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La terza rivoluzione industriale
— Economia

La terza rivoluzione industriale

Perché le nuove tecnologie cambieranno radicalmente il modo di produrre le cose nei prossimi anni, spiegato dall'articolo di copertina dell'Economist

20 aprile 2012

Sulla copertina del numero di questa settimana dell’Economist c’è un uomo seduto a una scrivania, intento a lavorare con tastiera e mouse, che non sono però collegati a un computer, ma a un intero stabilimento industriale in miniatura dal quale escono automobili, aeroplani e utensili. Il disegno illustra efficacemente come si sta realizzando in questi anni la terza rivoluzione industriale, almeno secondo gli autori della rivista britannica, che dedicano la loro storia di apertura – con qualche deriva positivista – al cambiamento nel modo di progettare e soprattutto produrre le cose che ci stanno intorno grazie al digitale.

La prima rivoluzione industriale, spiega l’articolo di apertura dell’Economist, iniziò nel tardo diciottesimo secolo, quando nacque la nuova industria tessile con gli stabilimenti meccanizzati: i lavori che prima erano eseguiti nelle case dei singoli tessitori furono raggruppati in un singolo impianto, cosa che portò alla nascita del moderno concetto di fabbrica. La seconda rivoluzione industriale arrivò più di un secolo dopo, all’inizio del Novecento, quando Henry Ford perfezionò la catena di montaggio per le sue automobili, aprendo le porte alla produzione di massa. Le due rivoluzioni cambiarono radicalmente la vita di centinaia di milioni di persone in poco tempo, favorendo l’urbanizzazione e condizioni di vita migliori. Ora è in corso una terza rivoluzione che sta portando alla digitalizzazione dei metodi produttivi.

Il cambiamento è favorito dal progressivo emergere e dalla convergenza di molte tecnologie a partire da software più pratici, nuovi materiali, robot con più abilità, nuovi processi produttivi come la stampa in tre dimensioni e una grande quantità di nuovi servizi sempre disponibili grazie a Internet. Mentre la fabbrica del passato prevedeva la produzione di una enorme quantità di cose in serie, tutte uguali tra loro, le nuove tecnologie stanno rendendo sempre più semplice ed economicamente vantaggiosa la produzione di cose personalizzate a seconda delle richieste dei singoli acquirenti.

Un tempo i prodotti venivano realizzati mettendo insieme un sacco di parti, saldate e avvitate tra loro. Ora, grazie alle stampanti tridimensionali, un prodotto può essere progettato su un computer e dopo pochissimo tempo essere stampato in 3D, con un sistema che crea un oggetto solido attraverso la sovrapposizione di diversi strati di materiale uno sull’altro. Il processo può essere portato avanti in maniera del tutto automatica, senza che vi sia un operatore a tenere d’occhio la stampante e le tecnologie di stampa permettono di realizzare prodotti anche molto elaborati, che non potevano essere costruiti con i tradizionali sistemi di produzione. Secondo l’Economist, nei prossimi anni le stampanti 3D potranno essere utilizzate per produrre qualsiasi cosa, dall’oggetto più piccolo a un intero garage.

I nuovi metodi di produzione porteranno anche a importanti cambiamenti nella geografia delle catene di produzione. Un progettista al lavoro in un paesino sperduto e inaccessibile potrà costruirsi utensili e strumenti da sé, senza doversi spostare. Potrà, per esempio, scaricare da Internet le istruzioni per la costruzione della cosa che gli serve, inviarle alla stampante e attendere che questa realizzi l’oggetto desiderato.

Per l’Economist la terza rivoluzione industriale sarà accompagnata e resa possibile anche dall’affermarsi di nuovi materiali più leggeri, più resistenti e duraturi rispetto a quelli che abbiamo utilizzato fino a ora. Il cambiamento in effetti è già in corso in diversi ambiti: la fibra di carbonio sta per esempio sostituendo l’acciaio e l’alluminio in diversi prodotti dalle mountain bike agli aeroplani. Altri sistemi di produzione rendono possibile la costruzione nell’infinitamente piccolo, le nanotecnologie, e altri ancora di sfruttare la genetica per creare molecole o microrganismi che aumentino l’autonomia delle batterie. La possibilità di mettere in comunicazione centri di ricerca, progettisti ed esperti in tempo reale attraverso Internet sta contribuendo alla terza rivoluzione industriale, con tempi sempre più brevi per progettare e sviluppare nuove idee senza particolari vincoli legati alle distanze geografiche.

Cambieranno anche le fabbriche, e in molti casi il fenomeno si sta già verificando. Non ci saranno più macchinari azionati da operatori in ambienti rumorosi e sporchi di olio. Molti stabilimenti saranno silenziosi, quasi del tutto automatizzati e in grado di produrre a medie molto più alte delle attuali. Alcuni produttori di automobili grazie all’innovazione e al digitale producono già il doppio delle auto per ogni impiegato rispetto a quanto facessero solo dieci anni fa. Il lavoro “umano” si sposterà sempre di più dagli stabilimenti agli uffici dove si effettuano i progetti, si sviluppano i sistemi di produzione e si promuovono i prodotti. Le catene di montaggio cambieranno radicalmente e si arriverà a un certo punto in cui non serviranno più operai impegnati a compiere ogni giorno per infinite volte il gesto di avvitare una vite, perché non serviranno più le viti.

Uno degli aspetti più interessanti del cambiamento immaginato dall’Economist è legato alla possibilità che, dopo anni di produzioni in Oriente nei paesi dove la manodopera costa meno, i paesi industrializzati occidentali tornino a produrre con risorse interne. Il fenomeno per particolari settori si sta già verificando: i produttori riportano le catene di produzione nei loro paesi non perché in Oriente gli stipendi iniziano a costare di più, ma perché le società vogliono essere più vicine ai loro clienti per soddisfare le loro richieste di alta personalizzazione dei prodotti e per rispondere ai cambiamenti nella domanda. Alcuni prodotti sono poi così sofisticati da richiedere che le aree di progettazione e di costruzione siano vicine, per ogni evenienza. Secondo le analisi economiche più recenti, in particolari settori come i trasporti, l’informatica e i metalli, il 10 – 30 per cento dei prodotti che ora gli Stati Uniti importano dalla Cina potrebbero essere costruiti direttamente negli USA a partire dal 2020, con vantaggi economici non indifferenti per l’economia statunitense.

La terza rivoluzione industriale prospettata dall’Economist potrà portare a grandi vantaggi, ma solo se i governi nazionali si renderanno pienamente conto delle sue potenzialità. In molti paesi prevale ancora un modo antiquato di vedere l’industria e i sistemi di produzione: si tende a tutelare le realtà che già esistono e che funzionano con vecchi schemi, negando la possibilità alle imprese di nuova concezione di emergere. La reazione alla crisi economica di questi anni ne è stata una chiara dimostrazione. In molti paesi i governi hanno dato sovvenzioni e risorse economiche ai grandi gruppi industriali per tenerli in piedi, ponendo di rado come condizione una radicale revisione dei loro sistemi produttivi.

Mentre infuria la rivoluzione, i governi dovrebbero attenersi alle basi: migliori scuole per una forza lavoro altamente preparata, regole chiare e un campo di gioco uguale per le imprese di tutti i tipi. Il resto lasciatelo ai rivoluzionari.

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  • http://tinymontgomery.tumblr.com tinomongomerino

    Così, di getto, mi domando: cosa mai ci potremo fare con tutta ‘sta robba che potremo creare cosìeconomicamente e sostenibilmente nel nostro garage in una sperduta località di montagna ?

  • alozap

    “Il lavoro “umano” si sposterà sempre di più dagli stabilimenti agli uffici dove si effettuano i progetti, si sviluppano i sistemi di produzione e si promuovono i prodotti. Le catene di montaggio cambieranno radicalmente e si arriverà a un certo punto in cui non serviranno più operai impegnati a compiere ogni giorno per infinite volte il gesto di avvitare una vite, perché non serviranno più le viti.”
    .
    Attendiamo con ansia che i sedicanti ‘rivoluzionari’ illuminino tutti noi su quali saranno le attività che la maggior parte delle 7 miliardi di persone nel mondo si troveranno a fare, per occupare la propria giornata e per guadagnarsi da vivere. Avremo 7 miliardi di progettatori, sviluppatori e promoters? O pochi di questi, ed una marea di drogati iperconnessi ‘social’ che non hanno più nemmeno un minimo di manualità?

  • unit

    ciao FIOM!

  • fulgenzio

    Più che altro, con 7 miliardi di individui in circolazione, come si farà a trovare lavoro per tutti? Ma vabbè, prima che la “terza rivoluzione industriale” avvenga davvero, sarò già morto e sepolto.

    Quanto al pezzo, quando leggo questi articoli a me viene sempre in mente Guzzanti & l’abbbborigeno.
    http://www.youtube.com/watch?v=l-qD_3o_obg

  • oblomov

    luddisti all’agguato in 3…2…1…

  • werner58

    Mi sembra un po’ una sparata alla Wired.
    Il 3D-printing e simili stanno diventando molto utili per la prototipazione e, nel prossimo futuro, la fabbricazione di parti specialissime in volumi piccolissimi (le cose che oggi verrebbero fatte fondamentalmente a mano). Ma per la produzione di massa, ho idea che chi ha scritto l’articolo non sappia quanto ossessivamente è ricercata la riduzione dei costi… gli ingegneri automobilistici passano il tempo a dannarsi per usare le viti che costano di meno o risparmiare due-dico-due resistenze in un PCB, figuriamoci se in tempi non fantascientifici si metteranno a “stampare” le auto….

  • wiz.loz

    Ci credo poco. Ci vuole una tecnologia più raffinata, qualcosa di affine ai “replicatori” della serie di fantascienza di Star Trek.
    Comunque, è proprio ora che le macchine ci liberino dal lavoro. Bisogna solo redistribuire equamente i beni.

  • antonio4life

    l’obiettivo non dovrebbe essere nè il produrre più rapidamente, nè il trovare lavoro per tutti, ma il privilegiare la qualità alla quantità e lavorare tutti ma di meno. Chi lo spiega alle lobby?
    E chi spiega ai governi che non bisognerebbe preoccuparsi del PIL ma del benessere dei popoli?

  • Wilson

    Volevo rispondere a Fulgenzio, ma Wizloz mi ha preceduto: il problema della mancanza di lavoro è nel fatto che non si produce abbastanza per tutti (e non si distribuisce sufficientemente bene).
    Fare le cose peggio così serve più lavoro per farlo è solo stupido.
    @antonio4life: i popoli hanno più diritto di me o te a scegliere tra quantità e qualità, nel senso che ognuno dovrebbe scegliere per se. Il punto su cui combattere (purtroppo c’è poco da spiegare) con le lobby è fare in modo che abbiamo tutti qualche soldo in tasca per scegliere se spenderlo in quantità o qualità.
    NOTA BENE: uso la parola “soldi” nel senso astratto di avere il potere di accedere alla ripartizione dei beni e servizi prodotti e di scegliere come comporre la propria razione: stampare soldi e distribuirli non porta a questo risultato, serve anche che la “torta” da spartire sia abbastanza grande e quindi che si produca molto (quindi serve la tecnologia, per produrre con poco lavoro e poche risorse naturali e pure la massima occupazione).

  • Wilson

    ps: dopo grandi dibattiti e verifiche chi si occupa professionalmente della questione pare aver stabilito che il PIL è l’indicatore più adatto per occuparsi del benessere dei popoli, in quanto altri indicatori, più precisi e mirati, sono più difficili da misurare e non si discostano mai molto (insomma: se ho capito il PIL è approssimativo, ma più comodo, e le disparità sono tali che il livello di approssimazione è tollerabile).

  • http://corradoinblog.ilcannocchiale.it corradotruffi

    @WILSON: visto che parliamo d’altro: quel che dici sul PIL è solo in parte vero. La correlazione PIL-Benessere è solida, netta e precisa fino a un certo livello di PIL pro capite (sia se fai confronti fra nazioni, sia fra individui). Sopra un certo livello, moltissimi studi dimostrano che la correlazione si perde: il PIL cresce ma non cresce il benessere (per esempio troppo PIL inquina, ecc.). Insomma, il PIL è perfetto per i paesi poveri, meno per i ricchi

  • bellautunno

    Che ne è del potere di immaginare il nuovo? vero è che siamo assediati dall’immobilismo e dalla Crisi ma chi di noi (in crisi) non brama una ricostruzione? e poi dov’è la sfera magica del Veggente che SA? a me pare sia più nascosta del Sacro Graal per i Cavalieri di Re Artù!

  • idonthavetimeforthiscrap

    Sarà sufficiente creare stampanti 3d che riescono a stampare stampanti 3d più raffinate e complicate. Da li in avanti poi è tutta discesa.

  • http://www.camilorocca.net Bradipo

    @IDONTHAVETIMEFORTHISCRAP: C’è già chi ci sta lavorando: http://reprap.org/wiki/RepRap :-)

  • pendolare

    @wilson se tu ridistribuisci rischi che qualche altro paese che invece non ridistribuisce diventi molto più produttivo di te, c’è una sola soluzione:
    “viva la revolucion”

    @IDONTHAVETIMEFORTHISCRAP lol

  • plato

    “i produttori riportano le catene di produzione nei loro paesi non perché in Oriente gli stipendi iniziano a costare di più, ma perché le società”
    o magari gli asiatici non hanno le mani bucate come noi

  • https://profiles.google.com/raffel.ibba/ab raffibb

    Marx la definisce “ideologia” … oggi si chiamano, più semplicemente, “sciocchezze”.
    ciao
    r