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Giudicare la propria ignoranza

È molto difficile, spiega un articolo sulla Lettura, e internet complica le cose

24 luglio 2012

Sulla Lettura del Corriere un articolo di Antonio Sgobba racconta quanto due studiosi americani, David Dunning e Justin Kruger, teorizzarono nel 1999 riguardo la valutazione delle proprie competenze (e il ruolo di Internet in tutto questo, 13 anni dopo).

Come fanno i profili di Twitter che seguiamo a mostrarsi sempre così competenti? Si tratti di geofisica, nazionale di calcio, spending review, carte nautiche, procedura penale o diritto costituzionale, di volta in volta la nostra timeline si riempie di profondi conoscitori del settore. Possibile che ci siano così tanti esperti e siano tutti tra i nostri following? No.

Il fenomeno si potrebbe spiegare con il cosiddetto «effetto di Dunning-Kruger». Risultato di uno studio di psicologia sociale diventato ormai un classico: Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessment, una ricerca condotta nel 1999 da David Dunning e Justin Kruger della Cornell University. In che cosa consiste l’effetto? «Tendiamo ad avere un’opinione alta nelle nostre abilità in molti domini, intellettuali e sociali. Sovrastimiamo le nostre capacità e la nostra incompetenza si estende fino alla mancanza dell’abilità metacognitiva di rendercene conto». In altre parole: chi è incompetente non sa di esserlo. Pensiamo spesso di saperla lunga. Al punto che non ci rendiamo conto di non saperne affatto.

Lo studio prendeva in considerazione il 25 per cento del campione che aveva ottenuto i risultati peggiori nelle diverse prove. Se la reale valutazione dei soggetti corrispondeva a un voto di 12 su una scala da uno a cento, in media gli stessi soggetti davano a se stessi un punteggio di 62. Dunning e Kruger lo definivano «un deficit nelle capacità metacognitive». Si dirà: nulla di nuovo. «Platone individua come la peggiore ignoranza quella che riguarda la propria conoscenza», ricorda Katja Maria Vogt della Columbia University nel primo capitolo del suo Belief and Truth: A Skeptic Reading of Plato (in uscita da Oxford University Press). Dove si cita il brano del Filebo di Platone in cui Socrate afferma: «I più numerosi sono quelli che si sbagliano in relazione alle qualità dell’anima, credendosi migliori per virtù, senza esserlo». E aggiunge: «Tra le virtù la sapienza è quella alla quale i più si attaccano in tutti i modi, riempiendosi di dispute e di una falsa credenza di sapere».

(continua a leggere sul sito della Lettura)

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  • mifami

    “possibile che ci siano così tanti esperti e siano tutti tra i nostri following?”

    FolloWING. Ok. Vabbè.

  • werner58

    Uhmmm… se il test è stato fatto, come è probabile, in ambiente universitario, secondo me c’è un fattore culturale molto importante di cui non si tiene conto (perlomeno nell’articolo).

    Nella cultura dell’esame universitario anglosassone, *specie in campo umanistico*, si dà molta più importanza all’interpretazione personale dello studente rispetto all’Italia, dove spesso si chiede di ripetere precisamente quello che c’è scritto sulle dispense e sul libro. Questo, quando va bene, è ovviamente uno stimolo allo spirito critico personale rispetto al nozionismo ecc ecc, ma quando va meno bene rappresenta un potente incentivo a sparare qualunque balla ti venga in mente, “vendendola” il meglio possibile, per fare la figura di quello che ha fatto una sua riflessione purchessia. E’ facile imparare a sopravvalutarsi dunque… Quasi ogni studente italiano, al contrario, ha avuto almeno una volta l’esperienza di sentirsi proporre un 27 quando stava già iniziando a pensare alla data dell’appello successivo :)

  • uqbal

    Werner58
    Sulla valutazione degli esami orali universitari (o sulle interrogazioni a scuola) si potrebbero dire molte cose, tutte negative
    _
    Per il resto, a me sembra che l’articolo individui un problema centrale delle moderne democrazie: le nostre scelte sono fatte con cognizione di causa?
    Io penso di no. Anzi, tanto per rimanere a Platone, ho tanto l’impressione che siamo come quelli che sono rimasti nella caverna e si arrabbiano con chi viene a dirgli cosa c’è fuori: non solo non vogliamo sapere la verità, ma non vogliamo rinunciare alle nostre balle. Quindi selezioniamo le informazioni in maniera teleologica: se mi piace è vero, sennò è falso e bugiardo.
    Io il problema me lo pongo per l’economia: applico il mio buon senso spicciolo, quei quattro conti che so fare e per il resto cerco di affidarmi ad esperti che mi sembrano propongano cose realistiche. Il che vuol dire, per non saper leggere e scrivere, che sappiano restituirmi un quadro della società riconoscibile e che non promettono latte e miele nel giro di due settimane. Ma poi forse è solo mio “intuito” (e vai a vedere se funziona).

  • antoniosgobba

    @werner 58 Lo studio orginale era stato condotto su 65 studenti di psicologia della Cornell con quattro test che misuravano le abilità in diversi campi: senso dell’umorismo, ragionamento logico, grammatica. (Erano test per cui avrebbero ricevuto crediti extra per la partecipazione, non esami del loro curriculum) L’articolo originale si trova qui
    http://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc/download?doi=10.1.1.64.2655&rep=rep1&type=pdf
    Negli anni lo studio è stato esteso ad altre aree, i risultati più aggiornati si trovano in «The Dunning-Kruger Effect: On Being Ignorant of One’s Own Ignorance» di David Dunning, pubblicato nel volume 44 degli Advances in Experimental Social Psichology (2011)
    @mifami Sì, “following”, ovvero i profili che seguiamo

  • fyok

    @MIFAMI E’ un tema complesso, ma qualcuno l’ha gia’ affrontato: https://twitter.com/matteobordone/status/129334680238567424

  • werner58

    Confermi pienamente il mio sospetto, Antonio :)
    (Vedrò di andare a leggermi il paper, comunque, grazie del link)

  • emmeallaseconda

    Nessuno vede in questi risultati un problema grande come una casa relativo agli strumenti di democrazia diretta?

  • ellevu

    @EMMEALLASECONDA: io sì, anzi, chi ha costruito la nostra democrazia rappresentativa non doveva essere del tutto tonto, comunque più scaltro di noi. (lascia fare a chi sa fare)

  • ricette sbagliate

    il primo commento a questo articolo ne è la miglior dimostrazione.

  • emmeallaseconda

    @ELLEVU
    Il problema è che di “lascia fare a chi sa fare” si è verificato solo il “lascia fare”. Adesso, invece di trovare strumenti perché avvenga anche il “chi sa fare”, va di moda il “facciamo noi”. Per me è un errore.
    *
    Pensando a come si potrebbe fare per fare in modo il parlamento sia composto da gente che sa fare, l’unica idea che mi viene in mente è che prima di potersi candidare (e cercare preferenze, che do per scontate), si debba dimostrare di essere in qualche modo competente (“abilitazione al ruolo di parlamentare”?) in una qualche area-tematica (tra alcune prestabilite). Esiste qualcosa del genere in giro per il mondo?
    *
    Per il governo il problema è meno grave, perché il presidente del consiglio dovrebbe avere la responsabilità dei ministri che sceglie (e dovrebbe potersene privare e chiamare altri quando lo ritiene opportuno), e basterebbe questo. Poi il voto, o, ancor prima, la sfiducia di un parlamento competente, farebbero il resto.
    *
    Sono un po’ idee al vento, che ne pensate?

  • uqbal

    Emmeallaseconda

    E chi controlla chi offre le abilitazioni? Metti che ti ritrovi Minzolini a distribuire patenti?

  • ubersonne

    ero sicuro di trovare almeno 5 commenti di uqbal a questo post. l’ennesima sconfitta della capacità metacognitiva.