pound2

Chi non ha l’euro

La moneta unica si sta indebolendo: i paesi dell'UE che ne sono rimasti fuori ci guadagnano? (Risposta: di solito no)

Negli ultimi giorni sono cresciute le preoccupazioni sulla solidità e sul futuro dell’euro, dopo il risultato delle elezioni greche dello scorso 6 maggio, che non hanno consentito la formazione di un nuovo governo (il paese voterà di nuovo il prossimo 17 giugno).

Venerdì l’euro valeva 1,27 dollari: sta toccando i valori più bassi degli ultimi 4 mesi nei confronti della valuta statunitense, come mostra il grafico dell’andamento sul sito della Banca Centrale Europea.

Nei confronti di altre valute, la moneta unica europea fa anche peggio, e in particolare quando si controlla il cambio con la sterlina britannica: un euro valeva venerdì 0,8 sterline, ai minimi degli ultimi tre anni e mezzo. Il blog Rendezvous del New York Times ha parlato di come le difficoltà dell’euro si riflettono sulle valute – e sulle economie – degli altri paesi europei.

(Le FAQ sulla Grecia e l’euro)

Oltre a valori bassi nei confronti della sterlina, del dollaro e dello yen, un indicatore importante per capire le difficoltà della moneta unica è la volatilità. È un indice che misura quanto varia un titolo rispetto al mercato di riferimento: se la volatilità è superiore a uno, il titolo varia di più rispetto alla media degli altri, mentre se è inferiore a uno varia di meno.

La volatilità dell’euro è tornata a crescere nelle ultime settimane, dopo che nei primi quattro mesi del 2012 questa si era mantenuta molto bassa, ai livelli di tre anni fa.

L’impatto sulle valute della crisi dell’euro non è stato uguale per tutti, in un mercato con la volatilità in aumento. Valute ritenute un porto sicuro, come la sterlina britannica e la corona danese, si sono rafforzate nei confronti della moneta unica, che è un bene solo in parte, perché in questo modo le loro esportazioni sono più costose.

(La fine dell’euro in 4 mosse, di Paul Krugman)

Gran parte delle attività commerciali nell’Unione Europea, infatti, avviene al suo interno. Il Daily Mail, un quotidiano britannico di orientamento europeista, ha scritto con grande ottimismo che i cittadini del Regno Unito spenderanno fino al 25 per cento in meno nelle prossime vacanze estive, grazie al cambio favorevole, ma per i 17 paesi che hanno la moneta unica ora è particolarmente costoso comprare prodotti fabbricati nel Regno Unito.

L’euro ha sostituito le monete nazionali in 17 paesi dell’Unione Europea, da ultimo l’Estonia, che lo ha adottato ufficialmente il primo gennaio 2011. I paesi che fanno parte dell’Unione Europea ma non hanno la moneta unica sono dieci: Romania, Bulgaria, Ungheria, Repubblica Ceca, Lettonia, Lituania, Svezia, Danimarca, Regno Unito e Polonia.

Ma tra questi paesi ci sono grandi differenze: i paesi che hanno deciso volontariamente di rimanere fuori dalla moneta unica sono pochi, come il Regno Unito e la Danimarca, mentre la maggior parte sta aspettando di entrarci.

Il lev bulgaro, ad esempio, è agganciato all’euro fin dall’introduzione della moneta unica e il suo valore quindi non cambia autonomamente. Dal 1997 era agganciato al marco tedesco, per cercare di ridurre l’inflazione, con il cambio 1000 lev = 1 marco (successivamente, con il nuovo lev, alla moneta sono stati tolti tre zeri). Quando il marco è entrato a far parte dell’euro, il lev ha mantenuto nei confronti dell’euro lo stesso cambio del marco (per la precisione 1,95583 Lev = 1 euro). Il ministro delle finanze bulgaro ha detto che quello che succederà all’euro non lo preoccupa, perché la moneta nazionale è legata al marco e seguirà il suo destino (presumibilmente di moneta forte) in caso di fine della moneta unica.

Chi ha più motivi di preoccuparsi sul mercato delle valute è la Polonia, la cui valuta, lo zloty, sta perdendo valore nei confronti dell’euro. Il motivo, ha spiegato il Financial Times, è che in questo periodo di crisi economica gli investitori non investono nei mercati “emergenti” o periferici d’Europa. La cosa sta causando qualche problema al governo polacco e ai suoi piani di riduzione del deficit e del debito pubblico: le stime per quest’anno e per il 2013 (riduzione del deficit sotto il 3 per cento del PIL nel 2012, riduzione del debito di quasi 4 punti percentuali di PIL nei prossimi due anni) si basano su un cambio tra euro e zloty molto più favorevole dell’attuale.