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"Il diavolo, probabilmente"
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“Il diavolo, probabilmente”

Gianni De Gennaro e il processo per le violenze alla scuola Diaz, raccontati nel libro di Marco Imarisio "La ferita"

10 luglio 2012

Colucci è un tipo piuttosto loquace. In quei giorni sembra in preda all’euforia, si sente riabilitato. Le intercettazioni con i suoi colleghi rivelano l’esistenza di un pensiero unico nei confronti di Zucca. “Manganelli stamattina m’ha detto: dobbiamo dargli una bella botta, a ’sto magistrato.” “Quei pm sono gentaglia, uno di loro è uno squilibrato.” “È un pezzo di merda con lo sguardo da pazzo.” “Il pm è un matto, un mascalzone.”
La solitudine deve essere una scelta, altrimenti diventa isolamento, produce cattivi pensieri, mette alla prova i nervi e l’anima. Il processo Diaz pesa sulle spalle di due magistrati. Centocinquanta udienze, e mai una volta che si sia presentato il loro capo. Il presidente del tribunale li richiama spesso, eccepisce sulle domande che rivolgono ai testimoni, invita Zucca a moderare i toni. I difensori degli imputati sentono di essere padroni di quell’aula. Giocano sui nervi, vanno all’attacco. I ruoli vengono ribaltati. Una volta si sfiora la rissa. Gli avvocati, che alla fine del processo incasseranno parcelle da dieci milioni di euro, accusano Zucca di aver speso troppo per le indagini. Messe una in fila all’altra, sono prove che lasciano un segno. Il magistrato in nero diventa sempre più ombroso, sospetta di tutti. Subisce le sentenze di primo grado come un’umiliazione personale. Prima la Diaz. Assolti. Lena Zulke lo abbraccia in aula e lui si sente ancora più male. Non è riuscito a dare giustizia. Poi De Gennaro. Assolto.

Quelle sconfitte gli scavano dentro, insinuano dubbi. “Forse hanno ragione loro, sono davvero un cattivo magistrato.” Me lo disse con voce triste, il volto ancora più scavato. Era dimagrito, smunto. Un’implosione. La scelta di andarsene da quell’ufficio sembrava una necessità. Anche il 18 maggio 2010 è una giornata amara. A notte fonda il giudizio d’appello gli ha appena dato ragione: tutti colpevoli. Ma quel giorno è stato anche il primo dell’esilio che si è imposto, come se dovesse espiare qualche colpa. Dopo ventidue anni da pubblico ministero, Zucca ha cominciato una nuova vita in procura generale. Ritmi più blandi, la noia che ti avvolge come miele. Una solitudine diversa. Certe battaglie lasciano un segno indelebile.
“Un’operazione mediatica… Doveva riscattare l’immagine della polizia che nei giorni precedenti era sembrata inerte di fronte ai gravissimi episodi di devastazione e saccheggio. Preso atto del fallimentare esito della perquisizione, si sono attivamente adoperati per nascondere la vergognosa condotta dei poliziotti violenti concorrendo a predisporre una serie di false rappresentazioni della realtà a costo di arrestare e accusare ingiustamente i presenti nella scuola.” Così si legge nelle motivazioni della sentenza d’appello, pubblicate tre mesi dopo. Anche l’assoluzione di De Gennaro viene ribaltata nel secondo grado di giudizio. “Aveva con evidenza l’interesse a non far trapelare un suo diretto coinvolgimento nella vicenda Diaz, alterandone l’accertamento dei fatti, delle loro modalità e delle responsabilità politiche e penali.”

Una questione d’onore
“La mia polizia.” Cestaro, il pensionato che ebbe la sfortuna di passare dalla Diaz, lo ripeteva in continuazione impostando la voce su un tono di rimpianto.
Il pomeriggio del 20 giugno 2002 Oscar Fioriolli percorre i corridoi della procura ad ampie falcate, quasi volesse abbreviare l’agonia. Dal suo comportamento trapela un certo imbarazzo. Entra negli uffici dei pubblici ministeri, non prima di aver rilasciato dichiarazioni di intento solenne. “Questo è un giorno amaro.” Viene a nome del capo della polizia Gianni De Gennaro. Porta con sé l’offerta di “un’ampia azione investigativa” da mettere a disposizione dei magistrati. Appare turbato, non era per questo che l’avevano mandato a Genova. Era l’uomo chiamato a sanare la ferita. Arrivò nell’estate del 2001 per sostituire il questore Colucci, rimosso dal Viminale. Si presentò andando in piazza Alimonda a stringere la mano di Giuliano Giuliani, nel trigesimo della morte di Carlo. Ci fu un timido abbraccio, che venne poi rimproverato a entrambi. Un poliziotto moderno, dai modi gentili e pacati, uno che diceva adesso si volta pagina. E forse ci credeva davvero.

“Bottiglie di vino, centilitri 75, con stoppino.” È la prima descrizione di due ordigni trovati durante gli scontri del sabato dalle parti di corso Italia. Vengono affidati alla pattuglia del reparto mobile di Roma, quello di Canterini, “per successivo inoltro in questura”. Non viene redatto il verbale di sequestro. Le bottiglie non finiscono all’ufficio reperti della Digos, non passano alla polizia giudiziaria, come da procedura, essendo corpi di reato. Semplicemente scompaiono. Per riapparire la mattina dopo sul tavolo della questura, tra il “bottino” delle armi sequestrate durante l’irruzione alla Diaz, compiuta proprio dagli uomini di Canterini. Nel giro di un anno i magistrati hanno ricostruito tutto il percorso delle due bottiglie. Prove false, fabbricate ad arte per incastrare i No global.
Quello è il giorno in cui cambia tutto. La Diaz non è più il racconto di una vendetta a freddo, la valvola di sfogo di un gruppo di poliziotti di strada che ha deciso di prendersi una rivincita sulle “zecche”, coinvolgendo i dirigenti che avrebbero dovuto gestire un’irruzione motivata con la presenza di Black Bloc nella scuola. Diventa una questione più importante, che coinvolge un gruppo di uomini che appartengono al mito della polizia democratica, quella che sconfigge la mafia. E adesso si trovano coinvolti in una storia sporca, di coperture e omissioni. Hanno partecipato a Genova facendo un mestiere che non gli appartiene. Nessuno di loro ha una storia professionale legata alla gestione dell’ordine pubblico. Catturano gli assassini, è un lavoro diverso.

La visita di Fioriolli ai pubblici ministeri è una presa d’atto piuttosto esplicita. Scusate, dateci un’altra possibilità. Promette arresti, assicura che non guarderanno in faccia a nessuno. La polizia che indaga su se stessa. Non funziona, non può funzionare. Lo sanno entrambi, magistrati e questore.
Poco tempo dopo Fioriolli riceve una telefonata dal pubblico ministero Enrico Zucca. L’intesa cordiale tra le due istituzioni è rimasta nel limbo delle buone intenzioni. I toni non sono concilianti. Abbiamo bisogno dei tabulati Wind delle utenze dei poliziotti indagati. Li avete voi in consegna, sono tre mesi che ve li stiamo chiedendo e alla squadra mobile rispondono di averli persi. Sarebbe il caso di cercarli bene, altrimenti siamo costretti a indagarvi tutti. Passa mezz’ora. Suona il telefono, chiamano dalla squadra mobile. Dottore, pensi che sorpresa. Stavamo spostando degli scatoloni, ce n’era uno sigillato accanto al termosifone, l’abbiamo aperto, e cosa è spuntato fuori? I vostri tabulati, adesso ve li portiamo.

L’inchiesta sui fatti della scuola Diaz è una lunga storia di incomprensioni e di mancata collaborazione. Il reciproco sospetto ha creato un’incomunicabilità totale. Le foto degli indagati per le sevizie di Bolzaneto e il pestaggio della Diaz vengono richieste per più di un anno. Sarebbero urgenti, servono per permettere alle vittime il riconoscimento dei loro picchiatori. Basterebbe un clic per ognuno di loro. Quando arrivano, sono quelle sbagliate. Risalgono al loro ingresso in polizia. Tutte le facce degli agenti e dei funzionari sono giovani e fresche, irriconoscibili. L’ampia azione investigativa promessa dal questore non ha consentito di identificare un poliziotto dalla fluente coda di cavallo fotografato in primo piano durante l’irruzione alla Diaz mentre parla con i colleghi, impartisce ordini. L’immagine fa il giro di tutte le questure d’Italia. Nessuna risposta. Durante il processo, un avvocato difensore avanza un’ipotesi. Forse si è tagliato i capelli, dice. La sua identità viene scoperta durante una delle ultime udienze, dopo otto anni. L’agente con la coda di cavallo compare in aula tra il pubblico, è venuto a dare un’occhiata. La notte del 21 luglio 2001 tre funzionari del Servizio centrale operativo e altri due dirigenti si chiudono in una stanza della caserma di Bolzaneto e scrivono il verbale d’arresto dei novantatré No global che dormivano nella scuola, con l’elenco delle prove contro di loro. Lo firmano quindici persone. I magistrati ne identificano quattordici. Nessuno ha mai riconosciuto la calligrafia del firmatario ignoto.

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  • jamesnach

    Sono passati più di 10 anni ma io ancora non ce la faccio ad arrivare in fondo ad articoli come questo.
    Questa gentaglia è il Male. Spero che prima o poi paghino per quello che hanno fatto.
    Meritano solo il peggio dalla vita.

  • gednet

    Sarò breve: ho 58 anni, ho attraversato tutti gli anni di piombo e di qualsiasi altro metallo pesante – qualcuno mi porti UNA sentenza equa, definitiva e passata in giudicato in cui UN rappresentante delle forze dell’ordine abbia scontato UN’equa condanna per aver impunemente ammazzato UN povero cristo. UNA. Grazie.

  • gait

    Appunto condivido, il finale Alfa e Omega, il bello e Brutto, solo in Italia si continua ad avere una democrazia zoppa, sorda alla giustizia, sorda alla verità contaminata da una casta di intoccabili fatta di stipendi privilegi, zone grigie, e costi superiori alle altre democrazie Europei occidentali. Inoltre sono d’accordo con il direttore Luca Sofri, affinché il sottosegretario alle deleghe dei servizi segreti, Giovanni De Gennaro, si dimetta.

  • franco1

    Non posso far altro che associarmi a tutti e tre poichè non saprei che altro aggiungere.

  • Wilson

    +1

  • fausto57

    Post da condividere senza se e senza, come si diceva allora.
    “La ferita” di Imariso è a mio avviso un bellissimo libro. Il che non significa ovviamente che ne condivido al 100×100 tutte le tesi. Significa, per me, che propone un punto di vista molto laico su quelle vicende (in genrale, al di là dello specifico Diaz), sui giorni e i preparativi che le precedettero. E non fa sconti neanche al movimento. Ripercorrendone, dal suo punto di vista, pregi e difetti, opere ed omissioni, violenze subite e responsabilità. Io penso che dentro il movimento ci siano state gravi responsabilità politiche, culturali e morali. Riusciremo mai a parlarne laicamente senza sentirsi buttare addosso l’accusa che “ma allora tu stai con i poliziotti della Diaz”?

  • epicuro

    Rasandosi un po’ di peli dalla lingua e facendone crescere qualcuno in più sullo stomaco, non sarebbe il caso di riflettere un po’ sulla vulgata delle “poche mele marce”? Oppure, volendo andare proprio a monte che più a monte non si può, chiedersi se episodi come questo non siano semplicemente il prezzo da pagare per avere dei cani da guardia efficienti (che se il cane è addestrato a mordere, è abbastanza ovvio che morda sia i ladri che tuo cugino che viene a trovarti) o se, piuttosto, non sarebbe ora di tirare una bella riga sul luogo non troppo comune che recita “per prendere un assassino ci vuole un altro assassino”.

  • http://finalmentedomenica.blogspot.com robiciattola

    @ Epicuro: si, con la differenza che qui, gli assassini, hanno picchiato e rotto le ossa agli agnellini, non agli assassini veri che, come sappiamo, stanno tutti belli che liberi e indisturbati

  • epicuro

    @robiciattola
    Appunto

  • lorenzom

    @gednet
    io non sono un esperto, ma così come l’hai detta mi vengono in mente i Savi, così per darci una speranza.

    Per il resto d’accordo su tutto, incluse le dimissioni del sottosegreatrio.