I sindacati CIGL, CISL e UIL hanno organizzato oggi uno sciopero del pubblico impiego contro la manovra presentata dal governo, approvata venerdì 16 dicembre dalla Camera e in discussione questa settimana al Senato. Alcuni lavoratori si sono trovati in piazza Montecitorio, davanti al palazzo della Camera, e sono stati raggiunti dal segretario della CGIL, Susanna Camusso, che ha tenuto un breve discorso dove ha ricordato che non può essere richiesto a chi lavora di rinunciare all’”articolo 18″. Sull’argomento oggi è intervenuta anche Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, non escludendo la possibilità di rivedere il funzionamento del mercato del lavoro – come vuole fare nei prossimi mesi il governo – “senza particolari” tabù compreso il tanto discusso articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Lo Statuto dei lavoratori
La legge numero 300 del 20 maggio 1970 viene comunemente chiamata “Statuto dei lavoratori” ed è l’insieme di norme «sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro». Lo Statuto comprende quindi buona parte delle regole più importanti per il diritto del lavoro in Italia e su queste, negli anni, sono state costruite molte delle tipologie dei rapporti lavorativi. L’approvazione delle nuove regole non fu semplice e portò a numerose tensioni sul piano politico e sindacale. Il testi fu organizzato in diversi “titoli” dedicati al rispetto della dignità del lavoratore, alla libertà e attività sindacali, al collocamento e ad altre disposizioni transitorie. L’articolo 18 rientra nel “Titolo II – Della libertà sindacale”.
Di che cosa si occupa
L’articolo 18 stabilisce le regole per il reintegro del lavoratore nel suo posto di lavoro. In pratica, dice quali sono i diritti e i limiti per chi viene licenziato e fa richiesta al giudice per ottenere indietro il suo impiego, ritenendo di esser stato allontanato senza un motivo giustificato.
Che cosa stabilisce
Quando il giudice stabilisce l’annullamento del licenziamento, perché avvenuto senza una giusta causa o un motivo giustificato, ordina al datore di lavoro di rimettere il dipendente che aveva licenziato al suo posto. L’obbligo prevede che vengano ripristinate le condizioni pre-licenziamento, assicurando al lavoratore licenziato lo stesso trattamento economico di cui godeva prima e la medesima posizione.
Risarcimento
L’articolo 18 prevede anche alcune compensazioni per il lavoratore licenziato e successivamente reintegrato. Disponendo il reintegro, il giudice stabilisce anche un risarcimento del danno subito che di norma è pari ai soldi che il lavoratore avrebbe ricevuto attraverso il suo stipendio se non fosse stato licenziato. Il datore di lavoro deve anche mettersi in pari con il pagamento dei contributi per la pensione, non versati nel periodo in cui il lavoratore risultava essere licenziato. Nel suo complesso, il risarcimento non può comunque essere inferiore a cinque mesi di stipendio.
Indennità
Dopo che ha ottenuto il reintegro, il lavoratore ha comunque il diritto di non rientrare in azienda e di chiedere in cambio una indennità. Questa possibilità è stata pensata per consentire al lavoratore di risolvere comunque il rapporto di lavoro, evitando di dover tornare in un ambiente lavorativo che potrebbe essere ostile, almeno da parte del suo datore. L’indennità deve essere pari a quindici mesi di stipendio.
15 dipendenti
Lo Statuto dei lavoratori prevedere che l’articolo 18 sia applicato solamente nelle aziende che hanno 15 o più dipendenti (più di cinque nel caso di aziende agricole). Nel conteggio sono compresi i lavoratori con un contratto di formazione, di lavoro a tempo indeterminato o parziale, mentre non vengono contati coniuge e parenti del datore entro il secondo grado
Abolizione o modifica
Il limite dei 15 dipendenti è da anni al centro di grandi discussioni tra chi si occupa del mercato del lavoro, i sindacati e gli ambienti politici. Alcuni ritengono che andrebbe abolito rendendo effettivo l’articolo 18 anche per i lavoratori nelle aziende con meno di 15 dipendenti, che a oggi hanno comunque altre soluzioni per tutelare la loro posizione lavorativa. Altri, invece, pensano che sarebbe opportuno rivedere o eliminare del tutto l’articolo 18, semplificando i meccanismi per i licenziamenti e le nuove assunzioni.
Semplificando, chi è per la revisione/abolizione pensa che l’articolo 18 costituisca un freno per le nuove assunzioni e l’espansione delle aziende. Molte imprese, infatti, preferiscono rimanere al di sotto dei 15 dipendenti per evitare di essere soggette a questa particolare norma dello Statuto. Così facendo, si riducono le possibilità di ingrandimento per una società e in parte si spiega l’attuale assetto produttivo del nostro paese: in Italia ci sono poche grandi aziende e una infinità di piccole e medie imprese che spesso faticano a fare sistema e ad affermarsi, specialmente sui mercati esteri. Lo stesso Pierluigi Bersani ha di recente invitato a non “drammatizzare l’articolo 18, perché il 95 per cento delle aziende non ce l’ha”.
Chi è per il mantenimento, o l’estensione al di sotto dei 15 dipendenti, dell’articolo 18 ritiene invece che la norma sia essenziale per offrire maggiori tutele ai lavoratori per “difendere” il loro posto di lavoro. Senza un simile sistema, dicono, i datori di lavoro potrebbero licenziare molto più facilmente i loro dipendenti anche con motivazioni pretestuose. I sindacati, in particolare la CGIL, difendono con convinzione l’articolo 18 e sono sostanzialmente contrari a qualsiasi tipo di confronto che lo possa modificare.
Futuro
Il governo Monti per ora è impegnato a far approvare la manovra in Parlamento e, almeno ufficialmente, non ha ancora affrontato l’annoso problema dell’articolo 18. Alcuni suoi ministri, a partire da Elsa Fornero del Welfare, hanno comunque confermato che il governo si dovrà anche occupare di una riforma del mercato del lavoro nel nostro paese per renderlo più flessibile, mantenendo adeguate tutele per i lavoratori. «Invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte» ha detto ieri in una intervista il ministro Fornero, ricordando che «non ci sono totem».
Occuparsi del “totem” articolo 18 non sarà comunque semplice, considerato come andarono le cose qualche anno fa con i referendum abrogativi del 2003. All’epoca fu proposto di estendere le garanzie previste dalla norma a tutti i lavoratori, quindi anche a quelli delle aziende con meno di 15 dipendenti. I “sì” raggiunsero l’86,70 per cento, ma votò solamente un avente diritto su quattro e non fu raggiunto il quorum. Il referendum, promosso principalmente da Rifondazione Comunista, arrivò dopo due anni di forti discussioni sulla possibilità di eliminare l’articolo 18 dallo Statuto.




@Ziodavle
Guarda che io sono d’accordo con la proposta Ichino.
Il problema è che – per chi difende l’art 18 – Ichino è una specie di Servo del Capitale e la sua proposta la cosa + reazionaria dai tempi del Duce…
jamesnach, a parte che vaneggia lo dici a, spiegami tu cosa è successo nel mondo per dire che è falso che la coperta che tira l’imprenditore dalla sua parte lascia al freddo il lavoratore dall’altra.
No, perché non crederai ancora all’essere tutti sulla stessa barca, vero?
E che esistano continue forme di vessazione e ricatto,nel mondo delle aziende, vessazione e ricatto che aumenterebbero esponenzialmente in un quadro di maggior potere di licenziamento, dico, non ti viene il sospetto?
E a parte ululare contro il vecchio, categoria insignificante di per sé, cosa si può obiettare nel merito? Che l’Italia è in ginocchio per i fannulloni delle imprese sopra i 15 dipendenti? Notevole, congratulazioni per la profonda analisi economica.
@stefano: “..e se mi vogliono licenziare, passato il periodo di prova, la cosa più comoda è che si mettano d’accordo con me e mi ficchino dei soldi in tasca, perchè altrimenti posso fare ricorso sostenendo che è un licenziamento discriminatorio o ingiustificato” che, probabilmente ti sfugge, ma è esattamente quello che potrebbe succedere anche in Italia con una delle tante proposte “di soppressione dell’art.18″ che in realtà sono modi di organizzare il mercato del lavoro (ingresso/uscita) diverso dall’attuale, fondato sulla norma che trasferisce al giudice la questione.
Landini, Marco Rizzo (che saluta il Caro Leader..), Cremaschi, Camusso e purtroppo anche Fassina, almeno la mettono sul piano ideologico e definiscono un attacco di classe il ragionare sui modi alternativi di organizzare il nostro mercato del lavoro; è legittimo (politicamente) ma anche contestabile da chi non pensa che la società italiana si regga su quei presupposti nel 2011. Tutti gli altri che “si nascondono sotto la gonna delle presunte libertà e diritti inalienabili” almeno dovrebbero rendesi conto che lo scontro è politico fino in fondo, non solo su queste frontiere e poi tutti a fare i riformisti, democratici del blocco occidentale-capitalistico…
@piti, quel tipo di imprenditore (che tira la coperta e mena l’operaio)esiste, prolifera in Cina, India, Brasile, Polonia, ecc. dove impiegheranno ancora qualche anno per definire la metà delle nostre (Europee) sacrosante tutele e relativo welfare e intanto mangiano e scappano da una condizione ben peggiore nelle campagne.
E’ giusto? No. Possiamo fare qualcosa per loro? Credo poco ma qualcosina si fa (e di sicuro impiegheranno meno generazioni Dickensiane di noi, per fortuna). Ma con il 90% (il 10% è borderline, spesso in clandestinità e al 70% fatto di immigrati…) dei nostri lavoratori non c’entra nulla.
Neanche con i dipendenti delle microaziende artigiane che al nord e in parte del centro hanno comunque un buon potere contrattuale (professionale: una volta formato un buon collaboratore, lo paghi bene e conti fino a cento prima di perderlo) mentre al sud sono spesso in nero e fuori dal mercato legale.
@piti
Sono figlio di un’operaia e di un impiegato, e l’Italia che vedo io è ben diversa da quella che vedi tu.
Vedo laureati in gamba che – formati a spese dello Stato – lasciano questo paese perchè con una laurea in tasca in questo paese si riesce oggi a tenere forse il tenore di vita che si aveva una volta con la licenza elementare. E – una volta all’estero – raccolgono quello che hanno seminato, perchè qui la cultura del merito non esiste, e – mi duole dirlo – la colpa è anche dei sindacati, CGIL in testa.
Vedo imprenditori – giovani, mica quelle baracche d’anteguerra stile Sciur Zampetti – che hanno molta voglia di fare ma – tra le altre cose – si trovano a combattere con una legislazione del lavoro che non ti consente nè di essere flessibile nè di fare errori: se assumi uno te lo tieni fino alla morte: mi spieghi perchè dovrebbe essere giusto, questo?
Vedo che tutte per tutte le aziende innovative e di successo di questo mondo “la gente”, ossia i loro dipendenti, sono la risorsa numero uno, altro che gli schemi da lotta di classe ottocenesca che descrivi tu.
Domanda: hai mai lavorato in un’azienda privata? Il sospetto mi viene, sinceramente.
Se non capisci che uno dei più gravi problemi – se non IL più grave problema – dell’economia di questo paese è il nanismo delle aziende, io non so cosa farci. Sono le basi.
E modificare l’art. 18 è una delle misure che più potrebbe cambiare questo stato di cose, permettendo alle imprese di ingrandirsi senza caricarsi di costi fissi da qui all’eternità.
Perchè, ahimè, fare impresa vuol dire rischiare, e le cose non vanno sempre come si vorrebbe.
Poi, voglio dire, le tue ironie sulla “profondità” della mia analisi economica mi fanno sorridere: mi chiedo se tu ne abbia mai aperto uno, di libro di economia, perchè da come scrivi non si direbbe proprio..
Sottoscrivo Jamesnach:
Di sinistra da sempre, più passano gli anni e mi rendo conto che un bel pezzo della sinistra ha smesso di essere forza progressista e si è trasformata in forza della conservazione.
Dispiace dirlo ma è evidente che alcuni o non hanno mai lavorato in un azienda privata oppure commentano direttamente dal 1848.
Oggi la pubblica amministrazione e le più grandi aziende italiane (specialmente le più vecchie) sono immobilizzate. Risultato: centinaia di laureati vanno a lavorare all’estero dove (ma son pazzi?!?!?) non c’è l’articolo 18 ma (incredibile!!) si trova lavoro più facilmente.
Unica obiezione sensata: tutelare maggiormente i lavori dove è richiesto un basso know-how (es della cassiera).
@ Jamesnach. Scusa, avevo frainteso… infatti sono d’accordo con te.
@Kappa
Pensare che l’art.18 abbia una qualche relazione con l’immobilismo delle aziende italiane non sta in piedi, si scontra con i fatti, e fa a pugni col fatto che riguarda situazioni minoritarie. Delle due l’una: o e’ un feticcio per pochi, o e’ un ostacolo alla crescita del Paese.
I numeri dicono che non e’ il secondo.
Se lo consideriamo un feticcio, aboliamolo ma all’interno di una riforma strutturale che preveda diritti e garanzie per imprese e lavoratori (alla Ichino), senza fare come negli anni ’90 in cui abbiamo abolito alcuni diritti senza mettere mano agli ammortizzatori sociali, e il risultato sono chilometri di stagisti e co.pro.
“Pensare che l’art.18 abbia una qualche relazione con l’immobilismo delle aziende italiane non sta in piedi, si scontra con i fatti, e fa a pugni col fatto che riguarda situazioni minoritarie”
Falso, falso, falso.
Ho fatto il consulente aziendale, ho visitato decine e decine di aziende.
Le aziende fanno carte false per non salire oltre la fatidica soglia dei 15, creano società parallele, controllate, partner, etc etc… cercano di aggirare la legge proprio perché non vogliono ricadere nell’art. 18.
Tutti Padroni Kattivoni contro il Popolo Lavoratore? Mah.
Forse c’è dell’altro..
Sinceramente, io non riesco a capire cosa ci sia di “ottocentesco” nel ricordare che gli interessi degli imprenditori siano in parte (in parte, non del tutto!) contrapposti a quelli dei lavoratori. Mi sembra quanto di più ovvio e lampante ci possa essere. Mica significa che i capitalisti vadano appesi al più vicino lampione: semplicemente, è un invito a ricordare che l’imprenditore non ci offre lavoro perchè ci trova simpatici, ma perchè é uno strumento per fargli fare soldi. E noi non lavoriamo per fare un piacere a lui, ma perchè ci servono i soldi (e la gratificazione, per chi riesce a trovarla…)
Tenendo presente questo, e ricordando che la parte dei lavoratori ovviamente può avere forza solo con il numero (e dunque tramite i vituperati sindacati), poi si PUO’ dialogare e litigare conservando reciproco RISPETTO, e cercare di trovare la soluzione meglio sopportabile per entrambe le parti senza troppi drammi…
Quindi Jamesnach siccome le aziende cercano di aggirare in tutti modi la legge per aver dipendenti ricattabili le favoriamo abolendo una delle garanzie fondamentali dello Statuto, una conquista che rimane fondamentale nella storia delle relazioni industriali. Leggere poi che la sinistra oggi è conservatrice solo perchè continua a difendere i diritti e le garanzie conquistate dai lavoratori la dice lunga sul come oggi i valori fondanti della sinistra si stiano squagliando.
A legge certe profonde analisi sembra che questo paese sia pieno di imprenditori superdemocratici, onesti e capacissimi che vorrebbero solo essere amici dei lavoratori (tanto siamo tutti sulla stessa barca no?) ma il cui nobile slancio sociale viene bloccato dalla CGIL (CISL e UIL invece pare che siano a norma) che vive nel passato ostacolando quella crescita che miracolosamente riprenderebbe non appena abolito l’art. 18 (come? non si sa, l’importante è abolirlo).
Forse urgerebbe una ripassata sul come vivono i lavoratori laddove queste garanzie non esistono (o sul come andavano le cose in Italia prima).
@Lazarus
Direi che non hai capito il punto, o fai finta di non averlo capito.
Qui sono in molti a dire che “l’art 18 è marginale”, “l’art 18 non è un ostacolo alla crescita delle aziende”, etc etc… Bè, quanto da vissuto in prima persona dimostra che non è vero, in molti casi.
Giustifico le aziende che cercano di aggirare le normative? No, affatto.
Ma non è mica gente che cerca di evadere le tasse, è gente che cerca di lavorare di più. Semplicemente.
Laddove queste garanzie non esistono – leggasi resto d’Europa, per esempio – i lavoratori vivono bene e guadagnano il doppio.
Quindi, la storia che abolendo l’art 18 gettiamo tutti in mezzo alla strada è semplicemente falsa.
@Jamesnach
Le ricerche, le statistiche e gli studi che ho letto dipingono una realta’ diversa: ovvero che i casi di applicazione dell’art.18 sono marginali, e che i limiti alla crescita delle imprese sono di origine diversa (infrastrutturale, normativa, finanziaria, di governance…)
E’ del tutto possibile che quegli studi si sbaglino, ed un bel contributo da parte di un governo tecnico sarebbe proprio un’analisi laica della situazione sul campo.
Quanto all’estero, in molti Paesi non hanno una cosa che si chiama art. 18, ma hanno garanzie simili: in Inghilterra e’ difficile licenziare senza giusta causa se non in caso di ristrutturazione aziendali, e anche li’ con processi particolari; nei paesi scandinavi non ne parliamo neanche.
In entrambi i casi gli stipendi sono sensibilmente piu’ alti perche’ sono legati alla produttivita’ piu’ che alla licenziabilita’.
Questi sono i fatti del resto d’Europa, e sarebbe carino partire da qui.
A me pare che l’ideologia vada potata da entrambe le parti dello schieramento.
Smettiamo per un attimo di parlare di fannulloni e di capitalisti cattivi, e cerchiamo di depersonalizzare il problema: siamo sicuri che un mercato del lavoro più flessibile è sempre una buona cosa? Ad esempio, in un momento di crisi non può avere un effetto depressivo (con le aziende che, specie in un contesto italiano di scarsa produttività e innovazione, puntano tutto sulla riduzione del personale)? Non sono domande retoriche, ma sinceri dubbi. Sarebbe da vedere come ha performato negli ultimi anni la Danimarca (flex-security) rispetto ad altre economie dell’area con mercato del lavoro più rigido. Mi pare di aver orecchiato che quel modello (che idealmente a me sembrerebbe ottimo), in questo contesto, ha avuto i suoi problemi.
Secondo me il grosso problema dell’articolo 18 non è quello del mercato rigido quanto quello dell’incentivo alle aziende di non superare i 15 dipendenti. Abbiamo bisogno di aziende più grandi, competitive a livello internazionale, che puntino sull’innovazione e aumentino la produttività.
Dalla discussione sembrerebbe che il problema sia capire se ci sono più lavoratori fannulloni o più imprenditori avidi dello stipendio dei dipendenti. Ognuno sostiene che la presenza di questo o quel gruppo sia centrale nella crescita economica e dei salari. In verità i problemi della nostra economia stanno altrove: ritardi infrastrutturali, concorrenza sleale delle imprese mafiose/evasori, appalti truccati, mancati investimenti in ricerca e innovazione, gigantismo della macchina burocratico-legislativa…
Nessuna legge potrà mai cancellare disonestà, avidità e stupidità, però guardando però il mercato del lavoro com’è oggi, siamo tutti d’accordo che la situazione non è sostenibile, credo. Mi rendo conto che possa sembrare classista ma secondo me è drammatico se una risorsa formata di medio-alto livello lavora in condizioni peggiori di un operaio. Se le tutele di questi ultimi impediscono ai primi di accedere ai livelli professionali e salariali che meritano, non sarà con la difesa a tutti i costi dei diritti acquisiti che ricostruiremo l’equità sociale.
È ovvio che l’Italia non è in ginocchio per i fannulloni, ma che sia molto molto difficile per le aziende con più di 15 dipendenti lasciare a casa chi non ha voglia di lavorare o peggio ancora chi rema contro forte della protezione dei sindacati e dell’articolo 18 è un dato di fatto. E certo non aiuta.
Alle aziende servono pressione fiscale inferiore, controlli fiscali uguali per tutte le aziende, possibilità di applicare la meritocrazia, una politica fatta da persone competenti e che facciano il bene del paese e non delle proprie tasche, banche che facciano le banche e non gli strozzini.
E’ possibile che negli altri paesi si organizzino banche e imprese per entrare in nuovi mercati, mentre da noi abbiamo provincie, regioni, camere di commercio, ministeri, associazioni di categoria che ti “aiutano” e alla fine un’azienda italiana che voglia entrare – che ne so – nel mercato cinese debba arrangiarsi, mentre un’azienda tedesca abbia aiuti concreti?
L’agenzia delle entrate che pretende da te i soldi in anticipo e che ti fa chiudere se i clienti non ti pagano (in Italia non c’è nessuna tutela per l’azienda che ha clienti che non pagano) chi aiuta? Non sarebbe giusto che l’agenzia delle entrate vada a prendere i soldi direttamente dai clienti che non vogliono pagare? No, quelli li lasciamo chiudere e aprire altre aziende che non pagheranno.
I ragionamenti sull’articolo 18 sono un paragrafo del capitolo “meritocrazia”. Da solo non cambia le cose, ma dà un contributo.
@Stefano
I casi dell’applicazione dell’articolo 18 sono pochi perché i sindacati mirano a chiudere la questione con l’azienda prima di arrivare davanti al giudice, forti del fatto che questi darà ragione al dipendente a prescindere.
jamesnach, per prendere una laurea in economia a pieni voti qualche libro di economia mi è toccato aprirlo, cosa vuoi farci. Forse anche più di quelli che hai aperto tu. Che non capisci nemmeno che l’economia si presta come nessuna scienza (e l’economia non lo è) a giochi di interesse. E fai uno sforzo. Prova a immaginare come la fanno raccontare l’economia, in nome di quei giochi di interesse.
@Miche Fax
La premessa e’ giustissima, ma la tua ultima conclusione e’ un falso problema.
Un’azienda non assume un impiegato in stage precario perche’ anni fa ha assunto un operaio a tempo indeterminato, per farne un discorso classista.
Lo fa perche’: se lo puo’ permettere, e a parita’ di prestazione un’azienda paga il minimo possibile che mantenga la sua offerta di lavoro competitiva; la bassa produttivita’ italiana rende difficile pagare di piu’, e lo fa per tutti, per cui un lavoratore ha difficolta’ a trovare un’offerta alternativa per rafforzare la propria posizione negoziale.
I salari si aumentano, il mercato del lavoro si dinamizza e la flessibilita’ si sostiene sbloccando la produttivita’, e lo si fa nei modi che dici tu: infrastrutture, investimenti in ricerca e innovazione, semplificazione burocratica, accesso al credito, etc.
Tutte cose piu’ difficili da fare che abrogare un articoletto, ma che possono fare la differenza. Il resto mi sembra una battaglia tra ultras.
per essere d’accordo con l’eliminazione dell’art. 18 bisogna o non tener conto del reale modo d’impiego degli strumenti messi a disposizione dallo stato (vedi contratti a termine, stage, …) o essere in malafede (ritenersi cioè indispensabili, gli altri che non guadagnano più di me son così perchè sono “scansafatiche”).
Io vedo comunque che da decenni non si fa altro che togliere valore e sicurezza alle persone per darlo alle aziende, che “arrancano” lo stesso.
Salvo poi vedere che si allarga la solita forbice tra ricchi e poveri e che le belle parole di redistribuzione del reddito (in seguito a milioni di analisi sulle condizioni economiche tra diverse generazioni) sono solo “parole”.
Auguri a tutti per i restanti 40 anni di lavoro da precario.