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Acqua pubblica, a che punto siamo

di Marco Surace

Perché sette mesi dopo i referendum non è (ancora) cambiato niente

Il 12 e 13 giugno 2011 26 milioni di italiani hanno votato Sì a due referendum a favore di quello che i promotori hanno definito “l’acqua come bene comune”. Il primo referendum chiedeva della possibile privatizzazione della gestione dell’acqua o, per meglio dire, dei servizi idrici. Il secondo referendum chiedeva se abrogare la remunerazione del capitale investito dal gestore del servizio idrico, prevista fino a un massimo del 7 per cento e senza obbligo di reinvestire denaro nel miglioramento della qualità del servizio. Come si era già spiegato in quei giorni, in realtà l’acqua era già un bene comune non alienabile, non vendibile né privatizzabile: lo era prima del referendum e lo è rimasta anche dopo, in seguito a quanto stabilito dagli artt. 822 e 823 del Codice Civile e ribadito dall’art. 144 del DLgs. 152/06. Lo stesso vale per gli acquedotti: erano pubblici e rimangono pubblici.

Il primo quesito referendario, abrogando l’art. 23 bis del cosiddetto decreto Ronchi, ha stabilito che l’affidamento della gestione del servizio idrico – la riparazione dei tubi, la manutenzione delle fogne, la riscossione della tariffa di consumo, eccetera – non deve avvenire più tramite gara pubblica, evitabile solo con la cessione di una quota dell’azienda affidataria a un soggetto privato, ma può avvenire anche direttamente a una azienda pubblica, il cosiddetto affidamento in-house.

Il secondo quesito referendario ha abrogato un solo comma del decreto legislativo 152/06, quello che prevedeva tra le componenti della tariffa corrisposta per l’erogazione dell’acqua anche “l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. Sull’acqua non bisognava fare profitto, fu spiegato. Uno dei problemi è che il contenuto del comma abrogato è riportato identico all’art. 117 del Testo Unico sugli Enti Locali, il DLgs. 267/00, proprio quando si parla di calcolo delle tariffe. E anche per questo motivo, sette mesi dopo i referendum sull’acqua, non è ancora cambiato niente.

Come fatto notare da qualcuno nei giorni del referendum, la remunerazione del capitale in misura fissa del 7 per cento fu introdotta da Antonio Di Pietro, uno dei principali sostenitori dei referendum, quando da ministro dei Lavori Pubblici emanò il DM 01/08/96 [pdf] “per la definizione delle componenti di costo e la determinazione della tariffa di riferimento del servizio idrico integrato”. Un altro politico in prima fila nella campagna per i referendum sull’acqua, Nichi Vendola, presidente della Puglia, aveva spiegato poco dopo il voto che non avrebbe abbassato la tariffa perché era “indispensabile fare i conti con la realtà” e quel 7 per cento era necessario per coprire il costo dei debiti contratti per realizzare gli investimenti sulla rete. Nelle ultime settimane Vendola sta comunque cercando di introdurre agevolazioni fiscali volte ad abbassare le tariffe.

Questo succede perché l’abrogazione, così come avvenuta, ha lasciato un vuoto normativo: non è chiaro ora come regolarsi per l’affidamento del servizio idrico e per il calcolo delle tariffe. Fino a questo momento diverse amministrazioni hanno deciso, nell’incertezza normativa, di prolungare l’affidamento delle risorse idriche alle aziende che lo gestivano, con tanto di ricorsi e proteste per un atto lecito ma politicamente controverso.

L’attesa di un cambiamento rimasta delusa ha fatto nascere tra i comitati referendari una“campagna di obbedienza civile” che prevede un ricalcolo soggettivo della tariffa, decurtando la famigerata remunerazione del capitale, al momento non previsto da alcun gestore del servizio idrico in Italia: un invito a fare volontariamente quello che l’attuale quadro normativo non obbliga a fare. Alcuni consigli comunali, per esempio quello di Firenze, hanno approvato mozioni che impegnano l’amministrazione a richiedere all’ATO – l’Ambito Territoriale Ottimale, che assegna la gestione – di adeguare la tariffa del servizio idrico all’esito referendario abrogando il 7 per cento di remunerazione garantita del capitale investito. Si tratta tuttavia di una richiesta al momento impossibile.

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