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  • sabato 7 gennaio 2012

Le 500 proteste al giorno in Cina

Perché manifestazioni e scioperi sono molto frequenti, ma il partito comunista non ha niente da temere (per ora)

Alla fine di dicembre, a Wukan, un villaggio di pescatori di circa 13.000 abitanti nella Cina sudorientale, gli abitanti hanno cacciato i rappresentati del Partito Comunista Cinese e respinto un assalto della polizia, chiudendo tutte le vie di accesso al villaggio con camion messi di traverso lungo le strade. Le due stazioni di polizia sono rimaste temporaneamente vuote, mentre i mezzi di comunicazione di Hong Kong venivano a sapere della rivolta e la notizia arrivava anche al giornale inglese The Daily Telegraph. La rivolta è iniziata dopo che, l’11 dicembre, un rappresentante del villaggio è morto mentre si trovava nelle mani della polizia, ma da mesi proseguivano i confronti con le autorità e le proteste per una serie di abusi dei funzionari statali nella vendita dei terreni. I media stranieri hanno iniziato a occuparsi del villaggio, e le autorità sono state costrette a inviare funzionari per aprire una trattativa e ottenere una sospensione della protesta attraverso il dialogo.

Il caso di Wukan è tutt’altro che raro, anche se è uno dei pochi che riceve pubblicità fuori dalla Cina. Secondo Sun Liping, un professore dell’Università Tsinghua di Pechino, una delle più importanti della Cina, nel 2010 ci sono state circa 180.000 movimenti di protesta in tutto il paese, tra scioperi e manifestazioni, una media di circa 500 al giorno, quadruplicata rispetto a dieci anni fa e in costante aumento. Un articolo dell’Atlantic ricostruisce le cause e le dinamiche di un fenomeno sempre più importante nella Cina di oggi, e spiega perché nonostante le migliaia di proteste il partito comunista rimane saldamente al potere.

Le cause
I motivi della protesta di Wukan sono molto simili a quelli di centinaia di altre: la rabbia contro i funzionari locali che usano le scarse tutele legali dei cittadini e la diffusa corruzione per profitti personali, e reprimono con violenza le proteste popolari. Un’altra causa diffusa è l’inflazione in aumento costante: lo scorso agosto i prezzi sono aumentati di circa il 13%, con pesanti aumenti nei generi alimentari. Gli aumenti colpiscono in particolare la popolazione povera urbana, spesso di recente immigrazione dalle campagne, che spende gran parte dei propri guadagni in cibo.

L’altro grande problema è quello delle vendite della terra. Il boom economico cinese corrisponde anche a un grandissimo aumento del mercato immobiliare. I funzionari locali spesso espropriano terreni agricoli con metodi più o meno legali ai loro legittimi proprietari, per venderli ai costruttori dando compensi estremamente ridotti alle popolazioni locali.

Uno degli aspetti più interessanti, scrive l’Atlantic, è che quando la popolazione decide di mettere in campo una protesta dura continua a proclamare la propria fedeltà al Partito Comunista Cinese, e la ripete con grande insistenza e pubblicità (a Wukan gli striscioni di appoggio al PCC erano scritti anche in inglese). Gli abitanti non mettono mai in discussione la legittimità del partito, limitandosi a richieste relativamente ristrette: la punizione dei funzionari colpevoli di abusi o la restituzione della terra.

“Le proteste sembrano essere una parte del sistema, non una sfida contro di esso”, continua l’Atlantic: il governo cinese ha dato prova di saper reprimere le proteste con violenza, in particolare nel Tibet e nello Xinjiang, dove hanno motivazioni autonomiste, ma sembrano più intenzionate a considerare le proteste nelle aree rurali come una valvola di sfogo del dissenso che deve essere tollerata e che serve a dare un obbiettivo alla rabbia popolare (i funzionari locali corrotti) senza mettere in discussione il regime del partito unico. In alcuni casi, i manifestanti ottengono qualche concessione, anche se nel caso di Wukan la risposta conciliante del governo è stata probabilmente aiutata dalla presenza dei media stranieri.

La storia
Un aumento sensibile delle proteste risale alla primavera del 2002, quando migliaia di lavoratori delle fabbriche di acciaio di Liaoyang hanno iniziato una serie di manifestazioni contro i funzionari che avevano costretto alla chiusura alcuni impianti e avevano privato alcuni lavoratori delle loro pensioni. Decine di migliaia di persone protestarono per diversi giorni, anche in quel caso chiudendo le vie di accesso della città e costringendo gli alti gradi del partito comunista a aprire una trattativa. Anche a Liaoyang la legittimità del Partito Comunista Cinese non venne mai messa direttamente in discussione dai manifestanti.

La memoria del massacro di Tienanmen del 1989, quando le proteste di migliaia di persone nella piazza principale e nelle strade di Pechino furono represse con i carri armati provocando centinaia di morti, potrebbe essere uno dei motivi del fatto che le proteste, anche se in crescita costante in tutta la Cina, non sono diventate più radicali. Ma oltre alla paura, bisogna tener conto della grandissima abilità del Partito Comunista Cinese di mantenere le proteste limitate a livello locale e di piccola scala.

Il maggior aiuto alla stabilità del regime comunista, in ogni modo, viene dalla costante crescita economica cinese, che prosegue dagli anni Ottanta e che ha garantito risultati macroeconomici spettacolari. Il PCC ha una larghissima riserva di credito per aver portato la Cina alla crescita, l’offerta di posti di lavoro continua a essere molto alta, attraendo milioni di immigrati interni dalle campagne alle zone industrializzate urbane, e il tasso di approvazione del partito comunista continua a essere altissimo anche secondo le ricerche indipendenti, intorno al 90%. I funzionari corrotti, dopo le proteste locali, finiscono spesso in prigione (a volte insieme agli organizzatori delle proteste), mentre finché l’economia cresce nessuno mette in discussione pubblicamente gli alti gradi del partito.

foto: AP Photo

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