Non lo sa nessuno, ma ognuno di noi, quando paga le tasse, paga due volte per la ricerca scientifica. In breve, funziona così. Si paga la prima volta per finanziare la ricerca direttamente – stipendi, materiale per i laboratori. Quando una ricerca giunge a una conclusione, i metodi e i risultati vengono pubblicati dalle riviste specializzate, dopo un processo di peer review – ovvero, di revisione e commento da parte di altri ricercatori. Tali pubblicazioni sono fondamentali: sono l’unica “prova” ufficiale della paternità di una ricerca, ed è il loro numero e la loro qualità l’unica cosa che conta ai fini della carriera di un ricercatore.
Una volta pubblicato, si paga la seconda volta. Già, perchè se i ricercatori vogliono leggere gli articoli dei loro colleghi – e quindi rimanere aggiornati – devono pagare gli abbonamenti alle riviste (tramite le biblioteche universitarie e dei centri di ricerca). Come riassume Brett S. Abrahams, professore di genetica all’Albert Einstein College of Medicine:
“Il governo paga me e altri scienziati per produrre articoli, che diamo gratis per la pubblicazione ad aziende private. Dopo di che, queste ci fanno pagare per leggerli”
Questo sistema è nato in un’epoca in cui tipografare e stampare una rivista aveva dei costi non indifferenti. Che senso ha oggi, in un’epoca in cui chiunque può creare un file PDF e metterlo online, immediatamente disponibile a chiunque?
Gli editor delle riviste specializzate, infatti, ormai non fanno quasi nulla. Non dovete immaginare queste pubblicazioni come delle normali riviste “da edicola”: tranne che in casi eccezionali esse non hanno editoriali, non hanno una vera redazione nè dei giornalisti. Sono meri contenitori di articoli tecnici, scritti da accademici, che non vengono pagati dalle riviste su cui pubblicano (a volte si paga addirittura anche per scriverlo, l’articolo: molte riviste chiedono soldi in caso uno voglia pubblicare immagini a colori o sforare il limite di pagine per articolo). La peer review è gratuita: è un servizio volontario che ciascun ricercatore fa per i propri colleghi. Quanto al lavoro tipografico, ormai tutti gli editori forniscono dei template da riempire, e gli autori devono quindi inviare alla rivista i file già quasi completamente formattati. Tutto ciò che fa l’editore è fornire il server da cui scaricare gli articoli, stampare qualche copia per le biblioteche che chiedono il cartaceo, e raccogliere i soldi degli abbonamenti.
La comunità scientifica da anni sta provando a reagire. I fisici e i matematici hanno fondato fin dal 1991 il database arXiv (pronunciato come “archive”), dove si possono caricare e scaricare gratuitamente i propri articoli prima che questi vengano sottoposti a peer review e quindi pubblicati ufficialmente. In questo modo la diffusione aperta è garantita, ma un articolo su arXiv non ha purtroppo valore dal punto di vista della carriera, per cui contano esclusivamente le pubblicazioni ufficiali. Varie associazioni accademiche no-profit, come Public Library of Science e BioMed Central, hanno fondato riviste ufficiali open access, ovvero i cui articoli sono liberamente accessibili su Internet gratuitamente.
Gli editori a pagamento, però, fanno ancora la parte del leone, e consapevoli del loro ruolo fondamentale per le carriere e il lavoro di migliaia di accademici in tutto il mondo non si sono fatti scrupolo nello spremere economicamente le biblioteche universitarie. La Association of Research Libraries, un’associazione di biblioteche scientifiche americane, ha valutato che il costo delle riviste specializzate è aumentato del 260% tra il 1986 e il 2003 – mentre i prezzi medi degli altri generi di consumo sono aumentati solo del 68%. L’abbonamento di una biblioteca a un singolo mensile specializzato può costare tranquillamente dai 5.000 ai 20.000 dollari ogni anno.
Il 21 gennaio Timothy Gowers – un matematico dell’Università di Cambridge e vincitore della Medaglia Fields (l’equivalente del premio Nobel nel campo della matematica)- ha scritto sul suo blog:
“Può sembrare assurdo che questa situazione sia andata avanti fino adesso. Dopo tutto i matematici e gli altri scienziati se ne lamentano da molto tempo. Perchè non possiamo dire alla casa editrice Elsevier che non vogliamo più pubblicare con loro?
Beh, parte della risposta è che possiamo.”




Il fatto che la comunita’ scientifica non si sia ancora dotata di strumenti che bypassino le case editrici ha sempre lasciato sbigottito anche me. L’unica giustificazione che son riuscito a trovare e’ che si dovrebbe creare un hub unico online, e quindi da 1000 riviste per settore si passerebbe a un 5 o 6, e questo i 995 editor che rimarrebbero senza rivista non lo accettano. Sulla moralita’ di Elsevier non so dire molto. Di certo, fra le case editrici su cui ho pubblicato, Elsevier e’ l’unica che fa il proprio lavoro decentemente. Di gran lungo quella con la miglior user experience, anzi, “author experience”.
@pbocchini: non mi è chiarissimo perché abbandonare le case editrici prevederebbe di passare ad un unico hub con 5 riviste. negare il ruolo delle case editrici non vuol dire negare la proliferazione delle riviste (anzi…), e se non si esagera mi sembra che il ruolo delle riviste di settore (giornali legati a tematiche specialistiche invece che organizzate per mera appartenenza geografica) sia positiva o almeno dia ordine alle pubblicazioni.
poi, non credo che gli editor abbiano molto da perdere – considerando che già oggi non guadagnano niente che una editorship è di solito una ratifica di (e non un primo passo verso) uno status di grossa rilevanza scientifica.
allo stesso modo, non mi sembra che springer sia in alcun modo meglio o peggio di elsevier (ma questo lo dice anche gowers), quindi non sono certo che sia giusto iniziare attaccando elsevier.
soprattutto perché se domani elsevier crollasse, noi scienziati non avremmo (ancora) la minima idea su quale potrebbe essere un nuovo punto da cui ripartire. distruggere per il puro gusto di distruggere mi sembra pericoloso.
@PBocchini:
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“Di certo, fra le case editrici su cui ho pubblicato, Elsevier e’ l’unica che fa il proprio lavoro decentemente. Di gran lungo quella con la miglior user experience, anzi, “author experience”.”
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Io ho pubblicato con varie case editrici (Wiley, Elsevier, PLOS, Oxford University Press) e la migliore “author experience” l’ho avuta proprio con PLOS: non hanno chiesto nessuna formattazione strana, nessun limite di pagine, figure o bibliografia, veloci e gentilissimi. Di Elsevier solo come autore non ho ricordi nè buoni nè cattivi, mentre Wiley ricordo faceva un po’ penare.
piccolo appunto, le riviste “open access” spesso (sempre nei casi che ho incontrato) chiedono per la pubblicazione il pagamento di una fee a carico degli autori. non mi pare che nell’articolo si facesse cenno di questo. questo finirebbe ipoteticamente per favorire i gruppi più “munifici” a discapito di chi lavora con poche risorse. per completezza aggiungo che molte di queste riviste appartengono ad associazioni “no profit”.
Una nota, parlo di riviste scientifiche mediche:
per immettere una propria ricerca sul circuito internazionale, questa va verificata. Per fare questo le case editrici si affidano a revisori, che non sono altro che altri medici specializzati più o meno nel settore di cui discute l’articolo da pubblicare. Queste persone percepiscono un indennità per il tempo e le energie che impiegano per verificare (più o meno minuziosamente, dipende dalla rivista) che le cose che siano scritte siano effettivamente veritiere. Quindi, dietro questa verifica c’è un lavoro vero e proprio. I revisori, controllano e se ci sono incongruenze con dati, lacune, inesattezze, chiedono spiegazioni. Questo si traduce con un lavoro lungo, paziente, preciso e a volte estenuante di documenti che viaggiano per tutto il mondo e che a ogni “tornata” vanno ri-verificati, ri-controllati ecc ecc.
Questo lavoro costa. E costa pure tanto.
E costa per un motivo: che le revisioni sono affidate non al primo che passa, ma a professionisti del settore che, per le riviste più affermate, spesso sono fior fior di professionisti. E questi vanno pagati per il tempo che impiegano a verificare quello che viene scritto.
Questo pone una garanzia che quello che viene pubblicato è quello che si avvicina più possibile alla realtà di risultati di sperimentazione.
Dico questo perchè “verità” assolute nel campo della ricerca non esistono. Se non ci fosse questo “filtro”, chiunque potrebbe scrivere di qualsiasi cosa con uno scenario, almeno per quello che riguarda la ricerca medica, di un fiorire incontrollato di “teorie” e “ricerche” che non hanno solide basi scientifiche. Voi vi fidereste di una rivista che non attua controlli rigidi su quello che viene affermato da un centro di ricerca di qualsiasi parte del mondo?
Per altri campi sono daccordo con l’articolo. Ma ci sono campi che hanno bisogno di revisori pagati, altrimenti è solo il caos.
Scusate le semplificazioni che ho attuato,ma è solo per far capire un aspetto di questa faccenda che non è assolutamente riducibile al: “tutto free, tutto gratis!”
“ma un articolo su arXiv non ha purtroppo valore dal punto di vista della carriera”
quel passaggio e’ sommario e va precisato. i paper finiscono su arXiv non solo quando vengono accettati, ma gia’ quando vengono submitted. con un tale sistema, non ci si puo’ augurare che arXiv cosi’ come funziona oggi sostituisca le riviste, perche’ quello vorrebbe dire abbandonare il peer review. quindi e’ importante distinguere il self-archiving tipo arXiv dall’open access: il primo puo’ ridurre gli introiti di elsevier o springer, e puo’ marginalizzarne la loro importanza nella comunita’ scientifica, ma non puo’ sostituirli (e questo e’ vero sia nel caso in cui, come per arXiv o ssrn, ci si mettano gli articoli al momento della submission, sia nel caso ci si mettano solo quando accettati). mentre l’open access, inclusivo di peer review si intende, e’ una alternativa completa. confondere arXiv con l’open access, insomma, danneggia il movimento contro elsevier e springer.
@aurin
sono sinceramente sorpreso del tuo commento. di quello che tu racconti non c’è traccia nella mia esperienza di matematico (e neanche in quella dei miei amici fisici). se i referee fossero pagati, la tua argomentazione sarebbe del tutto corretta, ma sinceramente credo che valga solo per pochissimi settori (seppur importanti, come la medicina). del resto, gowers stesso è un matematico.
@aurin:
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Questo lavoro costa. E costa pure tanto.
E costa per un motivo: che le revisioni sono affidate non al primo che passa, ma a professionisti del settore che, per le riviste più affermate, spesso sono fior fior di professionisti. E questi vanno pagati per il tempo che impiegano a verificare quello che viene scritto.
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non so in medicina ma in biologia costa zero, visto che tutti i ricercatori fanno i referee aggratis.
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@nullo:
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i paper finiscono su arXiv non solo quando vengono accettati, ma gia’ quando vengono submitted. con un tale sistema, non ci si puo’ augurare che arXiv cosi’ come funziona oggi sostituisca le riviste, perche’ quello vorrebbe dire abbandonare il peer review.
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Hai fatto bene a precisare, mi scuso per aver glissato di fretta scrivendo l’articolo. Sulla necessità o meno del peer review esiste però oggi una discussione, e in generale la comunità dei fisici e matematici tende a lavorare e a discutere gli articoli quando questi arrivano su arXiv -in pratica hai un lavoro di peer review “all’aperto”, indipendente da quella a porte chiuse delle riviste.
La contrapposizione degli interessi degli editori e degli studiosi è un problema ben più ampio e complesso, che ha pesanti ripercussioni sulle stesse opportunità di carriera accademica dei ricercatori. Accade oggi che editori di case editrici “universitarie” si facciano pagare per stampare monografie che nessuno leggerà, che non sono e non verranno mai citate da nessuno, pure e semplici collazioni di articoli già pubblicati in altre riviste (non peer reviewed) con impact factor pari a zero. Inoltre, gli editori italiani non pubblicano volentieri volumi se non si assicura loro che vengano adottati in un corso universitario, e molti argomenti sono esclusi a priori perché ritenuti eccessivamente teorici o specialistici, se usano metodologie di ricerca “troppo” innovative e, soprattutto, se non sono in linea con le loro politiche di marketing.
Un interessante (e prolisso) intervento di A. Figa`-Talamanca sull’impact factor e sui suoi effetti in particolare nella ricerca in matematica:
http://siba2.unile.it/sinm/4sinm/interventi/fig-talam.htm
(L’impact factor classifica le buone riviste, e naturalmente le riviste piu` buone sono gestite dalle grosse case editrici, che si arricchiscono grazie all’impact factor…)
Come giustamente fa notare NULLO, così com’è, arXiv non va bene, ma se solo si dotasse di commenti e strumenti di feedback (negativi oltre che positivi), allora la situazione potrebbe cambiare.
Il meccanismo che si innescherebbe, sarebbe ancora più selettivo di quello esistente; attualmente, chi manda un articolo pessimo rischia solo di vederselo rifiutato dalla rivista interessata.
Pubblicare su un arXiv “potenziato” senza avere confidenza e certezza di ciò che si è scritto, invece, potrebbe diventare addirittura deleterio per uno scienziato, perché la comunità scientifica potrebbe “sputtanare” gli autori in caso di corbellerie; “sputtanamento” che sarebbe visibile a tutti, con una semplice ricerca.
@devicerandom:
grazie per il chiarimento. qui un mio contributo sul tema per giornalettismo:
http://www.giornalettismo.com/archives/196990/occupy-science/