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  • domenica 14 agosto 2011

La prigione di Stanford

di Giovanni Zagni

La storia del più celebre esperimento di psicologia sociale di sempre, cominciato nell'agosto del 1972 nei sotterranei di una facoltà di psicologia e interrotto dopo soltanto sei giorni

Delle circa dieci persone (di solito altri studenti o ricercatori della facoltà di psicologia) che avevano visitato il luogo dell’esperimento prima di Maslach, nessuna aveva sollevato obiezioni di tipo etico su quanto stesse succedendo, ma l’ultimo litigio fece aprire gli occhi a Zimbardo. Le guardie, notò, diventavano più dure durante la notte, quando credevano di non essere sorvegliate dai ricercatori, imponendo ai prigionieri punizioni umilianti e spesso a sfondo sessuale. Lo stesso professore si interrogò sul proprio ruolo e sulla gestione dell’esperimento. Sabato 20 agosto 1971, dopo soli sei giorni dei quattordici previsti, il professor Zimbardo decise di interromperlo.

Nei colloqui che seguirono la fine, i prigionieri dimostrarono tutti di essere sollevati e contenti della conclusione anticipata. Le guardie, invece, ne erano molto insoddisfatte.

L’eredità dell’esperimento di Stanford
I risultati dell’esperimento della prigione di Stanford furono pubblicati da Zimbardo e dai suoi collaboratori su diverse riviste scientifiche. Zimbardo trasse conclusioni che deponevano fortemente a favore di un’interpretazione situazionale, piuttosto che disposizionale, del comportamento umano: in un determinato contesto, forniti di autorità e di una sorta di “alibi” giustificante, ragazzi senza precedenti violenti, ben educati e di un buon ambiente sociale si trasformavano in poco tempo in “guardie” oppressive e sadiche. Chiunque, in altre parole, poteva essere spinto da un certo contesto a commettere abusi, ridimensionando le teorie su una eventuale “predisposizione” di alcuni individui ad esercitare l’autorità con violenza.

L’esperimento venne anche molto criticato negli ambienti della psicologia, e anche se un’indagine dell’American Psychological Association concluse nel 1973 che l’esperimento rispettava le linee-guida della professione, gli attuali regolamenti per gli esperimenti di psicologia, approvati successivamente, ne impedirebbero lo svolgimento.

Alcuni studiosi misero in discussione il comportamento del professor Zimbardo. Tra questi, gli psicologi che condussero il “BBC Prison Study” trent’anni dopo: secondo loro, lo psicologo, agendo da “sovrintendente capo” della prigione e indirizzando alcuni discorsi alle guardie, avrebbe falsato il loro comportamento e avrebbe dato troppe istruzioni implicite su come comportarsi. Una guardia che partecipò all’esperimento è convinta ancora oggi che fu Zimbardo a causare il peggioramento della situazione, e che fin dall’inizio lo psicologo cercò di ottenere un “crescendo drammatico”.

Nel 2001, due professori di psicologia britannici, il professor Alex Haslam dell’università di Exeter e il professor Steve Reicher dell’università di St. Andrews, organizzarono un esperimento simile a quello di Stanford. Le registrazioni dell’esperimento vennero trasmesse nella miniserie in cinque puntate The Experiment, trasmessa dalla BBC a maggio 2002 (da cui il nome con cui è noto lo studio, chiamato “BBC Prison Study”).

L’esperimento durò nove giorni, due meno del previsto, e le cose andarono in modo del tutto diverso rispetto allo studio di trent’anni prima: le guardie non si adattarono mai facilmente ai loro ruoli e i prigionieri si ribellarono il sesto giorno riuscendo a prendere il controllo della situazione, ma gli attriti all’interno del gruppo dei detenuti portarono a un nuovo regime in cui alcune guardie si coalizzarono con alcuni detenuti. Solo a questo punto si creò un sistema tirannico simile a quella della prigione di Stanford, e i supervisori decisero di interrompere l’esperimento.

Contrariamente alle conclusioni di Zimbardo, secondo cui è il ruolo assegnato che crea i comportamenti della persona, il BBC Prison Study concluse che le condizioni per la creazione di una tirannia sono che, in primo luogo, si formi autonomamente un gruppo in cui c’è una leadership ben definita, e secondariamente che il gruppo definisca un progetto autoritario con cui pensa di risolvere problemi concreti. A Stanford, secondo Haslam e Reicher, Zimbardo falsò l’esperimento indirizzando le guardie sul loro ruolo e ponendosi così di fatto come il leader della loro fazione.

L’eredità dell’esperimento di Stanford è ancora attuale: quando emersero le immagini e le notizie degli abusi sui prigionieri iracheni da parte delle guardie statunitensi del carcere di Abu Ghraib, quello studio sull’ambiente carcerario ritornò di attualità. Il professor Zimbardo, in pensione da pochi anni dopo una luminosa carriera come psicologo negli Stati Uniti, venne nuovamente intervistato. Nel libro Prigioni della mente. Relazioni di oppressione e resistenza (2004), il docente dell’università di Padova Adriano Zamperini ha messo l’esperimento di Stanford a fianco dei casi di Abu Ghraib e della base di Guantanamo.

Sull’esperimento della prigione di Stanford sono stati fatti numerosi documentari e film, l’ultimo dei quali è del 2010, diretto dal creatore della serie tv Prison Break Paul Scheuring, con Adrien Brody e Forest Whitaker. Zimbardo dice ancora oggi che l’esperimento lo ha cambiato per sempre:

Dopo l’esperimento della prigione, sono diventato più consapevole del ruolo centrale del potere nelle nostre vite. Sono diventato più consapevole del potere che ho, come insegnante. Ho iniziato coscientemente a comportarmi in modo da minimizzare l’uso negativo del potere in classe. Ho spinto gli studenti a mettermi in discussione. Penso di essere diventato più riflessivo. Sono più generoso e più aperto, a causa di quell’esperienza. Penso che abbia fatto di me una persona migliore.

 

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