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  • martedì 10 luglio 2012

“Il diavolo, probabilmente”

Gianni De Gennaro e il processo per le violenze alla scuola Diaz, raccontati nel libro di Marco Imarisio "La ferita"

La ferita è il libro di Marco Imarisio, giornalista del Corriere della Sera, sul movimento “no global” italiano e la sua crisi a partire dai giorni e dalle violenze del G8 di Genova, che Imarisio aveva seguito intensamente. Dopo la sentenza che ha confermato le condanne per i responsabili della polizia che guidarono le aggressioni nella scuola Diaz e ne occultarono le prove, e le discusse parole del sottosegretario Gianni De Gennaro, vale la pena leggere il racconto di Imarisio su quel processo e i ruoli degli imputati, compreso De Gennaro.

“Vergogna, vergogna.” Sembra di essere ancora ai cancelli della scuola. Con le stesse persone, gli stessi cori, in più solo la stanchezza e la frustrazione di un’attesa lunghissima e vana. E le facce stravolte, oggi come allora. Fa male vedere un vecchio che urla e singhiozza, inveisce contro lo stato italiano. Si chiama Arnaldo Cestaro, grida in equilibrio precario su due sedie dell’aula bunker. Quella notte uscì in barella dalla scuola. Aveva un braccio e una gamba fratturati. Il dolore gli contraeva la faccia in una specie di ghigno. Sembrava che ridesse, ma c’erano i suoi occhi spalancati e vitrei. Un urlo muto. Doveva veramente essere successo qualcosa di tremendo.

Che brutta la nuova notte della Diaz. Senza speranza, senza pietà. Così identica alla prima, al 21 luglio 2001. Mancano soltanto i lampeggianti e il cordone di giovani carabinieri spaventati che tenevano lontano la folla che premeva, voleva capire cos’erano quelle urla che uscivano dalla scuola. Tutti in quella strada stretta, aggrappati all’inferriata dei cancelli di fronte, spettatori consapevoli di una situazione completamente fuori controllo. Non ricordo chi fu il primo a saperlo
Eravamo tutti nella stessa situazione, a cena oppure in albergo, il maledetto G8 era ormai finito, dopo un’altra giornata furiosa. Arrivò una telefonata: stanno perquisendo una scuola, hai mai sentito parlare di questa Diaz, che dici, lo so che siete stanchi ma andate a dare un’occhiata?
Nel cortile c’era un gruppo di funzionari, dovevano essere i capi. Giacca, cravatta e casco in testa. Uno di loro, un uomo alto dalla barba curata, sembrava fuori di sé. Imprecava, sbatteva il casco a terra. Alcuni giornalisti che lo conoscevano si erano avvicinati. “Calma Ciccio, stai calmo, ci sono le telecamere.” Era Francesco Gratteri, il capo del Servizio centrale operativo. L’uomo che aveva catturato Giovanni Brusca, l’assassino di Giovanni Falcone.

Un altro funzionario si era allontanato da poco, e quello lo conoscevano in tanti. Si chiamava Arnaldo La Barbera, era considerato una leggenda della polizia. Nell’autunno del 2002 sedeva su una panca nel corridoio della procura. Smunto e smagrito, l’espressione persa nel vuoto, aspettava il suo turno per essere interrogato. Quando lo chiamarono, cercò di alzarsi ma non ce la fece. La porta del pubblico ministero era distante un paio di metri. Dovettero sorreggerlo per fargli fare pochi passi. Ero a cena con un funzionario della Digos di Genova quando arrivò la notizia della sua morte. Rimase in silenzio a guardare fisso il piatto di trenette al pesto, ancora fumante. Passarono un paio di minuti. Scusa, mi disse, ma non credo tu possa capire. Io ho cominciato a fare questo mestiere per lui, perché volevo essere come lui.

Cominciarono a uscire le barelle dalla scuola. Una dopo l’altra. Un ragazzo dai capelli neri era riverso su un fianco, svenuto, la maglietta lacerata e intrisa di sangue. Una ragazza con i dreadlock che sembrava morta, il braccio destro le penzolava dalla lettiga, aveva le guance imbrattate di sangue. E poi gli altri. A ogni apparizione la situazione diventava sempre più chiara, il perché di quelle urla che uscivano dalle finestre al primo piano sempre più lampante. C’era una tensione pazzesca. Le ambulanze attendevano in fondo alla strada perché nella calca sudata e stravolta non si apriva lo spazio per lasciarle passare. E quel coro che diventava sempre più martellante. “Assassini, assassini.”
Anche adesso qualcuno prova a intonarlo, con i commessi del tribunale che si mettono di mezzo, la smetta subito, qui non si può fare. Qualcuno cerca di lanciarsi in avanti per agguantare il presidente del tribunale Gabrio Barone che ha appena finito di leggere la sentenza ed esce con un sorriso beffardo sul volto. Abbastanza soddisfatto, perché quella sera gioca la sua squadra del cuore. Uno sguardo all’orologio cancella i timori. Se corre veloce dovrebbe essere a casa per la ripresa di Juventus-Genoa.
Un caldo folle, rabbia e lacrime sui volti delle vittime, ormai convinte di avere sbagliato ad affidarsi alla giustizia italiana. Lena, la ragazza con i dreadlock che sembrava morta, guarda attonita lo spettacolo. Scuote la testa, è tedesca, devono tradurle quel che è appena risuonato nell’aula bunker. Tredici condanne, quelle che non contano nulla, ai capi pattuglia che diressero l’irruzione nella scuola. Sedici assoluzioni, tutti gli altri funzionari di polizia, quelli che stavano nel cortile, sono innocenti. Alle vittime lo sfregio di risarcimenti irrisori, esattamente un decimo di quello che avevano chiesto le parti civili.

Lena fa una faccia come a dire adesso ho capito, non mi aspettavo niente di meglio, sono venuta dalla Germania ma lo sapevo che finiva così. Accanto a lei un avvocato compassato come Vittorio Lerici che butta la toga in terra per la delusione, i reduci No global spaesati e umiliati. Forse anche spaventati. Oggi come allora. Le urla, le ferite ancora aperte, il senso di ingiustizia per quel che è appena avvenuto. I difensori degli imputati vanno via alla svelta, quasi dovessero portare al sicuro la refurtiva. Due Italie, una sempre più forte dell’altra.

“Noi speriamo che la vostra sentenza riporti alla luce un principio fondamentale della democrazia, quello che prevede il rispetto delle regole da parte della polizia, sempre e comunque.”
Era cominciata così, la lunghissima requisitoria che concludeva il processo per i fatti avvenuti alla scuola Diaz. Sappiate tutti di cosa si sta parlando, qual è la posta in gioco. Il senso della storia va oltre le singole responsabilità. Una questione di principio. I magistrati sono convinti fin dall’inizio che la notte della Diaz abbia messo in evidenza una malattia della nostra polizia di stato. C’è stato il massacro, è agli atti, nessuno lo può negare. Quella notte provò a farlo Roberto Sgalla, il portavoce del Viminale. Davanti alle barelle che uscivano dalla scuola raccontava ai giornalisti che si trattava di ferite pregresse, gente che si era fatta male durante gli scontri. “Li stiamo aiutando, credetemi.” Brutto mestiere quello del portavoce.

Dopo vennero le indagini, e la scoperta delle molotov false, le due bottiglie di Colli piacentini e Gutturnio che il mattino dopo il blitz stavano al centro della tavola imbandita in questura per cronisti e fotografi. Guardate le prove contro i manifestanti che abbiamo arrestato, lo vedete che quella irruzione era necessaria, doverosa? I funzionari presenti alla conferenza stampa sembravano a disagio. L’esibizione di utensili vari, compresi i picconi e i rastrelli prelevati dal cantiere nel cortile della scuola, appariva posticcia. Un quadro dipinto male, con colori sfocati laddove invece dovevano risultare nitidi.

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