Guarda, sarei parzialmente d’accordo con te se la scelta del PoliMi fosse improvvisamente adottata da tutta Italia, cosicché il poveraccio che non sa l’Inglese – non per colpa sua, ovvio – non potrebbe fare la magistrale in ingegneria. Ma è una singola università che ha deciso di darsi una vocazione internazionale, è così grave?
    Del tutto incidentalmente: se la domanda di laureati con eccellente conoscenza dell’Inglese (o C2 o niente) diventasse tale che un ingegnere che ha studiato in Italiano non lo assume nessuno, dovremmo mettere solo corsi di laurea in Inglese, o lasciare quelli in Italiano per i poveracci? A me sembra più classista la seconda scelta.

  • http://www.zingarate.com lowresolution

    Also I hardly belive that all politecnico professors know English well enough so which version of English is going to be use at this internetional university? Conference english, probably.
    Rosa, are you kidding? Is that phrase a joke? There are more mistakes than white spaces.
    Anyhow, to deliver a lesson in English you don’t have to be extremely proficient in that language (because you’re not supposed to improvise like a comedian) and some italenglish accent is usually tolerated, everywhere. Even in the best US and UK universities. Actually turns out that a bit of italian accent might sound cool.

  • rosa0682

    @LOWRESOLUTION @LEGULEIO
    Premetto che questo è l’ultimo commento che farò sull’argomento perchè se non vedete che problema pone la decisione del politecnico io non so proprio come aiutarvi, mi duole informarvi con profonda tristezza che questo è un tipico esempio di inglese medio conosciuto da studenti e professori.
    Ho solo preso qualche frase in inglese, più zeppe di errori che di spazi bianchi o di sfondoni, da blog di gente che l’inglese dovrebbe conoscerlo per professione e livello di istruzione superiore, da forum dove i nostri studenti discutono tra loro e altri posti simili.
    Se questo è tollerabile in internet in ambito accademico non lo è sicuramente, quindi spero che nessuno troverà mai o sentirà mai un inglese del genere al politecnico di milano.
    Anche se ne dubito, non ho certo dimenticato il sito dell’università di Firenze in cui “dalla peora al pecorino” era diventato “From sheep to Doggy Style”
    Spero comunque di vedere dal 2014 il progresso che il politecnico porterà in tutta Italia intanto per allora spero che abbiano risolto anche altri problemi oltre all’internazionalizzazione
    http://www.youtube.com/watch?v=9XgYAiVJLhk&feature=related

  • leguleio

    Per rosa0682

    Premetto che questo è l’ultimo commento che farò sull’argomento perchè se non vedete che problema pone la decisione del politecnico io non so proprio come aiutarvi, mi duole informarvi con profonda tristezza che questo è un tipico esempio di inglese medio conosciuto da studenti e professori.
     
    Da alcuni professori: quell’esigua minoranza che ha fatto ricorso al TAR! :-D
     
    Comunque non è un problema. Al Politecnico si parla di argomenti strettamente tecnici (appunto), non di filosofia del linguaggio o di blank verse, e l’importante è capire quelli. Se anche la pronuncia e la sintassi non sono ottimali, non casca il mondo.

  • flanker

    L’università italiana non è tra le prime nel mondo non certo per la lingua in cui sono tenute le lezioni, ma per la scarsa organizzazione, la scarsa qualità dei laboratori tecnici e la scarsa utilità delle materie trattate. Iniziare a migliorare quelle?

    Secondo punto: perché in inglese? Se andassi alla Sorbona mi aspetterei lezioni in francese, mai mi sognerei di sentirle in inglese.

  • leguleio

    Per flanker

    L’università italiana non è tra le prime nel mondo non certo per la lingua in cui sono tenute le lezioni, ma per la scarsa organizzazione, la scarsa qualità dei laboratori tecnici e la scarsa utilità delle materie trattate. Iniziare a migliorare quelle?
     
    Non si parlava di quello. Il rettore e il Senato accademico, nel prendere la decisione, non intendevano alzare in un solo colpo il livello accademico del Politecnico. Lo scopo era un altro.
     
    Secondo punto: perché in inglese? Se andassi alla Sorbona mi aspetterei lezioni in francese, mai mi sognerei di sentirle in inglese.
     
    E se andassi a Reykiavík, all’Háskóli Íslands (in latino Universitas Islandiae), le sentiresti in islandese, lingua parlata a livello madrelingua da 320 000 persone. Vedi qui:
     
    http://www.hi.is/islensku_og_menningardeild/forsida .
     
    Peraltro, corsi in inglese si tengono già alla Sorbona:
     
    http://tinyurl.com/ctqqxqq
     
    e nessuno si traccia le vesti.

  • pappalugo

    Alcuni esempi di vita vissuta su cui riflettere. Dopo la laurea conseguita oltre 10 anni fa ho fatto numerosi colloqui e sempre mi è stato chiesto il mio livello di conoscenza dell’inglese; a volte una parte del colloquio è stata in inglese e parlo di medie aziende italiane, non di multinazionali e di posti da top manager (purtroppo per me !). Recentemente ho risposto a un’inserzione per un posto che mi interessava; l’annuncio era in italiano e l’azienda era italiana per cui ho inviato il CV in italiano. Risposta: il suo CV non viene accettato in quanto prendiamo in esame solo CV in inglese. A parte queste note di colore, praticamente dal primo giorno di lavoro un ingegnere o un laureato in materie tecnico-scientifiche che entra in un’azienda con qualche speranza di sopravvivere (quindi parlo di aziende con clienti anche all’estero) riceve mail in inglese, svolge riunioni e incontra clienti parlando in inglese, legge documenti e parla al telefono in inglese. Se l’azienda ha sedi in paesi dell’est Europa o in CIna, spesso anche le riunioni interne si fanno in inglese perché magari partecipa un collega straniero. In questi casi si nota come i polacchi, i cechi o i romeni lo parlino molto meglio di noi. Ora la domanda è: quando i nostri studenti devono picchiare la faccia contro il muro ? Durante gli ultimi 3 anni di università (quindi con tutto il tempo di arrivare con una consocenza decente), oppure quando si riveleranno inadeguati al mondo del lavoro ? Per me la risposta è chiara: rompere il ghiaccio il prima possibile. NOn si pretende mai un inglese oxfordiano, ma la capacità di dialogare con un cliente cercando di rendersi comprensibili e di capire cosa dice l’interlocutore. Con tali premesse, tutto può poi essere migliorato con corsi aziendali, soggiorni all’estero, ecc. Oltretutto già 15 anni fa studiavo spesso su libri in inglese che non avevano traduzione in italiano.
    La mia idea è che un Decreto Sviluppo per l’Italia, che si proponga di dare una scossa al nosro paese ormai stravecchio, dovrebbe proprio contenere anche questa norma: dal 3° anno, i corsi di laurea in materie tecnico-scientifiche devono tenersi almeno al 50% in inglese inclusi gli esami scritti e orali. Probabilmente non succederà perché non esistono abbastanza professori in grado di sopravvivere un mese in un contesto aziendale integrato nel mondo moderno, sia per conoscenza delle lingue che per capacità di adattarsi ai ritmi e alle dinamiche cliente-fornitore. Ma non potendolo ammettere, si preferisce trincerarsi dietro a norme di un secolo fa, quando vigeva il mito dell’autarchia. Stando così le cose, però vorrei almeno vedere dei neolaureati in grado di scrivere in italiano corretto, perché purtroppo leggo mail di ingegneri che mettono l’acca davanti alla A o alla O anche quando sono preposizioni o congiunzioni; se insegnassi all’università, un compito con errori simili verrebbe stroncato senza pietà anche se i calcoli fossero tutti giusti.

  • franco1

    Ricordo male o qualche tempo fa “qualcuno” parlava di tre “I” come pietre fondanti della nuova nazione?

  • http://www.facebook.com/luca.preziati.1 Luca Preziati

    Nei paesi nordici l’insegnamento è tutto in inglese, appena uno non capisce, si torna alla lingua nazionale. Non esiste più uno straccio di manuale, ad esempio nell’informatica, in italiano, e se esiste è per lo più fraginoso e incompleto. Il problema sta forse nell’insegnamento alla base della lingua inglese, che è abbastanza scandaloso: ci sono professori alle superiori molto bravi e li ho avuti per due anni, il primo e il quinto. Ne ho avuta una terza per tre anni che se avessimo giocato a briscola a chiamata sarebbe stato meglio. Ora una domanda, ma quei docenti che si oppongono, non è che non conoscono l’inglese adeguatamente per poter insegnare in tale lingua, fatto già accaduto anche in altre università?