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  • domenica 14 agosto 2011

La prigione di Stanford

di Giovanni Zagni

La storia del più celebre esperimento di psicologia sociale di sempre, cominciato nell'agosto del 1972 nei sotterranei di una facoltà di psicologia e interrotto dopo soltanto sei giorni

Dave Eshelman oggi è un signore dai modi educati, proprietario di un’agenzia che si occupa di mutui a Saratoga, una cittadina californiana vicino a San Francisco. Nell’agosto 1971, era uno studente della Chapman University di Orange, nel sud nello Stato, e cercava un lavoretto per l’estate. Le possibilità erano un impiego in una pizzeria oppure rispondere a un annuncio che aveva trovato sullo Stanford Daily, il quotidiano degli studenti distribuito nel campus dell’università di Stanford (dove suo padre insegnava ingegneria): «Studenti maschi che frequentano il college richiesti per uno studio psicologico sulla vita carceraria. 15$ al giorno per 1-2 settimane.»

Insieme a Eshelman risposero più di 70 persone. Un giovane professore di psicologia di 38 anni di nome Philip Zimbardo e il suo gruppo di ricercatori (Craig Haney, W. Curtis Banks e David Jaffe) sottoposero loro una serie di test della personalità e selezionarono 24 ragazzi bianchi che non avevano mai avuto problemi con la giustizia e non avevano problemi di instabilità o fragilità psicologica. Poi tirarono una moneta e assegnarono casualmente a ciascuno di loro il ruolo di “prigioniero” o di “guardia” in quello che diventerà il più celebre esperimento di psicologia sociale della storia, l’esperimento della prigione di Stanford. Eschelman venne scelto e diventò una “guardia”.

L’arresto, la prigione, le regole
Nella mattinata di domenica 14 agosto 1971, una bella giornata di sole a Palo Alto, California, diverse auto della polizia arrivarono a casa di una decina di studenti del college selezionati per l’esperimento. Notificarono a ciascuno l’arresto per furto e rapina a mano armata e li trascinarono fuori di casa sotto lo sguardo dei vicini, perquisendoli in strada prima di farli salire in macchina e allontanarsi verso la stazione di polizia. I volontari non sapevano che l’esperimento a cui avevano accettato di partecipare sarebbe iniziato con un vero arresto, sotto gli occhi dei parenti e dei vicini.

La polizia di Palo Alto aveva accettato di collaborare con il dipartimento di psicologia dell’università di Stanford e prese il compito molto sul serio: prelevò i ragazzi a casa dopo aver letto i loro diritti, li registrò seguendo la procedura regolare all’arrivo alla stazione e li tenne qualche tempo in una cella con gli occhi bendati.

Gli arrestati vennero quindi portati in un seminterrato di Jordan Hall, una costruzione sul cortile principale dell’università che era (ed è tuttora) sede del dipartimento di psicologia. Qui erano state chiuse le due estremità di un corridoio, e le porte in legno di tre laboratori che si aprivano sui lati erano state sostituite da altre formate da sbarre di ferro. Ciascuna delle celle, molto strette, avrebbe ospitato tre prigionieri. A una estremità, uno sgabuzzino di sessanta centimetri per sessanta, che diventerà famoso tra i prigionieri come “la buca” e in cui finiranno quelli puniti con l’isolamento. Nell’ambiente non c’erano finestre né orologi.

Dopo l’ingresso nella “prigione della contea di Stanford”, ogni detenuto venne perquisito, denudato e spruzzato dalle guardie con uno spray, mimando le normali pratiche carcerarie. Invece di essere rasato, gli venne messo in testa un copricapo ricavato da una calza di nylon. Alla caviglia destra gli venne chiusa con due lucchetti una pesante catena ad anelli di metallo. La catena non sarebbe stata tolta in nessuna occasione, neppure durante la notte. L’unico capo di abbigliamento sopra il corpo nudo era un camicione lungo, di colore bianco, con davanti e dietro il numero di matricola personale di tre o quattro cifre.

Le nove guardie, che si alternavano in tre turni da otto ore, indossavano tutte la stessa divisa cachi, avevano un fischietto al collo e un manganello prestato dalla polizia. I loro occhi erano nascosti dietro occhiali scuri, per evitare di mostrare qualsiasi emozione ai prigionieri. Alle guardie non era stata data nessuna indicazione specifica su come comportarsi, ma era stato detto loro che, per mantenere l’ordine nella prigione, potevano fare qualsiasi cosa che non attentasse all’integrità fisica dei detenuti. Oltre ai diciotto volontari coinvolti inizialmente, nove guardie e nove prigionieri, altri sei rimanevano disponibili nel caso fossero necessari rinforzi per le guardie o rimpiazzi per i prigionieri.

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