Il 15 aprile 2010 Hocking mise il suo libro su Amazon, per i lettori di Kindle, nel tentativo di raccogliere soldi per il viaggio dai Muppets. Seguendo i consigli del blog di JA Konrath, uno dei primi autori ad auto-pubblicarsi online, aveva caricato il libro anche su Smashwords, per avere accesso anche nel mercato di Nook, Sony eReader e iBook. Non fu molto difficile: giusto un paio d’ore di formattazione adeguata. “Non ci speravo più di tanto. Non pensavo ne avrei ricavato nulla”. In poco tempo, invece, Hocking vendeva 9 copie al giorno di My Blood Approves, romanzo sui vampiri ambientato a Minneapolis. A maggio caricò altri due romanzi della serie, Fate e Flutter, 264 copie vendute. A giugno le vendite erano salite a più di 4mila libri; a luglio caricò Switched, il suo preferito tra i romanzi scritti in poco più di una settimana, che solo in quel mese le fece guadagnare più di 6mila dollari. In agosto lasciò il lavoro con i disabili.
Un anno fa, a gennaio, Hocking vendeva più di 100mila libri al mese. Non avendo un editore, poteva decidere da sé la propria politica dei prezzi: decise di far pagare 99 cents il primo libro della serie, per attirare lettori, e poi aumentare il costo di copertina a 2 dollari e 99 cents. Poco, rispetto ai 10 dollari o anche molto di più dei libri stampati. In proporzione, però, le royalties la premiavano. Amazon le dava il 30% dei diritti per i libri a 99 cents e fino al 70% per le edizioni a 2 dollari e 99 cents, molto più del 10-15% tradizionali delle case editrici. Basta fare due calcoli: 70% di $2.99 è $2.09; 10% di un libro stampato a $9.99 è 99 cents. Moltiplicate per un milione (lo scorso novembre Hocking è entrata a far parte del Kindle Million Club, con più di un milione di copie vendute) ed è un sacco di soldi. La rapidità del successo ha sorpreso Hocking più di ogni altro. Era così felice, quando ha ricevuto il suo primo assegno da Amazon (quasi 16 dollari), che non l’ha mai cambiato. “Tutti comperavano il mio libro, era travolgente”.
Hocking è considerata una pioniera della rivoluzione editoriale che – infine – sta cominciando a cambiare l’universo tradizionale dei libri grazie agli e-books. La scalata di Hocking è avvenuta proprio quando l’auto-pubblicazione ha svoltato, e da parente povera della carta stampata è diventata un’industria da milioni di dollari. Solo due anni fa auto-pubblicarsi veniva considerato una sorta di ultima spiaggia per aspiranti scrittori senza talento. Non è più così. Secondo una ricerca pubblicata lo scorso anno sul blog letterario Novelr, tra i 25 autori di bestsellers su Kindle, solo sei hanno già pubblicato con case editrici. Nel 2010 il mercato degli e-books ha raggiunto quota 878 milioni negli Stati Uniti, quattro volte tanto rispetto al 2009.
Hocking però non è entusiasta del suo ruolo di avanguardista dell’auto-pubblicazione: “La gente mi dipinge come un’icona: non lo sono. Auto-pubblicarsi è una fantastica opportunità, ma non voglio diventarne il simbolo. Vorrei che la gente parlasse dei libri che ho scritto, non di come li ho scritti”. È anche un po’ seccata, Hocking, perché la sua storia di successo viene interpretata come la prova che auto-pubblicarsi sia il nuovo modo per diventare ricchi in un batter d’occhi. Che ne è allora dei nove anni precedenti, quando scriveva decine di romanzi che venivano rifiutati da tutti? Che ne è delle ore spese per risolvere i problemi tecnici su Kindle, per disegnare le copertine, revisionare le copie, scrivere nel blog, su Twitter e su Facebook, rispondere alle mail e ai tweets dei lettori?
Il processo editoriale è stato molto faticoso e frustrante: Hocking ha assunto dei curatori freelance e ha chiesto ai lettori di avvertirla di ogni errore, però continua a pensare che i suoi e-books siano pieni di errori: “Mi fa andare in bestia, perché davvero ho provato a far funzionare tutto, semplicemente non ci riesco. È troppo; è spossante ed è difficile. E comincia a pesarmi a livello emotivo. So che sembra strano e lamentoso, ma è vero”. Alla fine, era diventato così stressante pubblicarsi da sola, che Hocking ha deciso di rivolgersi al tradizionale mondo del libro che per tanto tempo l’aveva rifiutata. Per 2,1 milioni di dollari ha affidato la pubblicazione della prossima serie di romanzi a St Martin’s Press negli Stati Uniti e a Pan Macmillan nel Regno Unito. L’accordo comincia questo mese, con una versione stampata di Switched (in Italia lo pubblica Fazi), un racconto d’amore frenetico, protagonisti dei troll scambiati alla nascita con bimbi umani. Il romanzo non può essere considerato alta letteratura e del resto non pretende di esserlo. Quando sarà uscita la trilogia Trylle, da agosto verrà pubblicata – nelle librerie e come e-book – la nuova serie di quattro romanzi, Watersong, storia di due sorelle rapite dalle sirene.
Entrambi gli editori di Hocking parlano dell’accordo per sostenere la tesi secondo la quale libri tradizionali e e-books possono convivere in armonia. La cosa strana, in questa storia, è che una delle figure chiave della rivoluzione dell’auto-pubblicarsi è ora sbandierata dalle grosse case editrici come prova che l’editoria tradizionale è viva e vegeta. Hocking è ben consapevole del paradosso: “Molta gente dice che l’editoria è morta – dice – io non l’ho mai detto, e non penso sia così”.




La cosa più bella ed istruttiva è lo psicologo che dice che la bambina è “matta” (ed ha ovviamente ragione) ed i genitori che non la mandano più dallo psicologo, e chissà perché … probabilmente perché non vogliono sentirsi responsabili e perché non vogliono “curare” la bambina con psicofarmaci.
Così vengono i frutti della nevrosi: cioè dei libri che io non leggerò mai, ma che moltissimi leggono e sono davvero contento per questa bambina stressata che ha trovato la sua strada.
Sono infatti convinto che il “nostro” concetto prevalente (ed ufficiale) di “salute mentale” è lui stressato e triste e non ha vie d’uscita fuori dagli psicofarmaci.
Poi la ragazza si rivela saggia quando mette in luce tutti i problemi che lei ha veduto nella editoria digitale.
Bel pezzo, mi fa contenta la giornata.
ciao
r
Domanda: esiste una stima Amazon riguardante i Kindle venduti in Italia?
@RAFFIBB: non mi sembra, però, che la Hocking abbia trovato serenità e gioia di vivere. Probabilmente continuare la terapia con uno psicologo diverso sarebbe stato più costruttivo. Anche perché tutta la vicenda mi sembra comunque un caso di pura fortuna che non un esempio, di bambine e bambini depressi che si rifugiano nella fantasia e nella scrittura compulsiva che diventeranno milionari grazie all’autopubblicazione, quanti altri ce ne saranno?
Ok, ma le piccole librerie di Austin come se la passano, adesso?
Tutto molto bello, ma se autopubblico su Amazon un libro in italiano, per bene che mi vada quanta gente lo potrà leggere? quanti clienti kindle ci sono in Italia? e per una traduzione degna non avrò poi bisogno di una casa editrice?.. le solite rivoluzioni che valgono solo per gli USA.
@miche fax: e che ti costa farlo?
tutto molto bello…ma purtroppo hollywood ne farà un film…
edificante. ma il punto è: lei scrive bene? certo che una casa editrice può prendere una cantonata e non accorgersi di un talento, ma il suo ruolo sarebbe anche quello della scrematura. saremo inondati da ragazzini con velleità letterarie che si autopubblicano?
@Yokna. Ne sarai inondato solo se li compri.
@Ryoga. Hanno chiuso, come le rimesse dei cavalli.
Una rondine non fa primavera…anche se la rondine non ne ha alcuna colpa.
Ha ragione YOKNAPATAWPHA (ma che nomi avete?), scrive bene? Io non l’ho letta e non mi piace, ma se hai divorato Shakespeare, Twain ecc. ecc. e poi te ne vieni fuori con gli immancabili vampiri be’, sono lieto del mio pregiudizio.
Comunque si prepara una generazione di frustrati e geni incompresi, di pagine facebook ciascuna adorna del link al proprio inutile romanzo, che racconterà la solita inutile esistenza creduta speciale.
In fondo siamo un paese con 60 milioni di commissari tecnici, e siamo tutti un po’ sciatori e sport invernali.
Vi saluto.
Gli editori potranno sempre avere un ruolo, qualcuno che da una parte aiuti l’autore (magari finanziandolo) e dall’altro funga da garanzia di qualita’ per il lettore servira’ sempre.
Pero’ deve fornire un chiaro valore aggiunto per tutti ed al prezzo corretto, perche’ per diventare editore di ebook ci vogliono molti meno investimenti, quindi piu’ concorrezza, e mal che vada c’e’ anche la via dell’autoproduzione.
@Ermedusa, no ne sarà inondato il mercato e trovare ciò che vale davvero sarà sempre più difficile
@Osvaldone, il mio nick è preso da Faulkner :) ah, e sono una lei
@YOKNAPATAWPHA la mia era solo una critica alla ridigitabilità di alcuni nomi sulle tastiere. Lieto che tu sia donna (l’avevo mai messo in dubbio? dovevi dirglielo a ERMEDUSA).
Bella storia. Ma più o meno tutti gli esordienti ne hanno una simile, se scrivono di angeli, fantasmi, presenze, draghi, gnomi, vampiri, lupi mannari o streghette wikka. Spesso la storia del giovane scrittore viene venduta in combo col libro. La versione mediterranea è, per i caratteri della nazione, la ex porno lolita Melissa P.
P. S.: quello lì è David Bowie in The Labyrinth. Praticamente una confessione.
Mi è tornato in mente un personaggio che parecchi anni fa non riusciva a farsi pubblicare un libro perché a dire degli editori era troppo lungo e non avrebbero mai trovato un pubblico abbastanza grande per rifarsi delle spese di pubblicazione. L’editore che lo ha pubblicato ha fatto la propria fortuna: si chiamava J.R.R. Tolkien e voleva pubblicare “Il Signore degli Anelli” senza togliergli una sola riga.
Un altro ha deciso una strada più insolita, ma aveva le spalle ben coperte: si chiama Christopher Paolini, ha scritto “Eragon” da ragazzino e, insieme ai genitori, ha scelto la via dell’autoproduzione. Ha avuto un successo esagerato (che il cinema ha completamente rovinato); i libri (ben 4) non sono troppo impegnativi, i personaggi sono abbastanza strutturati, e ben si prestano come lettura leggera.
Al di là del fatto che il livello culturale tra gli autori è abissale, al tempo di Tolkien si pensava che il fantasy fosse roba da bambini e non era apprezzato (qualcuno lo pensa anche adesso…): non voglio difendere a spada tratta ciò che ha scritto la Hocking (che non ho mai letto), ma credo che abbia sfondato perché è piaciuto il suo modo di scrivere, di raccontare, al di là del fatto che il libro sia leggero; parole che hanno colpito l’immaginazione dei lettori.
Più che un evento fortunato, credo che abbia semplicemente trovato il pubblico adatto ai suoi libri, cosa che altri autori magari non hanno fatto perché non hanno percorso la stessa strada (o non hanno pensato di percorrerla).
Se non avesse trovato quel pubblico non saremmo qui a parlarne.
Un augurio all’autrice: ora che può farlo in maniera più rilassata, le auguro di scrivere qualcosa che possa rimanere nelle antologie di letteratura, quando i suoi giudici non saranno le vendite o il modo in cui ha fatto i soldi, ma solo le parole e i concetti che ha trasmesso ai lettori.
sono d’accordo con @magoago sul giudizio letterario, certo può essere che non abbia scritto un capolavoro, o un libro che resterà nella storia, ma intanto tanta gente ha avuto piacere di leggerlo, per cui ottima idea quella di provarci da sola, dopo aver percorso strade classiche. non vedo perché non dovrebber bastare questo.
@yoknapatawpha credo che il punto dell’articolo fosse un altro, raccontare di una che grazie all’autoproduzione ha fatto i soldi ed è diventata un caso, non un caso letterario, e scusa se mi permetto: ma pure se inondati di “ragazzini” che differenza fa…le librerie sono piena di vespa, qui da noi, io preferisco i ragazzini…