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La storia del "Caesar Palace" berlusconiano
— Italia

La storia del “Caesar Palace” berlusconiano

L'album dei ricordi di uno dei luoghi simbolo del berlusconismo, la sala stampa che non piace a Mario Monti e che Filippo Ceccarelli ha raccontato su Repubblica

24 novembre 2011

Nell’ambito di un tormentone giornalistico di questi giorni per cui fa notizia ogni dettaglio che avvicini il nuovo governo a nuovi modelli di sobrietà, Filippo Ceccarelli ha scritto su Repubblica di un presunto fastidio del presidente del Consiglio Mario Monti per la sala stampa di Palazzo Chigi – tanto da volerne coprire la parete con un telo azzurro con la bandiera italiana e il simbolo dell’Unione Europea – e ha colto l’occasione per raccontare storia e aneddoti di uno spazio – modello “Caesar Palace” (compresi i cuscini, le pedane e la «La verità svelata dal Tempo» del Tiepolo con reggiseno) – divenuto uno degli accessori estetici più familiari della finita epoca dei governi berlusconiani.

Al Presidente Monti, che del riserbo suo e dei ministri ha fatto una specie di religione governativa, la sala stampa di Palazzo Chigi non piace proprio; ma anche al netto della più radicata diffidenza nei confronti dei giornalisti, il professore non è il solo a pensarla così. Era il 16 dicembre del 2002 quando nell’inaugurare questo luogo ricavato dalle scuderie dei principi Chigi e già sottoposto nel corso del tempo ad almeno un paio di ristrutturazioni, l’allora presidente del Consiglio entrò con aria soddisfatta e rivolto ai cronisti stanziali con la sicurezza del più sperimentato venditore di casa classicamente domandò: «Vi piace?». Imprevisto, ma univoco si levò tuttavia un coro: «Nooooh!». «Bene — replicò Berlusconi senza fare una piega al suo celebre sorriso — allora buttiamo giù e rifacciamo tutto». Era ovviamente uno scherzo, perché da allora la sala stampa è rimasta quella sulla quale il Cavaliere e i suoi provetti consiglieri di estetica televisiva, in primis il temerario architetto Catalano, avevano apposto la loro firma. Ora, è chiaro che dieci anni fa il professor Monti aveva ben altre cose più serie a cui pensare; con il che senz’altro ignora che fra gli addetti ai lavori dell’informazione si aprì una animata disputa per cercare di capire che diavolo d’ispirazione architettonica fosse prevalsa nell’allestimento. Chi diceva stile corinzio e chi Star Trek; chi discoteca tardi anni ottanta, chi «barocco brianzolo» (copy Dagospia) e chi esuberante «imperial trash». Alla fine le varie opinioni più o meno si riconobbero in un avanzato compromesso che individuava il modello primigenio in un casinò di Las Vegas, ma non un casinò qualsiasi, quello di stile antico romano del «Caesar Palace», in modo da accontentare il partito classicista.

(Continua a leggere l’articolo di Repubblica)

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5 Commenti

  1. per la cronaca, “barocco brianzolo” è un conio di tommaso labranca, non di dagospia.

  2. brad

    Tanto per amore di verità, “barocco brianzolo” non l’ha inventato Dagospia, ma Tommaso Labranca, credo nel libro “Chaltron Hescon”.

  3. pendolare

    manca una foto di prodi in sfondo blu…
    comunque lo confesso… a me non dispiace

  4. Diego Belloni

    Di tutta la pacchianeria ed il kitsch di cui il nostro precedente governo era intriso, non è certo un Tiepolo in sala stampa a dare fastidio. Coprirlo con un telo imbandierato mi sembra un gesto inutile. Siamo l’Italia, perdio, mica la svizzera.

  5. brandavide

    Bravo Belloni. Ma la regola è: nel dubbio, buttarla in vacca.

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