Secondo questa prospettiva, le immigrazioni sarebbero una delle cause profonde del ristagno di produttività che affligge l’Italia ormai da un ventennio, e della sua perdita di terreno sui mercati mondiali. Questi discorsi sembrano in linea con i dati sui lavori svolti dagli immigrati, segregati in settori a bassa produttività (come i servizi alla persona e l’edilizia). Nel 2009, solo un lavoratore straniero su quattro era un «colletto bianco» (impiegato, dirigente, professionista) contro due italiani su tre. Inoltre, sempre secondo il nostro economista pessimista, gli operai italiani sono le prime vittime delle sostenute immigrazioni, perché – essendo gli stranieri disponibili a lavorare per pochi soldi e senza tutele – favoriscono il permanere di bassi salari e di insalubri condizioni lavorative. Inoltre, come in una reazione a catena, i bassi salari deprimono il potere di acquisto dei lavoratori, limitando i loro consumi e/o i loro risparmi, e spingendo verso il basso il tasso di crescita del reddito e della ricchezza nazionale.
Ancora più perniciosi e destabilizzanti sarebbero gli effetti dell’immigrazione sulla coesione sociale. Per il pessimista di destra, una popolazione continuamente rinnovata dalle immigrazioni non è più in grado di riconoscere se stessa, perché il vicino straniero resta inevitabilmente un estraneo, specialmente se proveniente da culture di matrice non cristiana. A poco a poco, con il progressivo incremento degli immigrati, i paesi e i quartieri delle città perdono la loro identità, diventando una galassia di mondi che non riescono né a parlarsi né a interagire, in perenne conflitto fra di loro. Anche i figli degli immigrati restano irrimediabilmente diversi dai loro coetanei italiani, poiché il milieu culturale italiano è il frutto di un’evoluzione lunghissima, irripetibile e quindi non assimilabile dai nuovi arrivati.
Questa impenetrabile diversità rischia di innescare nelle seconde generazioni – prima o poi – sentimenti di risentimento e di rancore verso il paese ospite, specialmente quando si innesta su precarie situazioni economiche e sociali. Ma anche per il pessimista di sinistra le immigrazioni rallentano la modernizzazione dell’Italia. Da un lato, egli condivide con il pessimista di destra l’idea di sostanziale irriducibilità fra le culture, anche se – come vedremo fra poco – le ricette che egli propone per mitigare questo problema sono molto diverse (anche se non meno discutibili). Inoltre, secondo il pessimista di sinistra, le immigrazioni di massa favoriscono il permanere di una condizione femminile arretrata, perché un gran numero di stranieri provengono da paesi dove le donne sono discriminate e penalizzate. Infine, gli immigrati favoriscono il permanere dei legami familiari forti, ossia di quello che – secondo il pessimista di sinistra – è uno dei tratti di arretratezza culturale e sociale dell’Italia e di tutta l’Europa meridionale. Egli sottolinea che la disponibilità quasi illimitata di badanti a basso costo ha impedito la nascita di un sistema pubblico di assistenza agli anziani, rallentando la rincorsa del nostro stato sociale verso i paesi guida del welfare moderno, come la Svezia e la Danimarca. Inoltre, a suo avviso gli stranieri ravvivano la cultura della famiglia a grappolo, perché provengono – in grande maggioranza – da paesi dove i legami familiari sono ancora più forti che in Italia. Come descritto nel primo capitolo di questo libro, la famiglia a grappolo è un gruppo di persone profondamente legato da legami di parentela, molto coeso al suo interno e ostile (o almeno fortemente competitivo) verso l’esterno. Ripercorriamo quanto detto finora, per mostrare come molto di questo sentire comune sia in realtà un mito, nato per colmare la nostra sensazione di insicurezza davanti a un mondo che cambia più rapidamente rispetto alle nostre capacità di interpretarlo.
Ma l’immigrazione rallenta veramente lo sviluppo?
È possibile che qualche imprenditore preferisca rallentare l’innovazione tecnologica grazie alla disponibilità di forza lavoro a buon mercato. Ma i dati degli ultimi decenni sull’Italia e sugli altri paesi dell’Europa occidentale mostrano – in generale – che avviene esattamente il contrario: è proprio la disponibilità di forza lavoro a buon mercato che spinge gli imprenditori a investire anche in nuovi macchinari, e le aree più dinamiche, dopo aver attratto l’arrivo di molti immigrati, continuano a restare all’avanguardia dello sviluppo. In Italia questo avviene da più di un secolo nelle zone più ricche del Piemonte e della Lombardia, che prima hanno attratto i piemontesi e i lombardi che vivevano in campagna o nelle valli, poi i veneti, i friulani e i marchigiani, poi i meridionali, e infine gli stranieri. Oggi questo processo si ripete in quasi tutte le province del Centro-Nord.




“Malgrado il continuo aumento della sopravvivenza degli anziani”…mannaggia a sti anziani che proprio non ne vogliono sapere di morire.
Ma guarda un po’ te!
Mi piace molto la struttura di questo articolo, e le posizioni di cui fa strame.
Da immigrato in un tempo in cui in Italia essere stranieri era cosa eccezionale, trovo una notevole rispondenza tra quelle che erano solo sensazioni “epidermiche” e irriflesse, e le tesi esposte.
Certo, mi rendo poi conto che lo studio alla base del libro (almeno a leggere l’articolo) ruota univocamente intorno ad un concetto di “produttività” che non mi convince, ed è del tutto avulso da un discorso molto più generale sul fenomeno dell’immigrazione, e sul ruolo del capitalismo (soprattutto degli ultimi venti anni) in esso, senza il quale le sue conclusioni (di primo acchito) potrebbero essere assai limitate. Lo leggerò comunque con impazienza.
Appena torno in Italia magari lo sfoglio in libreria, vedo com’è strutturato e magari lo compro. Poter ragionare e scardinare stereotipi e luoghi comuni cosi’ importanti e capirne le radici merita sicuramente un po’ di lettura. E gli stralci presentati sembrano interessanti. E poi essendomi laureato a Padova, fa piacere che gli autori siano docenti li’.
HS
heilandstark.wordpress.com
Sono verissime le parole a pagine 4 sulla scuola e l’istruzione, peccato che qualche riga più sopra si faccia riferimento alla maggiore integrazione dei bambini/ragazzi di seconda generazione -che cercano di trovare la propria identità di riferimento nel frame italiano: le due tematiche si tengono, a 14 anni vogliamo tutti essere uguali ai nostri amici, ma non è per forza una cosa positiva.
Quello di avere politiche sociali che favoriscano l’incontro (linguistico, culturale, sociale, religioso) tra i due contesti di appartenenza è un tema capitale: è vero che poi i molti ce la fanno benissimo lo stesso, ma questo non dovrebbe avvenire contro e nonostante le leggi e le discriminazioni -altrimenti la banlieue parigina è dietro l’angolo.
Sono perplesso per vari motivi.
L’autore dell’articolo fa riferimento alle realtà del nord, ma la mia esperienza e (non così approfondita) conoscenza di Prato nel tessile e Pistoia nel florovivaismo mi rende convinto che in qualche tipo di influenza per importo stipendi e competizione per il lavoro ce l’hanno.
Inoltre c’è il problema che su scala nazionale non si fa riferimento al fatto che i vantaggi di un fenomeno son goduti nella maggiorparte da una parte di società, e gli svantaggi spesso da tutt’altra parte della stessa società, anche se il bilancio è comunque positivo.
E poi: l’immigrazione a risolto la questione degli italiani che non facevano più figli. Ma domandarsi il perché gli italiani erano in quella situazione? E magari intervenire per eliminare eventuali difficoltà? Mica per non avere immigrati in Italia, non è questa la questione.
Consiglio di integrare il testo con la lettura di questo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Collasso._Come_le_societ%C3%A0_scelgono_di_morire_o_vivere
Possibile che nessuno ha il coraggio di dire che non i problemi legati all’immigrazione non sono ‘credenze popolari’ ma fenomeni concreti? Siamo andati altre il solito conformismo da militanza ideologica degli ipocriti che predicano la santità e in privato si comportano peggio del peggio, dei comunisti con i miliardi in banca, dei rivoluzionari che fanno concerti e spattacoli comici e scrivono libri e vogliono continuare a essere famosi anche se ormai son solo vecchi tromboni, dei guerriglieri che si allenano nei videogiochi, adesso siamo al punto che si deve aver paura di contraddire chiunque sembri dire ‘qualcosa di sinistra’ tipo queste fesserie sui motivi per cui dovremmo essere felici per l’immigrazione, solo noi italiani, unici così intelligenti da capirlo o buoni elettori di sinistra da accettarlo, anzi, dovremmo dire grazie, venite in massa, vi aspettiamo, indiani nelle stalle, badanti romene, colf filippine, braccianti dalla pelle nera, il tutto pagato poco e in nero, ovviamente, e qualche ragazzina prostituta come mancia, così i nostri figli diplomati e laureati non saranno costretti a sudare e sporcarsi la mani per vivere. Certa gente è così schierata e faziosa da non sapere nemmeno dove sta di casa l’onestà intellettuale, quei pochi che si ricordano come si fa a pensare con la propria testa. E quando tutto il resto non attacca tiratemi in ballo la retorica che anche noi, sulle navi, dal sud italia, nelle fabbriche del nord, nelle miniere tedesche, a ellis island, che noi italiani non possiamo opporci perché l’abbiamo fatto anche noi e dobbiamo sentirci in colpa.