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Come non parlare di una strage

Dopo gli omicidi di Aurora, è ricominciato negli Stati Uniti (e non solo) il dibattito sui modi in cui i mezzi di comunicazione dovrebbero raccontare gli eventi

Helen Lewis sul settimanale inglese New Statesman, a proposito della strage di Denver, ha ripreso una trasmissione andata in onda sulla BBC il 25 marzo del 2009, durante la quale uno psichiatra forense spiegò quali sono le cose che i giornalisti non devono fare quando parlano di una strage. Soprattutto se si parte dal presupposto che la speranza comune sia quella di non vedere il ripetersi di episodi così drammatici.

Nella sua esposizione, lo psichiatra fa un elenco delle cose da non fare se non si vuole provocare casi di emulazione, tra cui:

Non cominciare a raccontare la storia con le sirene in sottofondo.
Non pubblicare fotografie del killer.
Non coprire l’evento 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.
Fare in ogni modo per non fare diventare la conta dei morti l’argomento principale.
Localizzare la storia il più possibile, per la comunità che è coinvolta, e renderla quanto più noiosa per tutti gli altri.

Un ottimo modo per verificare quante di queste regole siano state rispettate dai giornali statunitensi è osservare le prime pagine dei quotidiani che sono usciti ieri negli Stati Uniti, e di quelli italiani. L’autrice dell’articolo sul New Statesman lo fa sulle prime pagine dei quotidiani inglesi, che non se la passano molto bene.

La questione di come parlare delle stragi è un argomento ricorrente, visto anche che episodi come quello di Aurora avvengono con una frequenza particolarmente alta negli Stati Uniti, rispetto agli altri paesi occidentali, e ogni volta sembrano avviare lo stesso discorso pubblico: di cui fanno parte sia il dibattito politico sulla regolamentazione delle armi, sia il modo in cui questi fatti vengono raccontati da TV e giornali.

(Le armi negli Stati Uniti in 5 grafici)

Questa volta non ha fatto eccezione: nell’ambito del “come parlarne”, CNN ha pubblicato una lista di cinque consigli su come parlare di “notizie che fanno paura” ai bambini (tra cui: “aspettare che siano cresciuti” e “usarlo come un momento educativo”). Un articolo sulla Columbia Journalism Review, invece, ha criticato il fatto che, poco dopo la strage, i mezzi di comunicazione stavano già riportando i pareri degli psichiatri o facendo analisi sulla sanità mentale del ragazzo, prima che si sapesse qualsiasi cosa su di lui e sul suo passato. Diversi opinionisti, tra cui un professore universitario californiano, Brian Levin, nel suo blog sull’Huffington Post, hanno argomentato che l’eccessiva copertura di stragi di questo tipo, da parte dei media, rischia di causare allarmismi ingiustificati.

D’altra parte, ci sono studi che sostengono anche che parlare di una strage in modo molto ampio e particolareggiato possa favorire l’emulazione: un articolo di David Kopel su USA Today cita uno studio di Clayton Cramer che, nel 1993, scrisse un articolo intitolato “Problemi etici della copertura mediatica degli omicidi di massa”, in cui veniva documentato il fatto che molti degli autori di omicidi di massa avevano studiato ossessivamente il materiale che i mezzi di comunicazione avevano fornito su episodi precedenti.

Le sue osservazioni non sembrarono avere molto successo, scrive Kopel. Nel 1999, l’anno della strage di Columbine, i mezzi di comunicazione diedero grande spazio alla personalità dei due esecutori degli omicidi (poi suicidatisi), con Newsweek e Time che li misero in copertina. Nel 2007, NBC mandò in onda un video autopromozionale dell’uomo che compì la strage al campus del Virginia Tech.