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  • giovedì 19 luglio 2012

Avere tutto?

di Giulia Siviero - @glsiviero

Nella settimana in cui una donna incinta veniva messa a capo di Yahoo, Internazionale ha tradotto un articolo su maternità e carriera professionale molto discusso negli Stati Uniti

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Internazionale ha dedicato la copertina dell’ultimo numero a un articolo uscito sull’Atlantic Monthly sul secolare dibattito della conciliazione tra maternità e lavoro da parte delle donne. L’articolo è scritto da Anne-Marie Slaughter, professoressa di scienze politiche e relazioni internazionali all’università di Princeton e, da gennaio 2009 a febbraio 2011, direttrice della pianificazione delle politiche al dipartimento di stato statunitense (il suo superiore era Hillary Clinton). Slaughter spiega come lei stessa abbia deciso di rinunciare a quest’ultimo e prestigioso incarico perché “avere tutto”, ossia gestire la maternità ed essere anche professioniste affermate, continua a essere praticamente impossibile: almeno oggi, con un’economia e una società strutturate così.

L’articolo sta facendo discutere molto perché la posizione di Anne-Marie Slaughter – che prevede che “avere tutto” comprenda la maternità – metterebbe in discussione una delle conquiste teoriche più importanti del femminismo (madri non si nasce, è una scelta) e perché, di conseguenza, sembrerebbe porre come completamento assoluto della “liberazione” femminile la conquista del mercato del lavoro: possibile però solo ad una minoranza di donne.

Su queste due principali critiche si basa la replica all’articolo di Anne-Marie Slaughter di Laurie Penny (giornalista britannica dell’Indipendent): «Se dovessi inventare un modo per togliere forza al femminismo in quanto movimento socialmente utile ecco che farei: fisserei un ridicolo standard di realizzazione personale e professionale che fosse irraggiungibile per la stragrande maggioranza delle donne non ricche, non bianche e non dell’alta borghesia, e lo chiamerei “avere tutto”. Dopo aver fissato questo standard impossibile, potrei facilmente far sentire delle fallite tutte le donne che non l’hanno raggiunto».

Laurie Penny mette quindi in discussione porre come primo (per essere una donna pienamente realizzata) l’obiettivo stesso al centro dell’articolo di Anne-Marie Slaughter, quello di rendere più semplice la vita lavorativa di una donna che è anche madre e scrive:

«Personalmente, con l’economia nello stato in cui è, non ho il tempo, i soldi né la stabilità di occuparmi di un cane – la cosa che vorrei più di ogni altra – figuriamoci di un partner o di un figlio piccolo. Molte mie amiche sono in una situazione simile, ma almeno abbiamo la libertà di sollevare degli interrogativi. Per esempio: ci è davvero consentito di non volere un marito? Sono ancora una persona valida se non guadagno almeno 50mila sterline all’anno? Si può ancora scegliere di non sposarsi né di avere figli, e investire invece le proprie energie in cose egoistiche come la creatività o i viaggi? Sarà mai una scelta possibile? Verrà mai il tempo in cui per le donne libertà personale significherà la stessa cosa che significa per gli uomini?».

Se qualcosa di vero si trova nell’articolo di Anne-Marie Slaughter, concede Laurie Penny, è proprio la messa in discussione dello stereotipo della donna “che ha tutto contemporaneamente”. Slaughter parte da se stessa raccontando l’esperienza del suo lavoro a Washington, per la Casa Bianca, con giornate che iniziavano alle 4.20 del lunedì mattina e finivano il venerdì sera tardi, piene di riunioni, rapporti e valutazioni da compilare.

Quando le persone mi chiedevano perché avevo lasciato il governo, rispondevo che non solo non volevo perdere il mio posto a Princeton, ma volevo stare con la mia famiglia ed ero arrivata alla conclusione che non è possibile destreggiarsi tra un incarico pubblico di grande responsabilità e le esigenze di due figli adolescenti. (…) Eppure mi scontravo sistematicamente con le reazioni delle donne della mia età o più anziane, che andavano dalla delusione (“È un peccato che tu abbia dovuto lasciare Washington”) alla condiscendenza (“Non trarrei conclusioni generali dalla sua esperienza. Io non ho mai dovuto fare compromessi e i miei figli se la sono cavata benissimo”).

Le reazioni del primo tipo, con il sottinteso che la mia scelta era triste o sfortunata, erano già abbastanza irritanti. Ma quelle del secondo tipo – con la tacita implicazione che il mio ruolo di madre e il mio impegno nella professione erano al di sotto degli standard – mi mandavano su tutte le furie. Poi a un tratto ho avuto un’illuminazione. Per tutta la vita ero stata dall’altra parte della barricata.

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