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La psicologia degli acquisti
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La psicologia degli acquisti

11 comportamenti e modi di ragionare che sono comuni quando dobbiamo comprare qualcosa: una lista dell'Atlantic

15 luglio 2012

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista statunitense Journal of Marketing i ragionamenti matematici, sviluppati dai consumatori mentre devono valutare delle offerte economiche su un determinato prodotto, spesso si rivelano sbagliati e portano a credere vantaggiose offerte che in realtà lo sono molto meno di quanto sembrano.

Ma questa non è l’unica intuizione matematica errata che il cervello di chi acquista è portato a fare durante lo shopping. Derek Thompson dell’Atlantic ne ha elencati undici, con l’aiuto di un libro dello storico e scrittore William Pondstone.

(La storia dei saldi)

1. È meglio uno sconto sul prezzo o una aggiunta della stessa percentuale di prodotto in regalo?
Ovvero, come le nostre competenze matematiche ci tradiscano di fronte a delle offerte commerciali poste nella forma giusta. Per dimostrarlo Thompson cita una dinamica abbastanza usuale, che sarà capitata a tutti, almeno una volta nella vita, quando ci si ritrova a scegliere tra un’offerta che ci garantisce il 33 per cento di prodotto in più e una che ci offre il 33 per cento di sconto sul prodotto che vogliamo comprare. Il nostro cervello, in una situazione simile, è portato istintivamente a valutare le due offerte come esattamente identiche: 33 per cento in più o 33 per cento in meno, la stessa cosa, insomma. E invece non è così.

Per accorgersene basta fare un paio di conti e mettere la situazione alla prova della pratica. Thompson usa l’esempio del caffè. Le due offerte in questione sarebbero, da una parte, una tazzina di caffè (poniamo di 30 cl e dal costo di 1 euro) con il 33 per cento in più caffè (ovvero 40 cl a 1 euro), e, dall’altra, una tazzina normale, ma con uno sconto del 33 per cento (ovvero 30 cl a 0,66 centesimi). Come è facilmente dimostrabile, il primo caffè viene a costare di più, ovvero 25 centesimi ogni 10 cl, mentre il secondo di meno, 22 centesimi ogni 10 cl.

Thompson trae da questo esempio alcune conclusioni:

Primo: i consumatori non hanno la minima idea di quanto dovrebbe costare un prodotto e quindi si affidano a parti del proprio cervello che non sono strettamente quantitative. Secondo: sebbene siamo abituati a spendere dollari numerati, prendiamo le nostre decisione sulla base di indizi e di mezzi pensieri che spesso si basano su scarse conoscenze matematiche.

2. La prima cifra che leggiamo ci condiziona
Thompson fa l’esempio di due amiche che vedono in una vetrina una borsa venduta a un prezzo improponibile: 7 mila dollari, per esempio. Ovviamente le due amiche penseranno che il prezzo sia folle e passeranno oltre. Ma se prima di abbandonare la vetrina i loro sguardi dovessero cadere su un orologio di media qualità a 367 dollari – un prezzo che preso in sé sarebbe carissimo – questo sembrerebbe ai loro occhi un affare, visto che avrebbero come metro di paragone i 7000 dollari della borsa, e magari potrebbero comprarlo.

3. Tendiamo ad escludere gli estremi
Esattamente come non vogliamo sentirci dei poveracci, non amiamo neppure distinguerci e passare per degli spendaccioni. È per questo che, secondo Thompson, cerchiamo sempre di evitare sia i prezzi troppo bassi, sia quelli troppo alti, optando quasi sempre per le scelte intermedie.

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  • enricodelfini

    esistono studi sofisticati sul posizionamento delle merci negli scaffali; esistono studi che evidenziano come le cose acquistate nel reparto alimentari differiscono fortemente a seconda dell’orario. Alle 12, si ha sempre un po’ di fame, ed è difficile resistere agli snack, alle merendine…; alle 3, a stomaco pieno, si resiste facile!
    A tutti piace credersi capace di resistere alle tentazioni. E chi vuole “fregarci” lo sa! quando al supermercato ci fanno assaggiare una fettina di salame, o un pezzetto di formaggio, e noi assaggiamo, ma non compriamo, ci sentiamo bravi “questa volta non mi hanno indotto all’acquisto!”. e invece era magari un messaggio indiretto, per farci comprare vino rosso ! se ci fanno annusare un profumo, compreremo invece vino bianco!

  • franco1

    Un altro che inventa l’acqua calda!

  • uqbal

    Mah, nelle intenzioni dovrebbe essere un dietro le quinte del diabolico marketing, però alcune cose mi sembrano un po’ delle tautologie. L’11: se mi promettono dei soldi e poi non me li danno, grazie tante che ci rimango male, poesie o no. Idem per il biglietto: se pensavo di dover pagare, e invece non devo (e pagare per un happening non è una cosa strana), tanto meglio, con quei soldi mi ci compro una pizza e una birra!
    Il 4: se parliamo di due prodotti quasi identici, dovrei essere un bell’imbecille per prendere scientemente quello che costa il doppio dell’altro…
    Però è vero che la gente di matematica non capisce una cippa e che si beve ogni sorta di fregnaccia.
    Io personalmente infine sono abbastanza immune al 3: vado di corsa ai prodotti segnalati come “il meno caro” e me li prendo con gusto. Per convincermi a spendere di più la roba dev’essere di una qualità tale che davvero sono costretto a cavare più soldi dalla saccoccia. Ci sarà pure una ragione se in famiglia mi chiamano “il morto di fame”.

  • janalexander

    Mi limito ai punti 5 e 8 che sono discutibilissimi e molto USA-centrici, e il 10, che è assolutamente anacronistico: sono decenni che i prezzi finiscono per 9, ed è ormai impresso nell’inconscio collettivo l’arrotondamento alla cifra superiore. Non conta assolutamente niente. Tanto più che già una ventina di anni fa proprio negli USA per un certo periodo tentarono la via del 7, tipo 17.77$. Il 9 è solo un pigro arcaicismo. Questa mi sembra più una guida a “Difendersi dagli acquisti compulsivi for Dummies”. Inoltre chi va a fare la spesa con la lista, sa già cosa vuole, e magari non fa neanche il percorso guidato. Quanto al “prezzo giusto”, è ovviamente arbitrario e si fa una media tra prodotti simili. Non è che al supermercato si possa variare più di tanto. Poi ok, se uno vuole, si lascia andare e infinocchiare se ha abbastanza soldi.

  • dreamscape

    per la verità considerei che un carrello al 25% di sconto è peggio di un carrello al 25% di cibo in più in quanto non mi permette di risparmiare un viaggio per mangiare.
    Soldi, benzina, tempo, voglia e una interminabile serie di tristissime usanze correlate al fatto di andare al supermercato, tra cui finire per comprare una valanga di dolciumi e patatine.
    o no?

  • http://riccardorusso.blogspot.com/ ric79

    @UQBAL: non è che se un prodotto ha lo sconto, allora è il meno caro. Ad esempio, per i pannolini, bisogna sempre calcolare il costo unitario. Per altri beni invece bisogna utilizzare un confronto qualitativo. Una mozzarella di bufala al 50% che viene 6 euro, è comunque una fregatura.
    Dal punto di vusta psicologico, gran parte dei punti si basano sul concetto di dissonanza cognitiva. Il cervello si polarizza su alcuni aspetti e ne perde di vista altri. Anche la sponsorizzazione di un prodotto con una persona famosa, riesce comunque a fare breccia nella nostra mente. Cosa sponsorizza la Marcuzzi? Ci sono dei bambini che parlano con una mucca. Qual è il nome del prodotto? Penso che sia molto più semplice rispondere alla prima che alla seconda. Purtroppo, nessuno è tanto furbo da essere immune alla pubblicità :)

  • enricodelfini

    Volendo semplificare, potremmo suddividere le strategie di marketing/propaganda in tre classi. 1)quelle che evidenziano proprietà intrinseche al prodotto 2)quelle che si appoggiano al carisma di un testimonial 3)quelle che sfruttano un “effetto alone” (esempi tipici, la mucca di cui sopra, e il cagnolino della carta igienica).
    Tutto sommato, anche se nessuno è tanto furbo da essere immune, possiamo dire che qualche meccanismo di difesa, qualche anticorpo, lo abbiamo sviluppato. Ma questi anticorpi funzinano meglio con le pubblicità del tipo 1); nessuno crede davvero che con quel dopobarba un uomo “non deve chiedere mai”. come nessuno crede ai consumi ridottissimi vantati da quella automobile. Ecco che allora i pubblicitari non “dicono” più, ma fanno “intuire”, sfruttanto le forme 2) e 3). Con personaggi famosi che legano la loro simpatia ad una tazzina di caffè o a uno yogurt, e con scene allusive che non dicono nulla, ma fanno sognare (avete presente i profumi, da uomo e da donna, con esemplari bellissimi di ambo i sessi, senza che nulla-ma-proprio-nulla venga detto del profumo in sè ?).
    Per finire, una notazione personal-professionale: anche in campo medico, molte aziende del farmaco, fanno informazione sfruttando 3). e sì che devono chiamarla informazione…

  • http://riccardorusso.blogspot.com/ ric79

    Attenzione che lo scopo della pubblicità spesso non è vendere, ma fissare un marchio nella testa. Il ri-conoscere un marchio (ad esempio di abbigliamento) all’interno di uno scaffale spesso fa la differenza. Sempre sullo yogourt: tra l’Activia e “Yogourt delle Valli” non mi potete dire che comprereste a occhi bendati il secondo, solo perchè c’è una mucca e una banana sulla confezione o costa di meno. Delle “proprietà” del primo invece ne sappiamo fino alla nausea.

  • enricodelfini

    Dici bene “proprietà” tra virgolette…
    In realtà il discorso sulle doti miracolose del Bifidus è quasi pura fantasia. L’efficacia della campagna si basa sull’effetto 2), non sul 1).
    La Danone, qualche anno fa, in California dovette pagare una muklta salatissima,e modificare la campagna di advertising, che puntava proprio sulla “qualità” e sulle doti del prodotto, non documentate in modo scientifico.D’accordo, per marchi europei, è dura entrare nel mercato USA (vedi Nutella…) ,ma in America, qualche sistema di controllo, e di sanzioni, esiste.
    Propio la settimana scorsa, hanno dato una multa di tre miliardi di dollari alla Glaxo (sì, proprio tre miliardi !)

  • http://riccardorusso.blogspot.com/ ric79

    Vero, ma è indubbio che la pubblicità abbia fissato nel nostro cervello la storia del bifidus e soprattutto il marchio. Per qualcuno il bifidus sarà una cagata pazzesca, ma il marchio comunque è nel cervello e avrà un posizionamento distinto ad esempio da Muller o Granarolo. Penso che l’importante sia differenziarsi e accaparrarsi nel cervello una associazione parola-prodotto. Se io dico amore-sapore, bifidus, mucca-Lola, penso che ognuno saprà agganciare il prodotto (non citato) e il packaging.
    Mentre si vi parlo di Vipiteno o Mila, che magari sono anche “migliori” come prodotto, quasi nessuno sa com’è marchio/prodotto/confezione

  • http://www.simonluca.net s1m0n

    Un’altra ragione per cui snack e salatini sono in fondo, spesso fra una cassa e l’altra, è che le madri che vanno a fare la spesa coi figli li hanno a portata di mano per far stare buoni i pargoli mentre attendono in fila.

  • lucabidogia

    Per quanto sia triste ammetterlo, chi fa pubblicità non si rivolge ad un target consapevole e acculturato in materia di marketing o tecniche di persuasione; sarebbe economicamente irrilevante. L’obiettivo dei rivenditori, poi, sarà quello di favorire il passaggio della persona dal suo ruolo di esperto di marketing a quello di acquirente del prodotto, con i suoi bisogni, le sue stanchezze e la sua mente condizionata.
    PS: a volte gli “esperti” acquistano proprio apprezzando le strategie di vendita e non per il prodotto
    PS2: Vipiteno e altri marchi analoghi, hanno un’ottima strategia di marketing per il proprio target, economica e fruttuosa e che funziona bene solo per alcuni dei loro prodotti