Un anno fa, nel luglio 2011, lo spread ha oltrepassato per la prima volta dall’introduzione dell’euro i duecento punti base. In due mesi sarebbe rapidamente salito oltre i 400, un livello intorno al quale si muove anche oggi. Venerdì ha chiuso a 480 punti base, in aumento soltanto dello 0,14% rispetto a giovedì, nonostante il declassamento di Moody’s.
Fino al luglio di un anno fa, il differenziale o spread tra buoni del tesoro decennali italiani ed equivalenti tedeschi era conosciuto soltanto dagli specialisti e dai giornalisti economici. Negli oltre tre anni e mezzo tra il gennaio 2008 e il luglio 2011, ad esempio, meno di cinquanta titoli di giornale contenevano la parola spread. Soltanto tra luglio e agosto 2011, invece, lo spread è stato sui titoli dei quotidiani italiani 51 volte, e spesso in prima pagina.
Oggi lo spread è considerato uno degli indicatori più importante della “salute” finanziaria di un paese e, più in generale, della fiducia che gli investitori hanno nell’Eurozona. Ma non è sempre stato un indicatore fondamentale. Per il primi sette anni dell’euro lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi era considerato un indicatore secondario, controllato soltanto dagli specialisti in trading dei titoli di stato. Fino all’estate del 2008 si aggirava con pochissime oscillazioni intorno ai 35-40 punti base. Alla caduta del governo Prodi, nel maggio 2008, mentre dagli Stati Uniti arrivavano le prime avvisaglie della crisi dei mutui subprime, si era alzato raggiungendo una cifra tra i 40 e i 50 punti base.
Il primo record dello spread viene raggiunto lunedì 16 settembre 2008. Il giorno prima il governo americano aveva costretto la banca Lehman Brothers a dichiarare bancarotta. Il Sole 24 Ore titolò: “Per i Btp spread record”. Quel giorno lo spread aveva chiuso a poco più di 70 punti base. Un altro record viene toccato a gennaio 2009 con 170 punti base. Repubblica gli dedicò un boxino titolato “Il caso” in fondo alle pagine economiche.
L’aumento dello spread, in quel periodo, non preoccupò e venne spiegato come “fuga verso la qualità”. Una reazione alla bancarotta di Lehamn Brothers che aveva lasciato i mercati nell’incertezza. In altre parole, secondo gli analisti, gli investitori cercavano di ridurre i rischi dei loro portafogli (cioè la somma dei loro investimenti) comprando titoli molto sicuri (come i Bund, i titoli di stato tedeschi) per pareggiare l’incertezza sugli altri titoli in loro possesso. L’Italia, quindi, pagava solo le incertezze del mercato.
Le cose cominciarono a cambiare nel corso dell’estate 2009. Un articolo su Lavoce.info nel maggio 2009 lanciò uno dei primi segnali d’allarme. La “fuga verso la qualità” può spiegare soltanto un quinto dell’aumento dello spread. Il resto è causato dal rischio paese. In altre parole gli investitori pensano che i conti dell’Italia stiano peggiorando e il paese, in futuro, potrebbe andare in bancarotta. Il 2010 è un anno di ripresa economica (il prodotto interno lordo italiano cresce del 1,8%) e lo spread si stabilizza introno a quota 100-150 punti base, nonostante i timori sulla tenuta dei conti pubblici e il peggioramento della crisi in Grecia.
Per i primi sei mesi del 2011 la situazione resta sostanzialmente la stessa. Verso la fine di giugno lo spread è ancora fermo a 160. Sono i giorni in cui il governo Berlusconi comincia a lavorare a un’importante manovra estiva. Non è una finanziaria come le altre. La crisi greca è peggiorata e la ripresa cominciata nel 2010 è già finita. L’FMI prevede che l’Italia sarà in stagnazione nel 2011 e in recessione nel 2012. L’obbiettivo del governo è raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2014.



