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I guai economici del Portogallo
— Economia

I guai economici del Portogallo

Nonostante i tagli e le misure di austerità, il paese non riesce a riprendersi e potrebbe essere necessario un nuovo prestito internazionale

22 febbraio 2012

A oltre un anno dal piano di salvataggio economico da 78 miliardi di euro concesso da Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale, l’economia del Portogallo mostra ancora molti problemi, scrive lo Spiegel in un lungo articolo. Il Portogallo è stato uno dei paesi meno restii ad accettare le misure di austerità e i severi tagli imposti dalla comunità internazionale per evitare il default. Eppure, questi sforzi per il momento non hanno stimolato l’economia e il futuro del paese non sembra dei migliori.

Nonostante la cosiddetta “troika” (Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) dica di avere molta fiducia nel risanamento e nella futura crescita economica del paese, lo Spiegel scrive che per i mercati finanziari c’è ancora il 71 per cento di possibilità che il Portogallo possa fallire nei prossimi cinque anni, come dimostra l’entità dei premi assicurativi dei credit default swap (derivati creditizi) sui bond portoghesi. La stessa Deutsche Bank, ricorda lo Spiegel, ha già detto che presto anche il settore privato dovrà fare molto probabilmente la sua parte e rinunciare a qualche credito, come già visto in Grecia, per evitare il fallimento del Portogallo.

I 78 miliardi di euro offerti dalla comunità internazionale dureranno fino a settembre 2013, poi non si sa che cosa succederà. Dopo che Il Prodotto interno lordo portoghese era sceso notevolmente nel 2009 (-2,51 per cento), il paese aveva ripreso lentamente a crescere nel 2010 (+1,39 per cento). Ma nel 2011 è tornata la recessione, la peggiore dopo quella del 1975. Solo nell’ultimo trimestre nel 2011 il PIL sarebbe sceso dell’1,3 per cento, dopo che nel trimestre precedente era già calato dello 0,6 per cento, per una decrescita complessiva stimata durante il 2011 di almeno il 3 per cento.

Per fare un esempio concreto, l’anno scorso in Portogallo sono state vendute il 30 per cento di automobili in meno rispetto al 2010. La disoccupazione intanto è salita vertiginosamente: nell’ultimo trimestre del 2011 è cresciuta del 14 per cento, per un tasso complessivo nel 2011 del 12,7 per cento (alla fine del 2010 era ferma all’11,1). Le cose non andranno meglio nel 2012: secondo le stime del governo, la disoccupazione salirà ancora, fino al 13,4 per cento, per poi riscendere, si spera, nel 2013.

C’è inoltre il problema del cosiddetto “contagio finanziario”, ossia le ripercussioni del mercato finanziario sul Portogallo qualora la Grecia dovesse fallire. Negli ultimi tempi, infatti, i tassi di interesse sui bond portoghesi sono cresciuti addirittura fino al 17 per cento alla fine di gennaio, quando la Grecia sembrava sempre più avviata verso il fallimento. Poi, nelle settimane successive, sono scesi al 12 per cento, ma da lunedì sono ripresi a salire.

Questa situazione economica ha spinto molti portoghesi, tra cui molti giovani, a emigrare, soprattutto nelle ex colonie. Circa 330mila portoghesi ora vivono in Brasile, rispetto ai 277mila del 2010. Duecentomila, invece, sono i portoghesi che ora vivono stabilmente in Mozambico e Angola, dove lavorano principalmente nelle miniere e nei cantieri edili. Nel 2009, 24mila portoghesi si sono trasferiti in Angola. Nel 2006 erano stati solo 156 gli emigranti portoghesi.

Pochi giorni fa, António Seguro, il neoleader del Partito Socialista portoghese (centrosinistra), ha detto che il Portogallo avrà bisogno di un altro anno per raggiungere gli obiettivi imposti dalla comunità internazionale. Secondo Seguro, le misure di austerità stanno lacerando la tradizionale coesione sociale dei portoghesi che, effettivamente, sono scesi più volte di recente in strada a protestare (l’11 febbraio c’è stata una grande manifestazione contro i tagli e l’austerità) ed è stato già annunciato per il 22 marzo un altro sciopero generale.

Anche se, scrive lo Spiegel, il Portogallo resta ancora una nazione dal costo del lavoro piuttosto basso, molte aziende straniere (in particolar modo quelle tedesche) hanno deciso di non investire più nel paese per trasferirsi in luoghi ancora più economici come l’est Europa e l’Asia. Inoltre, il Portogallo resta un paese le cui importazioni sono decisamente superiori alle esportazioni, le quali, a loro volta, sono danneggiate perché dirette per l’80 per cento verso un’area in crisi come l’Unione Europea.

Insomma, nonostante le misure di austerità accettate in tempi brevi dal governo portoghese, il Portogallo sembra ancora lontano da un ritorno alla crescita e alla “normalità”. Come scrive lo Spiegel, il Portogallo di questo passo non riguadagnerà la fiducia dei mercati finanziari prima del 2015, se non nel 2016. Ciò vuol dire che Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale, per invertire la tendenza, dovranno concedere al paese un altro prestito, non meno di 25 miliardi di euro, secondo le stime più conservative.

nella foto, il carnevale di Ovar, in Portogallo (AP/Paulo Duarte)

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10 Commenti

  1. frabarele

    “Anche se, scrive lo Spiegel, il Portogallo resta ancora una nazione dal costo del lavoro piuttosto basso, molte aziende straniere (in particolar modo quelle tedesche) hanno deciso di non investire più nel paese per trasferirsi in luoghi ancora più economici come l’est Europa e l’Asia”. Cioè, fatemi capire: aziende di paesi europei vorrebbero che altri paesi europei si affamassero perchè si possa investire da loro. Certo che i tedeschi stanno facendo di tutto per rovinarsi la reputazione.

  2. piti

    E’ l’economia liberale. O il mercato, detto in modo più piatto.
    Come scriveva Cavazzoni in un libro di tanti anni fa, quello che tirava il sasso per aria e piangeva perché gli ricadeva sulla testa.

  3. illo

    la foto è straordinaria e riassumere perfettamente il mio commento a riguardo

  4. demetrio

    La realtà che bisognerebbe iniziare a spiegare ai contribuenti e all’opinione pubblica è che le nuove regole varare dal fiscal compact si compenetrano in maniera “diabolica” con la bassa cresicta del pil. L’austerity teutonica è uno dei fattori recessivi che provocherà una reazione a catena scatenata dalle misure del fiscal compact (riduzione del deficit e del rapporto pil/debito pubblico) attuate con questi livelli di non crescita. Vi invito a leggere questo pezzo: http://iltombino.blogspot.com/2012/02/la-favola-del-rigore-e-della-crescita.html

  5. fulvio

    oggi ormai uno degli sport più praticati nell’Area Euro è quello del “dagli al tedesco”. la domanda a cui bisognerebbe cercare di rispondere è quale interesse avrebbe la Germania a distruggere un’unione monetaria verso la quale sono destinate il 40% delle sue esportazioni di merci (che generano una porzione tutt’altro che trascurabile del suo PIL) per ritrovarsi con un marco che si apprezzerebbe drammaticamente. nessuna evidentemente. ma davvero siamo disposti a credere che le stanze del potere di Berlino siano popolate esclusivamente da nazisti in erba che vogliono affamare chi compra le loro macchine, i loro treni, i loro macchinari ecc. ecc. (che oltretutto bene come loro nessun altro è capace a fare)? Forse per capire meglio quello che sta davvero succedendo in Europa occorrerebbe fare un pensiero alla teoria dei giochi: tutti cercano di posizionarsi in modo da estrarre il massimo vantaggio possibile dagli altri e per ottenere questo risultato ovviamente non possono dire quello che hanno veramente in mente. Quindi più che alle cose che vengono dette bisognerebbe fare attenzione a quelle che vengono fatte. Per esempio la Bundesbank ha sempre fatto fuoco e fiamme contro gli acquisti di titoli di stato da parte della BCE, però quando Draghi ha deciso di inondanre il sistema bancario europeo di liquidità (e l’effetto sugli spead è sotto gli occhi di tutti) è stata ben zitta. E per venire al famigerato fiscal compact il limite dello 0,5% si applica al bilancio strutturale dello stato (cioè il bilancio depurato dalla componente ciclica legata all’andamento dell’economia), limite al quale inoltre sarà possibile derogare in presenza di circostanze eccezionali. Se a tutte queste cose si aggiunge il fatto che nessun economista è in grado di dire esattamente che cosa sia il bilancio strutturale (vedi qui, wonkish: http://worthwhile.typepad.com/worthwhile_canadian_initi/2011/12/what-is-a-eurozone-structural-deficit-again.html) si capisce benissimo che dentro allo 0,5% gli stati potranno far rientrare tutte le politiche anti-cicliche keynesiane che verranno loro in mente. con il consenso della Germania.

  6. illo

    @Fulvio La politica economica della troika (leggi Germania) ormai è sufficiente chiara a chiunque: deflazione interna per i paesi del sud, che si traduce praticamente in riduzione dei salari, compressione della spesa sociale, etc etc. insomma impoverimento .. non credo che sia possibile obiettare su questo punto.

    Per rispondere alla tua domanda “distruggere un’unione monetaria verso la quale sono destinate il 40%”, io credo che lo facciano perché ormai si è capito che l’asia da area di produzione a basso costo, sta diventando sempre più velocemente il mercato di riferimento della nuova borghesia e con un potenziale di crescita infinitamente maggiore di quello europa.

    Insomma la germania punta a vendere in asia, in misura sempre maggiore, e per questo a bisogno di manodopera altamente qualificata e a bassa costo.

    In altre parole, il sud europa deve sostituire i lavoratori cinesi che non sono più economici come 10 anni fa.

  7. uqbal

    Vabbè, Illo, mi sembra di vederti col Monopoli e col Risiko mentre elucubri sulle macchinazioni tedesche. Però guarda meglio la cartina: la Germania ha bisogno di far fallire Grecia e Portogallo per delocalizzare? Oppure accanto ha le immense pianure dell’Est? Oppure non può essere che, quanto a delocalizzazione, a quel punto può andare direttamente in Viet Nam o in Cina, così spende meno per vendere ai Cinesi? Ma tanto basta, che è meglio mantenersi su un piano di realtà.

    Quel che mi sembra venga fuori dal dramma greco-lusitano (e facciamo voti di non fare la stessa fine) è che in periodo di crisi (sulle cui cause è bene discutere) le economie deboli soffrono mostruosamente. E’ una banalità, ma quando vediamo le sofferenze nostre (soprattutto il nostro Sud, visto che il Nord è stagnante, ma ancora ricco), quelle greche e quelle portoghesi dobbiamo, secondo la mia inespertissima opinione, semplicemente rilevare che queste economie avevano già dei problemi grossi quando il mondo non era in crisi. La crisi costringe a mettere in campo risorse che queste economie non hanno. Molto banalmente. Ora speriamo che, sia pure nel bel mezzo della bufera, si arrivi a costruire qualcosa di più solido delle nostre tremebonde palafitte mediterranee.

  8. illo

    @UQBAL Invece di denigrare dovresti leggere di più. Ad esempio la Germania ha un programma per assumere ingegneri in Spagna. Ad esempio da El Pais di pochi mesi fa: “Según adelantaba el semanario Der Spiegel, Merkel tiene intención de contratar a jóvenes cualificados del sur y este de Europa para dar respuesta a las necesidades del mercado alemán.” http://goo.gl/4C6jC

    Oppure anche “Alemania aprovecha la crisis y contrata trabajadores de Grecia, Portugal y España” http://goo.gl/42h5r

  9. uqbal

    Vai Illo, credi a tutto quello che leggi! Perché non è pieno il mondo di ingegneri che costerebbero anche meno di quelli spagnoli!

  10. illo

    Beh si, caro UQBAL tu si che sai come va il mondo, si vede dagli argomenti che porti.

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