“E comunque si ricordi una cosa. Io sono una persona onesta, ha capito? Io sono una persona onesta.” Francesco Gratteri si accorge di avermi stretto il braccio. “Scusi, mi sono fatto prendere dalla foga.” Nell’autunno del 2008 salgo sul treno Frecciarossa diretto a Napoli. Di fronte a me si siede un uomo vestito con un completo elegante. Alzo gli occhi, distrattamente. È Gratteri. Non ci ho mai parlato in vita mia, non ci siamo mai incontrati. Ma è lui, nessun dubbio. Ogni tanto, attraverso amici comuni, mi sono giunti gli echi della sua disistima per come avevo raccontato l’inchiesta e il processo della Diaz. Troppo parziale, troppo piegato sulla versione dei magistrati e non su quella delle difese.
Mando un sms. “Ho Gratteri davanti a me. Che faccio, mi presento?” Risposta: “Se vuoi fallo. Ma secondo me non ti saluta neppure”. Allungo la mano verso di lui, gli dico buongiorno e declino le mie generalità. “Andiamo a prendere un caffè al bar,” dice.
Abbiamo parlato per quasi due ore, ed eravamo così coinvolti nella discussione che mi sono dimenticato di scendere dal treno. Ce l’aveva scritto in faccia quanto gli pesa quella storia, quanto lo abbia tormentato. Ho capito come sia difficile per un uomo dello stato trovarsi dall’altra parte della scrivania, rispondere alle domande del magistrato invece di suggerirle. È un’inversione di ruolo forzata, dolorosa, ma è toccata a lui. “Io non potrei accettare l’esistenza di prove false, non l’ho mai fatto in tutta la mia vita. Se avessi saputo l’identità del responsabile di quel raggiro, stia sicuro che lo avrei fatto arrestare.”
Mi è capitato altre volte di incontrare i poliziotti della Diaz. Nel 2006 Gilberto Caldarozzi uscì dalla questura di Parma con la faccia livida e gli occhi lucidi. Aveva arrestato i sequestratori del piccolo Tommaso Onofri, un bimbo di appena due anni. Era un mese che faceva avanti e indietro da Roma. Li aveva interrogati per ore e aveva capito che quei due, il muratore e il pugile, dicevano la verità, almeno su un punto. Il bambino era stato ucciso subito. Masticava rabbia, quel giorno. Per una fine annunciata e ingiusta. Lo sapevano tutti che il bambino era morto, ma scoprirlo, vederne il corpo, è un’altra cosa. L’anno seguente Caldarozzi guidò l’arresto di Bernardo Provenzano, l’ultimo capo dei corleonesi. Furono pubblicati molti articoli sulla sua figura, e nessuno faceva riferimento al fatto che fosse sotto processo per la Diaz. L’omissione non mi sembrò scandalosa: un gesto di riguardo per una persona che aveva appena fatto una cosa importante, molto importante, per il proprio paese.
E poi il diavolo, probabilmente. L’uomo che riassume ogni idea di cospirazione dietro le giornate di Genova, il simbolo del male assoluto per i No global. Nel gennaio 2008 Gianni De Gennaro era stato nominato commissario straordinario, qualifica enfatizzata dal prefisso “super”, che sottolineava poteri speciali per risolvere l’emergenza rifiuti a Napoli. Il suo limbo dopo le dimissioni da capo della polizia era durato pochi mesi. Se n’era andato al compimento del settimo anno, questa la motivazione ufficiale studiata dal governo di centrosinistra, che faceva contenti gli alleati di Rifondazione e non umiliava lui, da qualche giorno indagato a Genova per aver suggerito a Colucci di modificare la sua testimonianza durante la deposizione al processo Diaz.
De Gennaro aveva chiesto di modificare quanto dichiarato in precedenza, ovvero che fosse stato lui a mandare il portavoce Sgalla davanti ai cancelli della scuola. Una circostanza di nessun significato per il processo, un dettaglio ininfluente. Ma importante per il prefetto, perché era l’unico nodo che lo teneva legato a quella notte, a quella macchia. Ancora una volta, una questione d’onore.
Quando ai primi di febbraio si decise a ricevere la stampa, sembrava un uomo che si preparava alla sconfitta. Il governo Prodi era caduto, dietro di lui non c’era più nessuno. Un supercommissario senza poteri, obbligato all’ordinaria amministrazione, spedito a Napoli come un salvatore della patria e rimasto solo nel giro di un mese. Questa volta i media gli servivano a rompere l’isolamento, a far presente che i rifiuti continuavano ad accumularsi, incuranti e irrispettosi dei dolori di Prodi e dell’imminente campagna elettorale.
Ma il suo primo pensiero fu un altro. Come un riflesso condizionato. “Lei ha scritto cose inesatte sul G8,” fu la sua accoglienza quando mi presentai. Ero in imbarazzo, con me c’erano altri colleghi, non necessariamente al corrente della questione. “Lei continua a vedere il dolo, ma non c’è nessun dolo, e sono convinto che alla fine i fatti mi daranno ragione.” Poi mi strinse la mano. “Prima o poi racconterò come sono andate davvero quelle giornate.”
Anche per questo, il processo Diaz è stato politico, suo malgrado. Perché metteva in gioco la reputazione di poliziotti come Gratteri, Caldarozzi e, soprattutto, il loro capo Gianni De Gennaro, che avevano sconfitto la mafia di Corleone. Accostava i loro nomi a quelli degli indifendibili picchiatori di Canterini, convinti invece di essere vittime sacrificali di un tradimento della polizia più nobile e blasonata.
“Ci hanno venduto.” Alla fine dell’ottobre 2010, nei giorni della rivolta di Terzigno contro l’apertura di una nuova discarica, ho conosciuto un celerino che faceva obiezione di coscienza. Condivideva le ragioni della protesta, aveva parenti che passavano le notti al presidio, costretti ad andarsene soltanto quando arrivava l’ora dei violenti, vedette in motorino, bombaroli che sparavano fuochi d’artificio ad altezza di poliziotto, incappucciati ossessionati dal sogno di “buttare a terra” l’odiato sbirro.
Era stato uno dei tanti agenti indagati per la Diaz e scagionati solo perché non identificabili. Gli chiesi quale fosse la differenza tra le due situazioni. Anche allora chi protestava aveva delle buone ragioni. Mi disse che era tutto diverso. A Genova, lui credeva in quel che stava facendo. Avevano creato una squadra, mesi di addestramento e sacrifici, avrebbe seguito i suoi compagni in capo al mondo. “E quella notte io pensavo davvero che ci fossero i cattivi. Poi ci hanno scaricato, come esseri indegni. Ci hanno messo in trappola gettando su di noi responsabilità che erano di tutti.”
La storia della Diaz è stata più grande di ogni singolo dettaglio di innocenza o colpevolezza. È diventata una questione assoluta. L’onore, dello stato e dei No global. Poliziotti importanti costretti a scegliere. O sprovveduti, vittime di un raggiro che si è compiuto sotto i loro occhi, ordito da colleghi ritenuti manovalanza. Oppure colpevoli, di reati infamanti, complici del pestaggio di manifestanti inermi, e della fabbricazione di prove false. Il movimento si è aggrappato ai dettagli salvifici della propria reputazione, come la negazione costante della presenza di Black Bloc in quella scuola. C’erano, invece, e lo sapevano tutti. Nelle notti precedenti ci avevano dormito dentro, mischiati a manifestanti normali. Lo striscione Smash che accompagnò le loro gesta venne fabbricato proprio nella palestra al pianterreno. Ammettere la loro presenza sarebbe stato un cedimento, perché la Diaz è presto diventata la metafora di quel che è stato Genova, il Potere che schiaccia e reprime un movimento nuovo.
Era una partita importante. Le mezze misure non erano possibili. Il pareggio non era contemplato. Nel primo processo furono condannati solo gli agenti del reparto mobile, gli autori materiali del blitz e dei pestaggi. I funzionari furono assolti. Contro di loro, si leggeva nella motivazione, “c’erano indizi non univoci”. I quindici dirigenti che firmarono falsi verbali d’arresto erano stati “ingannati”, anche se non veniva specificato da chi. Il 18 maggio 2010 la Corte d’appello ha invece accolto le tesi dell’accusa, convinta che i “capi” fossero consapevoli delle bugie contenute in quei documenti, ai quali ha dato valore di prova. Da qui, l’infamante condanna per falso ideologico.
Nella sua brutalità, Genova è stato proprio questo. O tutto, o niente. L’alfa e l’omega. Il giorno più bello e quello più brutto. Una ferita che non si è ancora chiusa.
(AP Photo/Francesco Saya)
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