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L’estinzione dei parsi in India

di Matteo Miele, Royal University of Bhutan

Le norme imposte dalle letture ortodosse dell'antica religione stanno togliendo "lo zucchero dal latte" alle comunità indiane

Il silenzio nel cimitero parsi di Delhi è interrotto dalle auto che si dirigono verso Khan Market. Il traffico lambisce il muro rosso, ma all’interno, più lontano dalla strada, vi è una piccola tregua riflessiva. Un cagnolino si aggira nei pressi delle tombe. Il cimitero è una testimonianza dell’antica comunità zoroastriana che oltre mille anni fa lasciò la Persia per trovare rifugio in India, dove vennero appunto chiamati parsi, ovvero persiani.

Le parole “zoroastriano” o “mazdeo” lasciano i più perplessi. Un vago ricordo, o forse è solo un azzardo, riconduce all’oriente. Più comune, ma in ogni caso foriero di dubbi, è il termine “magi”. I tre saggi che seguendo la stella cometa arrivarono a Betlemme per adorare Gesù bambino erano sacerdoti zoroastriani, fedeli di quella religione monoteista fondata migliaia di anni fa (non si conosce con precisione il periodo storico, ma secondo la tradizione si deve risalire addirittura al XVIII secolo a.C.) da Zarathustra, conosciuto dai greci come Zoroastro. “Mazdeo” deriva invece da Ahura Mazda, il nome dell’unico Dio. Il mazdeismo era una delle più diffuse e importanti religioni del mondo antico, fino all’invasione islamica della Persia, quando molti di loro emigrarono in India. Secondo una leggenda, davanti al sovrano indiano Jadi Rana che gli voleva rifiutare l’asilo, paragonando il proprio paese ad un vaso ormai pieno di latte, un prete aggiunse dello zucchero nel recipiente. I parsi sarebbero stati come lo zucchero nel latte e gli venne così accordato il permesso di stabilirsi in India. Oggi però i parsi sono in costante diminuzione. In tutta l’India sono meno di centomila. Tra di essi si contano nomi importanti come il magnate Ratan Naval Tata. Anche Dadabhai Naoroji, uno dei padri del nazionalismo indiano, deputato e professore universitario in Gran Bretagna nel XIX secolo, era un parsi.

A Delhi sono solo poche centinaia. La più grande comunità vive a Mumbai, la vecchia Bombay, dove sono ancora in funzione le torri del silenzio: invece della sepoltura, dove possibile, i defunti devono essere portati nelle torri del silenzio e lasciati agli avvoltoi e ai corvi.
Complici di tale declino vi sono le poche nascite, ma anche la totale chiusura dell’ortodossia alle conversioni e ai matrimoni misti. In realtà la religione zoroastriana non ha mai negato la possibilità di convertirsi a coloro che non sono nati in una famiglia mazdea: tra gli zoroastriani rimasti in Iran (e a cui oggi è riconosciuto un seggio nel Majlis, il parlamento), infatti, tale divieto è sconosciuto. In India si è voluto preservare l’identità irrigidendo un sistema religioso, ponendo così confini sempre più stringenti alla definizione di parsi, creando una comunità etnica, definita su base religiosa, ma allo stesso tempo non coincidente totalmente con i fedeli mazdei. È stato vietato anche l’ingresso nei templi del fuoco ai non-parsi: anche questo divieto non c’è in Iran.

E così, tentando di custodire un’identità millenaria, le autorità religiose più conservatrici stanno conducendo lentamente la comunità all’estinzione. Ervad Khushroo Madon, prete parsi di Mumbai, dice che gli ortodossi dovrebbero perlomeno riconoscere i figli di matrimoni misti dove la madre è parsi. I figli di padri parsi sono infatti generalmente accettati nella comunità, ma chi discende da parte di madre è invece escluso. Secondo Madon questa è una chiara discriminazione tra uomo e donna, in contrasto quindi con il principio di uguaglianza sostenuto dalla religione zoroastriana. Sempre secondo il religioso l’accettazione dei bambini e delle bambine nati da madri parsi e padri di altra fede, sarebbe un modo per arginare l’altrimenti inevitabile scomparsa di questa storica comunità, una lenta scomparsa testimoniata dal fatto che a Mumbai, a fronte di quarantacinque templi, soltanto una decina funziona regolarmente.