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Mamme tigri e papà orsetti

Antonio Polito sul Corriere della Sera fa un interessante predicozzo ai genitori, anzi, ai "sindacalisti della prole"

31 gennaio 2012

L’articolo di Antonio Polito sul Corriere della Sera ha almeno un difetto, per il tono un po’ paternalista (con cui denuncia il paternalismo, peraltro) e per il modo in cui dà per scontato di parlare esclusivamente a genitori e ultragenitori. Ma ha anche, almeno, un merito, dove mette in fila una serie di rivendicazioni e abitudini radicate e tra loro contraddittorie, che sarebbe il caso di mettere in discussione.

Dunque, ricapitoliamo. I nostri figli hanno diritto ad essere fuori corso anche dopo i 28 anni senza che austeri ministri li definiscano «bamboccioni» o frivoli viceministri diano loro degli «sfigati». Però, a 28 anni, hanno diritto a un posto di lavoro non solo stabile e comparabile alle loro aspirazioni, il che è ragionevole, ma anche inamovibile e sorvegliato da un giudice ex articolo 18.

Hanno inoltre diritto a una facoltà nel raggio di 20 chilometri da casa, così che non debbano vivere lontano dalla famiglia, e dunque hanno diritto a non fare quei «Mcjob» (commessi, camerieri, pony express), che i loro più sfortunati coetanei americani sono costretti ad accettare temporaneamente per mantenersi agli studi. Infatti i nostri figli non devono mantenersi agli studi, perché lo Stato chiede a ciascuno di loro tra i mille e i duemila euro l’anno mentre ne spende in media settemila (e molto di più per formare, per esempio, un medico); dunque a mantenerli agli studi ci pensa la fiscalità generale, cioè le tasse pagate anche da chi i figli all’università non li manda. Frequentando l’ateneo con comodo e senza fretta, i nostri figli hanno anche diritto a che il valore legale della loro laurea sia identico a quello di chi la laurea se l’è sudata un po’ di più, magari emigrando, magari in cinque anni, magari in un’università in cui i 110 non fioccano dal cielo, perché in una società veramente egualitaria tutte le lauree devono essere uguali come tutti i gatti di notte devono essere bigi. Se poi i nostri figli per caso volessero continuare la loro carriera universitaria dopo la laurea, hanno diritto a non farlo all’estero, lì dove fuggono i cervelli, ma in patria, lì dove ammuffiscono i cervelli. Naturalmente, hanno infine il diritto di protestare contro questo stato di cose e contro chi ruba loro il futuro, «Occupyando» qua e là tra gli applausi dei contestati medesimi.

(continua a leggere sul sito del Corriere)

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13 Commenti

  1. Nicola Colella

    L’assoluta ignoranza sul contenuto e gli effetti dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, dal quale discenderebbe nientemeno che l’inamovibilità del giovane dipendente, rende privo di qualsiasi pregio l’intera lezioncina. Rammento, per dirla molto brevemente, che come noto a migliaia di italiani licenziati negli ultimi anni, anche nelle aziende con più di 15 dipendenti si può essere licenziati, purché, come logica vuole, vi sia una giusta causa, oggettiva o soggettiva. Insomma, se c’è difficoltà economica puoi licenziare, se vuoi modificare il processo produttivo e quella mansione non ti serve più puoi licenziare, se il dipendente è un fannullone o non riesce a fare quel che dovrebbe, lo puoi licenziare, se non rispetta le norme di comportamento lo puoi licenziare. Quel che è vietato, è il licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo, soggettivo od oggettivo. Altro che inamovibilità.

  2. massimo55

    Sono sostanzialmente d’accordo con Polito. L’equivoco culturale, trasformatosi poi in truffa per i giovani, è stato credere che una favorevole congiuntura economica e sociale (dopoguerra, boom economico, espansione delle libertà ecc.) potesse essere perpetuata automaticamente e in eterno. Mio padre, classe 1922, quando si sposò aveva solo una camicia ed un paio di scarpe ma andò in pensione come stimato (e ben retribuito) dirigente. Questo per dire che quello che noi riteniamo sacralmente acquisito è di recentissima nascita, una generazione appena, e ritenerlo “diritto” è una doppia truffa ai danni dei nostri figli. Sia perché abbiamo consumato anche la loro ricchezza (si chiama debito pubblico), sia perché facciamo credere loro che siano vittime di chissà quali ingiustizie sociali ordite da oscuri poteri. Sono semplicemente le nostre vittime.

  3. ermedusa

    E’ incredibile come in Italia non si riesca a parlare di questo argomento. Se ne esce gente come Polito (massone) o Martone (figlio di massone) che per quanto mi riguarda sono braccia strappate all’agricoltura. E’ innegabile che il sistema educativo abbia delle falle, ma uno come Polito non (può) capire quali:
    1-7.000 a fuoricorso? ma chi ve li ha fatti sti conti Topolino? sono stato 3 anni (orgogliosamente) fuori corso, non frequentavo, non andavo a ricevimento, pagavo le tasse. Come posso “costare” allo Stato? un tempo (e forse anche ora) la mia Uni faceva di tutto per mandarti fuori corso.
    2-giustissimo imho il discorso sui “lavoretti” in questo sono stato fortunato, perchè i miei mi hanno sempre lasciato fare ma ne conosco di molti che hanno preso i primi soldi guadagnati a 30 anni e non può essere.
    3-salto a piè pari occupyando, che è ovvio che uno che partecipa all’Aspen istitute non è che può dire “fate bene a protestare”

  4. arnold

    Noi chi? Parli per se, Polito. Oppure scriva in terza persona cercando anche di dimensionare il fenomeno. Nemmeno in un blog personale, a meno di non parlare proprio della propria situazione, si scrive così.

  5. ermedusa

    @Colella giustissimo dimenticavo il predicozzo sull’art.18.

  6. plato

    “hanno diritto a non farlo all’estero, lì dove fuggono i cervelli, ma in patria, lì dove ammuffiscono i cervelli”
    così va contro gli interessi nazionali… o decidi di stare con l’interesse nazionale, e lasci che la prole resti qui per restituire ala comunità qualcosa dopo aver preso così tanto dal paese; o li lasci andare via, per fatti loro, senza intralciare le loro scelte individuali… prima contraddizione, a voi le altre (voi chi? parlo da solo)

  7. piti

    “Senza capire che l’unico vero antidoto all’ineguaglianza è la lotta del merito e del talento per emergere negli anni dell’educazione, affrancandosi così dalla condizione familiare, sociale o geografica.”

    A me una frase del genere sembra il manifesto programmatico dell’ineguaglianza, a dirla tutta. Se solo la lotta del merito eccetera mi affranca dalla condizione di partenza mi pare che significhi assolvere un po’ troppo velocemente le altre componenti che orientano la mia vita.
    Con questa logica, allora va bene, e rappresenta uguaglianza, anche partire da una favela. No, perché se con la lotta del merito blablà riesco a diventare un calciatore del Flamengo o un riverito spacciatore o la regina dei viados, allora questo non rispecchia forse l’idea di uguaglianza che ha Polito?
    Che fessi quei popoli che predispongono (magari attraverso le innominabili tasse) dei percorsi grazie ai quali, anche se non sei ostinato come un mulo e non hai il genio di Einstein, puoi raggiungere buone condizioni di vita e di lavoro. Secondo Polito dovrebbe essere la lotta del merito e del talento.
    Evvai. Se non riesci, è perché sei uno sfigato, non perché non tutti hanno il padre magistrato di Cassazione.

    Quanto poi alla cosa dell’università vicino a casa. E se la famiglia non può aiutare a vivere fuori un ragazzo, il quale per reperire mezzi propri dovrebbe fare lavoretti che però non si trovano?

    Come siamo bravi a far andare gli altri di corsa.

  8. frabarele

    @Colella di fatto però ci sono impieghi dove sei inamovibile e altri dove non lo sei. E spesso gli inmovibili sono tali anche pechè difesi un pò a sproposito dai sindacati. Certo per governare il fenomeno l’abolizione dell’art. 18 tout court mi pare eccessiva, ma bisognerà pur provare a cambiare la effettiva disparità tra chi non ha tutele e chi ne ha troppe…

  9. frabarele

    e per quanto riguarda il maternalismo: è un difetto indiscutibile degli italiani. Genitori sindacalisti dei propri figli se ne incontrano a frotte, a partire dall’asilo. Sarebbe ora di finirla.

  10. Nicola Colella

    @ Frabarele: la quasi inamovibilità esiste, eventualmente, nel pubblico impiego (e più per prassi che per legge). Nel lavoro privato è una leggenda.

  11. tobuto

    “A questo universo morale in cui non compare mai la parola «dovere», o «responsabilità», si deve aggiungere una crescente condanna popolare e mediatica per il «successo», sempre più considerato solo un’altra manifestazione della tanto deprecata ineguaglianza, quasi come se non si potesse avere successo senza una raccomandazione, un’illegalità, un’evasione fiscale.”
    Ecco, ha detto tutto. In Italia c’è un vero e proprio odio per chi riesce, per chi si impegna, per chi fa, per chi rispetta i doveri e gli impegni.
    Odio che viene da destra per quanto riguarda l’esaltazione dei furbetti e la denigrazione degli sciocchi che rispettano le regole.
    Odio che viene da sinistra per i secchioni che hanno successo (ovviamente raccomandati).
    Due odi complementari ed egualmente distruttivi di qualunque energia e speranza in questo paese.
    @piti:
    Condivido pienamente il discorso sulle favelas. Credo infatti che il compito più importante di uno stato sia assicurare pari opportunità a chiunque (se non altro per il principio utilaristico per cui un potenziale einstein può benissimo nascere in una favela).
    Però, ecco: siamo sicuri che chi non è ostinato come un mulo o intelligente come eistein, magari non è ostinato proprio per nulla, e – povero – pure un po’ tonto; e magari non è manco nato in una favela ma ai Parioli… abbia questo diritto divino a buone condizioni di vita e un buon lavoro?

  12. libera

    Invito a leggere per esteso Civetta al link indicato, che centra il problema e dice tra l’altro, in conclusione: “l’immagine minacciosa del futuro, dal quale vorremmo proteggere i figli o che invitiamo loro ad affrontare con i denti, è l’immagine della paura degli adulti medesimi. Che però non sanno di ospitare in sé, perché si ritengono forti e soddisfatti, e in diritto di educare gli altri, e non se stessi.” Come non essere d’accordo?

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