Alesina e Giavazzi criticano la “spending review”

Il governo "ha partorito un risultato quasi imbarazzante", scrivono sul Corriere (nonostante Giavazzi sia stato direttamente coinvolto, dal governo)

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera criticano l’operato del governo di Mario Monti sulla riduzione della spesa pubblica dopo l’annuncio della cosiddetta “spending review”, ossia l’analisi e la revisione della spesa per tagliare gli sprechi e ottenere così risorse per la crescita. Secondo Alesina e Giavazzi, nonostante le buone intenzioni, finora il governo su questo tema non ha fatto quasi nulla e non si rende conto “che l’Italia rischia di avvitarsi in una spirale di tasse, recessione, deficit e ancor più tasse”. La cosa è rilevante anche perché Giavazzi è stato personalmente coinvolto da Monti nella “spending review”, e il tema viene affrontato in un post scriptum all’articolo.

La spending review, e cioè l’analisi e revisione della spesa pubblica, ha partorito un timido topolino, un risultato quasi imbarazzante per il governo.

La spesa (escludendo interessi sul debito, pensioni e sussidi ai meno abbienti) ammontava lo scorso anno al 23,5 per cento del reddito nazionale (Pil). Con sussidi e pensioni la spesa sale al 45,6 per cento; con gli interessi raggiunge la metà dell’intero reddito nazionale. Meno che in Francia e Danimarca, ma solo un punto e mezzo meno che in Svezia, dove i servizi offerti dallo Stato alle famiglie sono di qualità un po’ diversa dalla nostra.

In poche settimane dopo il suo insediamento, il governo Monti ha alzato la pressione fiscale di tre punti, dal 42,5 al 45,4% del Pil (era il 40% sette anni fa). Sulla spesa invece non ha fatto quasi nulla, tranne gli interventi sulle pensioni, certo importanti, ma i cui effetti si verificheranno in modo graduale nei prossimi anni. I tetti agli stipendi più elevati dei dirigenti pubblici, la cancellazione della maggior parte dei voli di Stato, i limiti all’uso delle auto di servizio, la rinuncia al compenso per alcuni membri del governo, hanno un significato etico assai importante, ma nessun effetto macroeconomico.

La spending review parte dall’ipotesi che sia «rivedibile» solo la spesa che non riguarda i trasferimenti sociali: ma se non si rimette mano in qualche modo anche al nostro stato sociale, rendendolo più efficace nel contrastare la povertà, anziché disperdersi in sussidi alle classi medie (si pensi all’università) non si fanno passi avanti. Su questa materia sarebbe utile rileggere il rapporto della Commissione Onofri scritto oltre un decennio fa.

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