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  • martedì 29 novembre 2011

Storia e foto di George Harrison

Morì di cancro il 29 novembre di dieci anni fa, a 58 anni

Il 29 novembre 2001 morì George Harrison, a 58 anni, in una casa di Los Angeles dove si trovava, malato di cancro. I fans dei Beatles di tutto il mondo si commossero, le radio suonarono sue canzoni per tutto il giorno, le tv mostrarono le sue immagini e i giornali scrissero articoli e necrologi: questo è quello che pubblicò il Foglio, scritto da Luca Sofri, il peraltro direttore del Post.

Sono le tre di notte della vigilia di capodanno e una coppia di mezza età si è da poco addormentata nella grande casa dell’Oxfordshire dove vive da vent’anni. Sir George ha cinquantasei anni e sua moglie Olivia ne ha cinquantuno. L’indomani ci sarà da fare, i preparativi per la festa di fine millennio con un po’ di amici. Niente di straordinario, la compagnia discreta e limitata che frequentano da tempo. Ma alle tre di notte entrambi vengono svegliati si soprassalto da un suono di vetri rotti. Sir George si alza e scende a vedere, ma viene aggredito da un uomo sulla trentina, molto agitato, che lo colpisce con un coltello. Quando Olivia arriva ai piedi della scale vede suo marito riverso a terra nel sangue e lo sconosciuto venirle incontro con la lama brillante nella notte. Lei prende in pugno una lampada da tavolo e si difende colpendolo alla testa. L’uomo cade a terra tramortito. Arriva la servitù, arriva il giovane figlio Dhani, viene chiamata la polizia, l’uomo è arrestato, un’ambulanza porta sir George all’ospedale col petto squarciato.

Così andò il capodanno del Duemila per George Harrison e per la sua famiglia. Così andò tutta la sua vita, forse, catturata negli effetti collaterali di essere stato uno dei Beatles, e nel tentativo di sfuggirne. Dagli effetti, non dai Beatles, che furono sempre cosa sua. È buffo pensare che le mie canzoni da solista avrebbero potuto essere delle canzoni dei Beatles, se solo non ci fossimo lasciati, diceva. Per me si trattò solo di suonarle con altri musicisti. Nulla cambiò, per lui. Non seguì-altre-strade, come impone il cliché in questi casi, né cercò maggior spazio per se stesso, come fecero i suoi compagni. Continuò a scrivere canzoni, come faceva già prima, con la sola differenza di non dover più metterle in lista d’attesa dietro quelle di quei mostri della composizione che erano gli altri due. Con i Beatles aveva scritto Something, che molti ritengono la più bella canzone d’amore della loro storia, altro che Yesterday, dàn, dàn. Aveva scritto While my guitar gently weeps, e Here comes the sun, e un’altra ventina. Ma riuscire a farsi largo era un’impresa. A permettere alle canzoni di farsi largo, che sir George non ci aveva mai tenuto a sgomitare per se stesso. A volte era frustrante, raccontò poi, dover far passare milioni di Maxwell’s Silver Hammer prima di usarne una delle mie; a pensarci adesso, ce n’erano un paio, delle mie, che erano migliori di quelle che John e Paul scrivevano con la mano sinistra. Ma le cose andavano così, sapete, e non mi dispiace particolarmente: ho solo dovuto aspettare un po’.

Da solo, in trent’anni – ormai la durata dei Beatles è solo una piccola parte delle vite dei suoi militanti, eppure tocca sempre parlarne, come Lotta Continua – George Harrison ha inciso una quindicina di dischi. All things must pass, che uscì nel 1970 è probabilmente il più bel disco di un ex Beatle (Double Fantasy di John Lennon perde per via delle canzoni di Yoko Ono). Allora sir George fu il primo dei quattro ad arrivare al primo posto delle classifiche da solo, con una canzone meravigliosa e canticchiabile per i prossimi quattro secoli, My sweet lord. Ma il talento dell’uomo è sempre stato soggetto alle disavventure del destino, e qualcuno al tempo orecchiò una palese similitudine con una canzonetta di dodici anni prima, He’s so fine dei Chiffons. Invece di dargli un premio per averla resa un capolavoro, un giudice lo condannò a pagare mezzo milione di danni. Per lui si trattò di un tradimento, che i diritti erano stati nel frattempo acquistati da un suo scaltro ex agente, che dopo averlo difeso pubblicamente passò a riscuotere.

Comunque, My Sweet Lord arrivò al numero uno che ancora gli altri Beatles stavano riposandosi al sole o organizzando conferenze stampa a letto. Era una canzone che aveva dentro tutta l’allegria musicale degli hits di sir George senza transigere sul valore appassionato delle parole. Come è felice l’innamorato di Something, come è deliziato e spensierato l’annunciatore di Here comes the sun, come è ottimista colui che sa che All things must pass, come è divertito colui che ricorda All those years ago. E come è terrenamente invaghito della sua gioia e della sua fede quello che canta “mio dolce signore, muoio dalla voglia di vederti e di conoscerti, di venire con te, ma ci vuole così tanto, signore, alleluia, hare krishna, hare rama”.

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