Il dibattito sull’importanza e la priorità delle iniziative contro l’evasione fiscale è intenso da tempo, e non c’è dubbio che sul piano politico la contraddizione dentro la maggioranza – che da una parte accusa l’evasione fiscale dei buchi che non sa colmare in modi responsabili, dall’altra la avalla e tollera con indulgenze e condoni – sia una nuova dimostrazione della sua inadeguatezza. Ma la parte interessante è quella che prescinde dalla contingenza – che si spera in esaurimento – e che affronta il tema a forza di conti, costi, benefici e ipotesi argomentate: come stanno facendo alcuni commentatori sulla Stampa in questi giorni.
Però la benvenuta concretezza della discussione deve stare attenta a non appendere al conteggio economico tutto il problema dell’evasione fiscale, che non è solo cosa da quanto ci si perde e quanto ci si guadagna. C’è pure, e in questo caso l’abusata formula ha ragione di essere usata, una questione di principio. Non pagare le tasse è una violazione delle regole irrispettosa degli altri e dell’appartenenza a una comunità, traditrice di una necessaria aspirazione al bene comune. Non è solo “rubare i soldi” al tuo vicino, è sintomo e pilastro di una generale estraneità a quella che si chiama convivenza civile, che in Italia sta alla base del disastro di cui andiamo parlando ogni giorno: pur avendo festeggiato lieti il nostro essere tutti italiani solo la scorsa primavera, e ce ne siamo già dimenticati.
L’argomento indulgente e attenuante sull’evasione fiscale, usato anche da parte di benintenzionati, sarebbe che il peso delle tasse e le difficoltà economiche di fatto costringerebbero alcuni a praticarla, con la sola alternativa di chiudere le loro baracche, dichiarare fallimento, non arrivare alla fine del mese. È interessante notare come questa linea di ragionamento, che oggi spesso proviene da destra, sia la stessa di cui è stata sempre accusata una sinistra “relativista” che chiedeva tolleranza e comprensione per chi compisse furti, sottrazioni e reati perché costretto dal contesto e dalla miseria. “È colpa dell’ambiente”, dicono oggi alcuni che hanno sempre contestato questa formula.
Però non è un’attenuante da trascurare – non lo è mai stata – basta essere d’accordo che le sedi in cui tenerne conto sono quelle giudiziarie o progettuali: per giudicare i singoli casi e capire i contesti e prevenire. Ma non è possibile che pesino nel rendere consuetudine accettata un reato e la violazione di una regola condivisa.
Questo deve essere quindi, prima di tutto, un progetto contro l’evasione fiscale, accompagnato da un ragionamento sulla pressione fiscale e delle scelte anche su questa: non un sistema come un altro per “recuperare” dei soldi, né una finzione per stornare altrove responsabilità politiche. Ma un modo – importante – di dire che questo è un paese normale in cui le regole si rispettano: che è un paese.
Anzi, che “siamo” un paese, come dice Carlo Fruttero.




Una curiosità simpatica sui paradisiaci paesi nordici dove i biondi idraulici socialdemocratici fanno la ricevuta col sorriso sulle labbra pensando ai poveri e agli oppressi che le loro tasse contribuiranno a pagare: http://en.wikipedia.org/wiki/Helle_Thorning-Schmidt#Controversy
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@piti: “Dunque, la circostanza che negli altri Paesi cd civili l’evasione fiscale sia di molto inferiore e quella che si verifica sia assolutamente non tollerata o giustificata ci dice che si tratta di lande abitate da fessi che si danneggiano con le loro stesse mani.”
No, ma non puoi aspettarti di disintegrare un giro da miliardi senza conseguenze economiche e sociali piuttosto pesanti.
Tobuto, magari intanto che tu temi le conseguenze economiche e sociali della lotta all’evasione, si verificano quelle della mancata lotta all’evasione. Così, eh, per dire. E visto come siamo messi, non mi pare che sarà l’evasione fiscale a salvare l’italia