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Angelo Guerriero, il racconto di Samuel dei Subsonica
— Cultura

Angelo Guerriero, il racconto di Samuel dei Subsonica

di Samuel Romano

Un estratto da ElettricaVitA, il libro di Samuel Romano con storie di musica e di musicisti, un po' vere e un po' no

31 gennaio 2012

Ti ho incontrato per caso, come un angelo guerriero sei arrivata a distruggere tutto. Le luci delle macchine sfrecciano sul muro, entrano dalle persiane e disegnano la stanza come raggi fotonici di bellissime astronavi. Non so nemmeno se verrai, ma io ti aspetto lo stesso. Inizio così a riordinare nervosamente, piego i vestiti, allineo le cose, i pensieri, le ferite. Cerco di darmi un tono ma non ci riesco. La musica, le luci, tutto è a posto. I laser aumentano il loro flusso, sempre di più. La stanza ora è invasa da una battaglia incredibile, osservando queste evoluzioni mi rendo conto che sono già stato qui. Una notte di qualche anno fa, dopo un concerto, tre giovani donne mi rapirono per portarmi in paradiso.

Qui. Quello che oggi mi sembra l’inferno qualche anno fa mi sembrò un Eden umido, morbido, e dolce. L’ultima sponda di realtà da cui salpare per dimenticare tutto. Per prima cosa andammo in spiaggia, ci spogliammo. Era una di quelle notti in cui i vestiti volano via senza peso. Una notte in cui tutto accadeva intorno a noi, e noi eravamo tutto. In acqua ci raccontammo chi eravamo e dove stavamo cercando di andare, i miei racconti rilucevano nel vento come opere d’arte. I loro occhi pendevano dalle mie labbra, sapevo che di lì a poco saremmo finiti nello stesso letto. Più tardi arrivammo fin qui, in questa stessa stanza d’albergo. Fuori, l’Emilia Romagna risplendeva come un diamante. A metà degli anni Novanta era l’unico posto in cui ti capitavano certe cose, l’unico luogo così denso e profondo da potersi perdere.

Ricordo che i fari delle macchine disegnavano questi muri, nello stesso incredibile modo, mentre, ridendo, dinoccolati raggiungevamo il letto, la mia bocca ancora cantava, e le loro baciavano e assaporavano ogni parte del mio corpo sudato. Intrecciati, ci regalammo la vita con bontà infinita: nessuno fuori metrica, nessuno fuori tempo, tutti e quattro armonizzati come una sinfonia, coscienti del fatto che, dopo quella notte, non ci saremmo più rivisti. Vorrei poter dimenticare. Vorrei dimenticare ognuno di quei momenti. Oggi fanno più male di un coltello, come se tutta la leggerezza accumulata tornasse indietro, con un enorme peso specifico.

Il lento fluire delle cose mi ha portato fin qui, ad aspettare te. Sono sdraiato sul letto da ore ormai. I raggi laser rallentano, la loro battaglia non è più così incredibile ora, non riescono più a incantarmi. Inizio a credere che forse non verrai. Fa ancora più male pensare che avrei potuto gettarmi tra le braccia di qualche “bella passante” e cercare in quel modo di estinguere i pensieri. Invece ho deciso di venire in albergo ad aspettarti, sapendo perfettamente che non verrai. Mi sento come l’illuso di Via del Campo che va dalla sua puttana, “a pregarla di maritare”: “Ama e ridi se amor risponde, piangi forte se non ti sente”.

Ecco. Il mio è sordo, non ci sente proprio, forse non ha le orecchie, o molto probabilmente le sta usando per qualcun altro. Ma non ci posso fare niente, mi sembra impossibile adesso non lanciarmi di testa in questo desolato e oscuro lago ghiacciato. La battaglia è finita, niente più laser e astronavi sul muro. È tardi e le auto sono già tutte infilate nei parcheggi delle discoteche, è sabato sera e la riviera sta per esplodere. In un rigurgito post-rock recupero la “merce” che ho comprato ieri dal Robby, il mio spacciatore di zona, ne inalo un po’. Devo uscire. Scendo e mi trovo in mezzo all’ultima ondata di famiglie che tornano verso i loro alloggi, in un tripudio di bancarelle colorate, giocattoli colorati, negozi di scarpe colorate, profumi colorati, asciugamani della Coca-Cola e infradito di gomma, ovviamente colorati.

Sembra che non abbiano un cazzo da dirsi, camminano affiancati e non si guardano nemmeno: ma come si fa ad andare in vacanza con uno con cui non hai un cazzo da dirti? Come puoi sposarti, fare dei figli e viaggiare con uno con cui non hai un cazzo da dirti? Forse all’inizio è diverso, forse all’inizio di questa malattia sociale chiamata “famiglia” le persone sono accese, innamorate, hanno cose da condividere. Poi smettono semplicemente di parlarsi. Io non voglio diventare così, preferisco essere quella merda di ex rockstar sfigata che sono. Dopo aver fatto girare le palle a tutte le donne che hanno avuto a che fare con me, preferisco trovarmi qui. In una vita dove poi, a un certo punto, sei arrivata tu! Il mio bellissimo angelo guerriero emerso dal nulla a distruggere tutto.

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6 Commenti

  1. oblomov

    mi sono fermato qui “disegnano la stanza come raggi fotonici di bellissime astronavi”.

  2. massimo55

    Io ho rischiato di non arrivare alla fine per via di “un assordante silenzio”. Di chi è amico il ragazzo?

  3. ddelendati

    orfano di un giro allo stadio a vedere il Parma, la mia serata proseguiva, vuota come un testo dei Subsonica, finché questo Post mi ha ridato gioia di vivere e scrivere. Grazie, ilPost.
    http://marvelousspam.tumblr.com/post/16837334205/samuel-scrittore

  4. plato

    @massimo55
    una buona scusa per non leggere… scusa buona, pardon

  5. Basta aver sentito mezza canzone dei Subsonica per capire che questo non è certo il nuovo Umberto Eco.

  6. ziodiavle

    Va bene le marchette, ma almeno un minimo di selezione all’ingresso… La miseria… manco la prima riga son riuscito a terminare.

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