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A cosa serve la Leopolda
— Italia

A cosa serve la Leopolda

di Antonio Campo Dall'Orto, Giuliano Da Empoli, Giorgio Gori, Riccardo Luna

Quattro protagonisti della riunione di Firenze spiegano cosa se ne aspettano e cosa bisognerà fare dopo

29 ottobre 2011

Il 28 agosto del 1963 Martin Luther King non era di buon umore. Qualche giorno prima il presidente Kennedy, suo principale sostegno nella lotta per i diritti civili, gli aveva chiesto di cancellare la marcia di Washington per timore di spaventare l’opinione pubblica. Dagli Stati del Sud arrivavano notizie orribili di pestaggi, incendi e omicidi. Subito prima del suo discorso, Mahalia Jackson aveva cantato una canzone tristissima dedicata ai mali del mondo.

King avrebbe potuto raccontare alle migliaia di manifestanti riuniti davanti al Lincoln Memorial di aver fatto un incubo. I suoi sostenitori avrebbero vigorosamente annuito e sarebbero tornati a casa più arrabbiati di prima.

Invece, quel giorno, Martin Luther King volle raccontare un sogno. E cambiò per sempre il volto degli Stati Uniti.

In Italia, nel nostro piccolo, siamo a un punto simile.

La tentazione di mettere l’accento sui fattori di crisi e di incertezza che ci assediano è quasi irresistibile. Giorno dopo giorno, i mercati e le istituzioni internazionali ci inviano segnali d’allarme sulla salute dei nostri conti pubblici e sulla tenuta del nostro sistema finanziario. Nel frattempo, i dati ci dicono che i redditi reali sono fermi ai livelli di dieci anni fa, mentre la pressione fiscale continua ad aumentare e la disoccupazione giovanile è al doppio della media OCSE.

Se alziamo lo sguardo sullo scenario globale, non troviamo elementi di conforto. La globalizzazione vive la sua prima crisi strutturale. E non si tratta di una difficoltà puramente finanziaria. Il livello di insicurezza ha superato la soglia di non ritorno su molti fronti. Nelle ultime settimane, i ricercatori del CERN di Ginevra hanno rimesso in discussione perfino una delle pochissime certezze che ci erano rimaste: la teoria della relatività di Einstein…

Di fronte a questa situazione, in Italia si riaffaccia la tentazione del riformismo crepuscolare. Ancora una volta, di fronte alla smentita delle promesse berlusconiane, l’opposizione di centrosinistra si presenta al Paese col volto severo della Cassandra vendicata dagli eventi.

È una reazione in parte comprensibile alla spensierata irresponsabilità del governo in carica. Dalla Leopolda, però, chi scrive si aspetta qualcosa di più.

- un discorso di verità contro i tabù. Non possiamo nasconderci la gravità della fase che stiamo attraversando. Questo implica, però, la disponibilità a sfatare tabù consolidati anche a sinistra: la sacralità della casa, che ha fatto sì che le tasse, in Italia, gravino quasi tutte sui fattori produttivi e quasi per nulla sugli immobili e sui patrimoni; l’intangibilità dei diritti acquisiti che ha iscritto nel marmo la diseguaglianza tra chi ha beneficiato della generosità del welfare passato e chi vive sulla propria pelle le deficienze del welfare presente; il dualismo del mercato del lavoro, che ha diviso il mondo del lavoro in insiders e outsiders, provocando l’espulsione di oltre ottocentomila giovani dal sistema produttivo proprio quando avremmo più bisogno di innovare.

L’elenco dei tabù da affrontare per mettere in sicurezza il Paese e tornare credibili prima di tutto di fronte a noi stessi è lungo e doloroso. Illudersi di poter uscire da anni di paralisi con un semplice colpo di bacchetta magica sarebbe irresponsabile.

- una visione motivante del futuro. Il rigore nell’affrontare la crisi, però, non può prescindere dalla capacità di imprimere uno slancio in positivo. Le due cose non sono incompatibili. Anzi, è necessario che convivano se vogliamo alimentare la speranza di un cambiamento reale.

L’approccio ospedaliero della sinistra europea è perdente, di fronte ai rivolgimenti in corso su scala globale. Esso si giustifica solo con il timore permanente di un ricatto massimalista. Sulla base del quale, riconoscere le opportunità offerte dal nuovo scenario competitivo significherebbe manifestare indifferenza nei confronti dei più deboli, di coloro che fanno più fatica a trovare il loro spazio nella società del XXI secolo.

Invece è vero esattamente il contrario. La promessa della vecchia economia grosso modo suonava cosi: “se lavori duro e risparmi sarai ricompensato con la sicurezza, un reddito in crescita nel corso della tua carriera e una pensione affidabile”. Questa promessa di stabilità è stata spazzata via e non può essere restaurata. L’idea che le uniche battaglie da combattere siano quelle a difesa dei diritti acquisiti è assurda. La nuova economia ha bisogno di una visione motivante e di istituzioni pensate per farla funzionare. L’unica via d’uscita è riuscire a coinvolgere le forze più vitali nella costruzione di un nuovo modello competitivo che abbia lo stesso potenziale di inclusione sociale del precedente.

Nel corso degli ultimi anni, l’economia italiana si è profondamente trasformata. E lo ha fatto senza seguire le fosche previsioni dei profeti del declino. La desertificazione industriale non c’è stata. Mentre tutti si stracciavano le vesti lamentando la struttura inadeguata della nostra industria, si è scoperto che, sia pure con qualche scossa di aggiustamento, la manifattura ha retto. Nel 2011 le esportazioni vanno bene, nonostante la crisi, e le quote di mercato sono quelle di otto anni fa.

Il mancato declino non è frutto del caso, bensì di ragioni strutturali che avremmo potuto analizzare in anticipo, se non fossimo stati assordati dalle grida delle cassandre. La globalizzazione – dicono gli esperti – è composta essenzialmente di due cose. Un abbassamento delle barriere sui mercati lontani e una crescita tumultuosa, su quei mercati, di una classe media affluente e consumista. Entrambi questi fattori hanno favorito un’industria come quella italiana, fatta di piccole imprese dinamiche orientate all’estero e posizionate sui prodotti giusti.

Nel maggio del 2010, il sorpasso in borsa di Apple ai danni di Microsoft ha segnato il primato del capitalismo culturale. Un sistema nel quale il valore estetico e di esperienza dei prodotti conta almeno quanto il loro contenuto tecnologico. Possibile che, in un contesto del genere, l’Italia non riesca a trovare la sua strada?

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12 Commenti

  1. «il sorpasso in borsa di Apple ai danni di Microsoft ha segnato il primato del capitalismo culturale»
    Tradotto:
    È da privilegiarsi una visione aristocratica e fighetta piuttosto di una democrazia caciarona e dozzinale (Microsoft) e a BUONMERCATO. Si fottano i garantiti (sic) metalmeccanici del tutto IRRILEVANTI in una società che fa della raffinatezza il suo segno distintivo.Che se restino silenti e rassegnati a lavorare fino allo sfinimento. Ridurremo alla fame gli sfrontati (Emanuela Marrone, compresa)che sfruttando la òlegislazione del tempo se ne sono scappati anzitempo dal mondo produttivo e che ORA si ciucciano pensioni da 800 euro mensili: verranno dimezzate.
    Il futuro segna il ritorno alla spietata competizione tra classi, generazioni, culture e, perché no, religione e razze… per dire.

    Un NUOVO paradigma mai potrà essere tale (né nuovo né paradigma) se si analizza la società affidandosi ad ottocenteschi stereotipi: il LAVORO risparmiato dalle innovazioni tecnologiche che diventa un problema di occupazione è la risposta che si dà al futuro?
    ah beh

  2. ntropia

    Sacrosanto l’invito al cambiamento di mezzi e idee per aggiornarli ai tempi.

    Ma Martin Luther King e la Apple?

    Dubito King avrebbe visto di buon occhio le strategie di una azienda (una azienda, dannazione!, non Amnesty International, o Medici Senza Frontiere) che vende prodotti di lusso con il nobile intento di vendere e basta.
    Il fatto che molti tra quelli che leggono questo articolo si possano permettere di farlo usando uno di questi prodotti, non li rende meno di lusso. Sorvoliamo sullo sfruttamento di manodopera (e suicidi) a buon mercato di questi designers.

    E’ sintomatico che oggi si arrivi a scrivere che l’esempio migliore per un partito che dovrebbe cambiare lo status quo sia una compagnia statunitense di costosi gadget.
    Forse siamo finiti ancora prima di partire.

    (ancora non ci credo: ma davvero la speranza viene dalla versione glossy in titanio della stessa follia che porta la gente a fare le file al nuovo Trony di Roma?)

  3. plato

    altre 20 sviolinate alla apple e mangio una renetta. il resto è… conosco la differenza tra giornalismo e scienze politiche

  4. anait

    interessante questa piattaforma per una destra moderna e al passo coi tempi.

  5. wasabi

    Capitalismo culturale. C’è una app anche per questo.

  6. mc2915

    A differenza degli autori dei commenti precedenti, come spesso succede in Italia concentrati sul dito e non sulla luna, sono rimasto molto piacevolmente stupito dal respiro di questo articolo/manifesto.
    Finalmente qualcuno prende atto che, per difendere i propri valori, li si deve inserire in un sistema economicamente sostenibile nel proprio tempo, e questo vale per i diritti sociali come per la cultura.
    O forse chi commenta sarcasticamente pensava che Lorenzo de’ Medici finanziasse la sua brillante corte con i fiorini del pozzo magico dietro palazzo Pitti?
    Eppure non credo nessuno metta in dubbio il valore culturale del rinascimento.
    Solo che per fare cultura e servizi sociali bisogna produrre, e per produrre ci vuole un sistema che favorisca chi ha l’iniziativa per farlo e compensi adeguatamente chi ci mette la forza lavoro, senza demonizzare nè l’uno nè l’altro.
    E se proprio siete allergici alle citazioni di Apple (tutti abbiamo argomenti sui quali proprio non riusciamo a essere obiettivi) andatevi a leggere chi era Adriano Olivetti e che tipo di azienda aveva concepito e realizzato.
    La via di uscita non sono certo rivendicazioni ormai anacronistiche (perchè semplicemente irrealizzabili), ma piuttosto un sano e virtuoso sviluppo sostenibile dei cui benefici tutti possano partecipare equamente.
    A quanto pare chi gira intorno a Renzi è capace di esprimere uno spessore che francamente faccio fatica a trovare in lui.

  7. harloc

    Bravi!
    Finalmente un idea politica che va oltre per costruire un futuro!

  8. simonamanzini

    Sia la vecchia nomenclatura e che il manipolo di giovani fighetti quarantenni che cerca di scalzarla a colpi di Leopolda vivono in un’Italia che non c’è. Continuate pure a parlare tra voi.

  9. pablo72

    Bello l’inizio con la contrapposizione tra il sogno e l’incubo, davvero. Ma in questo contesto c’e’ il rischio di finire col paragonare M. Luther King a Renzi, e francamente c’e’ un limite a tutto.

    Per il resto non mi sento di essere d’accordo con quello che si dice. La sinistra ha fallito in Italia (come nel resto d’Europa) perché in mancanza di un nuovo modello con cui interpretare i cambiamenti culturali ed economici del XX secolo, ha preferito accondiscendere all’avanzata del neo-liberalismo nella speranza di poterlo gestire, attenuandone gli squilibri estremi. Così non è stato e le conseguenze sono quello che vediamo oggi.

    Portare la Apple ad argomento della vittoria del “modello” culturale .. come un esempio del nuovo da seguire è francamente imbarazzante. La Apple, è l’esempio limite dell’azienda globale, che produce profitti enormi tramite lo sfruttamento estremo di forza lavoro sottopagata (un telefono di 560$, costa 178$ di componenti + 7$ dollari di manifattura!), cosa che la rende più simile ad un approccio industriale di fine ’800.

    Di nuovo c’e’ la capacità di muoversi velocemente nel mercato globale, per sfruttare i vantaggi di paesi che offrono forza lavoro a basso costo o per eludere il pagamento delle imposte sulle vendite (ad esempio tutte le vendite in Spagna, come probabilmente quelle degli altri paesi europei sono fatturate in Irlanda per pagare imposte minori, vedi http://goo.gl/Baq5b). A questo inoltre unisce un marketing particolarmente sapiente che sfrutta l’immagine e l’emozione per massimizzare le vendite, tutte modalità in ogni cosa ben note e che non hanno nulla a che vedere con il modello “culturale”, disgraziatamente vantato nel pezzo.

    Questo produce ricchezza? Si molta nelle tasche di pochissimi.

  10. lasko

    Questi teorici della nuova destra sono mai stati in Italia? Vadano a farci un giro e poi scrivano le loro fini riflessioni su un paese che ha bisogno di tutto eccetto una mela made in cina sui pc e di automobili made in mexico…

  11. Ci sono alcune affermazioni che non stanno in piedi, ma anche alcune osservazioni molto interessanti e condivisibili. Il finale è sulla mia linea d’onda. Con un caveat: le idee non si devono pescare (eufemismo per rubare?), ma si selezionano valorizzando coloro che le propongono, come succede nei sistemi sociali che funzionano (ad esempio le università statunitensi, le varie Silicon Valley del mondo, le democrazie nord-europee, alcuni settori imprenditoriali del Nord Italia). Sono affidabili i nostri amici della casta mediatica italiana e in particolare il loro leader, Matteo Renzi, da quest’ultimo punto di vista? Soprassediamo, pronti a cambiare idea di fronte a fatti concreti.
    Lorenzo Sandiford

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