La storia delle stragi dell’11 settembre è un’immensa storia di immagini, riempita a sua volta di mille storie diverse, entrate nella memoria collettiva in una serie di scatti e dirette e video di quel giorno. E dentro ha le storie delle persone morte quel giorno, molte delle quali si mescolano nel numero complessivo delle vittime, e una delle quali è raccontata in una fotografia divenuta simbolo di un sacco di cose, non solo di quel giorno ma anche dei modi con cui gli americani reagirono a quel giorno.
È la fotografia del “Falling Man”, l’uomo che cade.
La scattò l’11 settembre alle 9 e 41 minuti e 15 secondi Richard Drew, un fotografo dell’agenzia Associated Press che aveva visto passare altri momenti della storia durante la sua carriera. Quando aveva 21 anni si trovava accanto a Robert Kennedy, candidato democratico alla presidenza, nel momento in cui venne ucciso in un albergo di Los Angeles, nel 1968. Il sangue gli finì addosso, e lui scattò le immagini di Kennedy mentre moriva, mentre Ethel Kennedy lo abbracciava e chiedeva ai fotografi di non farlo, di non scattare. La mattina dell’11 settembre Drew era stato mandato al Bryant Park di Manhattan – una cinquantina di isolati a nord del World Trade Center – per fotografare una sfilata di moda premaman: c’era anche una troupe della CNN, e un cameraman ricevette in cuffia la comunicazione che un aereo si era schiantato contro una delle torri gemelle. Subito dopo l’agenzia chiamò Drew e gli disse di andare là. Drew prese la metropolitana che funzionava ancora e scese alla fermata di Chambers Street, da dove sbucò per trovarsi di fronte le due torri avvolte nel fumo: il secondo aereo aveva centrato la torre Sud. La gente guardava in alto e urlava: si vedevano persone saltare giù dalle torri.
Drew cominciò a scattare.
In quei momenti un aereo centrava il Pentagono. Dopo poco la torre Sud crollò, seguita dalla Nord: Drew, scattando ancora, capì che doveva togliersi di lì e rientrò negli uffici di Associated Press.
Tra le foto che aveva fatto alle persone in caduta libera dalle torri, alle persone che andavano a morire schiantandosi a terra in fuga da altre morti, una lo colpì subito per la sua potenza formale e simbolica: sullo sfondo di linee verticali delle due torri, precisamente a separare il profilo di una da quella dell’altra, la sagoma di un uomo verticale e capovolta, con le braccia allineate al corpo e una gamba compostamente piegata, come in un tuffo, come una freccia, era stata bloccata nella fotografia, ferma e rivelatrice di velocità insieme. Era una foto pazzesca. Uscì sui giornali di tutto il mondo il giorno dopo.
Ma quella fotografia, e le altre di chi si gettò dalle torri, e tutto il tema del come lo fecero, perché lo fecero, chi fossero, quanti fossero, diventò rapidamente un delicatissimo tabù per l’informazione americana e il dibattito sulla strage. Ci fu chi vide in quelle immagini una irrispettosa indiscrezione nei confronti di quel gesto estremo, obbligato, quasi un’umiliazione sommata alla morte. Ci furono i parenti dei morti che per anni, e molti di loro ancora oggi, hanno combattuto tra il desiderio di sapere come siano morti i loro cari e la speranza di non saperlo. Ci fu chi attribuì alla scelta di chi saltò un tratto di pavidità, quasi che le loro morti fossero meno eroiche di chi fu ucciso dal fuoco e dal crollo: quasi si siano suicidati. Molti da allora, per questa ragione, non vogliono sia usata l’espressione “suicidi” per quelle morti. Ci furono familiari che non vollero pensare o sapere che i propri cari non avessero sperato fino all’ultimo di tornare a casa da loro.
Le immagini dei “falling men” subirono da subito rimozioni, censure, pudori, finirono confinate su siti web per voyeurismi vari o video di YouTube affollati di avvisi e discussioni anche violente, e persino le storie di quei salti furono eluse il più spesso possibile. Il New York Times, che mise la foto più famosa a pagina 7 l’indomani delle stragi, fu molto attaccato dai lettori, e non la pubblicò più fino al 2007.

































