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La ricerca sull’aviaria è stata pubblicata

Dopo mesi di discussioni, Nature ha diffuso uno dei due studi sui virus modificati per renderli trasmissibili tra esseri umani

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Il 27 aprile il governo olandese ha dato il proprio parere positivo alla pubblicazione su Science della discussa ricerca scientifica sull’influenza aviaria dell’Erasmus Medical Center di Rotterdam. Lo studio è stato realizzato da un gruppo di ricercatori guidati da Ron Fouchier e lo scorso dicembre Stati Uniti e Paesi Bassi ne avevano ostacolato la pubblicazione, insieme con un’altra ricerca in parallelo della University of Wisconsin-Madison (Stati Uniti) pubblicata ieri, nel timore che i dati potessero essere utilizzati per creare nuovi virus a scopi terroristici.

I due team di ricerca hanno prodotto in laboratorio una serie di varianti di A(H5N1), il virus dell’influenza aviaria che nel 1997 infettò 18 persone a Hong Kong, uccidendone 6. Nei dieci anni seguenti sono stati registrati almeno 300 casi di contagio e si stima che siano morte circa 200 persone, soprattutto nel sud-est asiatico e in altre aree della Cina, dell’Iraq, dell’Egitto e della Turchia. Il virus può essere letale nella maggior parte dei casi, ma fortunatamente la malattia è sporadica e insorge solo in determinate circostanze e per contagio da animale a uomo. Solo in rarissimi casi si verifica tra esseri umani, senza diffusione oltre la prima generazione di contagi: Tizio contagia Caio, che però non contagia Riccardo. Le mutazioni, che avvengono naturalmente o possono essere indotte in laboratorio, potrebbero però rendere il virus molto più pericoloso. Da qui le grandi precauzioni dei governi statunitense e olandese nel dare il loro consenso per la pubblicazione dei due studi scientifici.

Seguendo le indicazioni governative, fino a ora i responsabili della rivista scientifica Science si sono mossi con grandi cautele, senza pubblicare il lavoro di Fouchier e colleghi. La rivista rivale Nature, invece, ha messo a disposizione da ieri online lo studio realizzato dai ricercatori della University of Wisconsin-Madison, dopo aver ricevuto un parere positivo da parte degli Stati Uniti lo scorso 20 aprile.

Lo studio è stato realizzato da un gruppo di ricerca guidato da Yoshihiro Kawaoka. Il ricercatore voleva comprendere meglio il ruolo di una proteina, che si chiama emoagglutinina (HA), nella trasmissione dell’influenza aviaria. Questa proteina consente al virus di attaccarsi alla membrana di una cellula e di infettarne il contenuto con il suo DNA. In pratica, la proteina si lega ad alcune sostanze che si chiamano acidi sialici, che si trovano nei recettori sulla superficie della cellula, ottenendo così l’ingresso all’interno della cellula stessa. L’acido sialico degli uccelli è chimicamente diverso da quello dei mammiferi e il virus dell’influenza aviaria si è evoluto per riconoscere solo la variante chimica dei volatili. Questo spiega, almeno in parte e semplificando un po’, perché il virus attecchisca di rado sui mammiferi e quindi anche sugli esseri umani.

Partendo da queste conoscenze, Kawaoka e colleghi si sono chiesti quali condizioni possano portare il virus ad attecchire sui mammiferi. Isolato il gene responsabile della produzione della proteina HA da alcuni virus dell’influenza aviaria raccolti in Vietnam, gli scienziati hanno realizzato milioni di mutazioni che sono state poi reinserite in una copia del virus originale. Il loro modello ha portato all’elaborazione di 2,1 milioni di varianti mutate del virus, che sono state poi analizzate per vedere quali fossero in grado di riconoscere l’acido sialico dei mammiferi. La ricerca non è stata semplice e ha portato all’identificazione di otto soli virus. Tra questi solamente uno si è rivelato come “specialista” dei mammiferi, perdendo la sua capacità di legarsi alle cellule degli uccelli.

In una ulteriore fase della ricerca, Kawaoka e colleghi si sono concentrati su questo ultimo virus specialista. La sua analisi ha permesso di scoprire nel gene della proteina HA due particolari mutazioni, che ne determinano le caratteristiche. A questo punto, invece di indagare il comportamento del gene modificato nel virus dell’aviaria, i ricercatori lo hanno inserito nel virus che causò la pandemia influenzale del 2009 (la cosiddetta “influenza suina”). La scelta è stata dettata dalla necessità di studiare meglio il comportamento della proteina mutata, all’interno di un virus già noto per essere in grado di trasmettersi tra mammiferi. I test su alcuni furetti hanno dimostrato che il virus così modificato si può trasmettere attraverso l’aria da animale ad animale, come avviene con la comune influenza stagionale. Gli esperimenti di laboratorio hanno anche messo in evidenza due altre mutazioni, che si sono formate in seguito agli innesti realizzati dai ricercatori.

Con il loro studio, Kawaoka e colleghi hanno dimostrato come funzionano alcune mutazioni nel gene che porta alla produzione della proteina HA, cosa che condiziona il modo in cui il virus dell’aviaria si aggancia alle membrane delle cellule, ottenendo l’accesso al loro interno per modificarne il DNA. Inserendo il gene mutato in un virus noto per essere in grado di trasmettersi facilmente tra mammiferi, come quello della pandemia del 2009, hanno anche dimostrato in via indiretta che la proteina HA non è necessariamente un ostacolo per consentire al virus dell’aviaria di riconoscere l’acido sialico dei mammiferi. Resta però da capire se altri geni, presenti sul virus dell’aviaria, complichino ulteriormente le cose impedendo allo stesso di attecchire a cellule diverse da quelle degli uccelli.

La ricerca di Kawaoka e colleghi era ritenuta la meno “pericolosa” tra i due studi che si sono occupati del virus dell’aviaria e delle sue possibili mutazioni. Fornisce informazioni importanti su alcuni aspetti del meccanismo alla base del contagio, ma dimostra anche quanto la ricerca sul tema sia ancora da sviluppare e approfondire. Per avere qualche nuovo elemento occorrerà attendere la pubblicazione dell’altra ricerca, quella di Ron Fouchier, da parte di Science.

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