Palazzo Chigi, conferenza stampa al termine del Cdm per presentare le misure al decreto anti-crisi

Un’altra farsa sulle province?

Eccezione dopo eccezione, la manovra taglia soltanto 22 province su 109 - e deve ancora essere emendata dal Parlamento

Palazzo Chigi, conferenza stampa al termine del Cdm per presentare le misure al decreto anti-crisi

Uno dei molti capitoli della manovra d’emergenza approvata venerdì dal Governo ha a che fare con l’abolizione delle province, da qualche tempo tema ricorrente nella politica italiana. La questione era già stata oggetto di un tentativo di riforma da parte del Governo, naufragato goffamente tra mille eccezioni e ripensamenti, nonché di un contestato voto parlamentare poco più di un mese fa. Oggi sul Corriere della Sera Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella spiegano perché anche questo tentativo non è da considerarsi una cosa seria.

Il testo della manovra prevede l’abolizione di tutte le province con meno di 300.000 abitanti, ma soltanto dopo il censimento ISTAT previsto per ottobre. Si parla, in tutto, di 37 province su 109. Poi è arrivata una precisazione da parte del Governo, che ha informato che quelle con meno di 300.000 abitanti ma più grandi di 3.000 chilometri quadrati sarebbero sopravvissute al taglio: parliamo di Oristano, Sondrio (la provincia di Tremonti, fanno notare i giornali), Olbia-Tempio Pausania, Matera, Siena, Grosseto, Nuoro e Belluno. Si arriva quindi a 29. Non è finita qui, perché poi arrivano le regioni a statuto speciale. Il presidente del Friuli, Renzo Tondo, ha detto che il Governo non ha competenza sulla sua regione e quindi le province di Trieste e Gorizia non saranno abolite. Si arriva quindi a 27.

Mille chilometri più a sud, a quel punto è stata la volta dei siciliani che per bocca sia del leader democratico Antonello Cracolici sia dell’assessore lombardiano Gaetano Armao hanno precisato che l’isola è ancora più autonoma e dunque, semmai, le Province le aboliscono tutte loro, senza diktat romani. Per precisare meglio la cosa è intervenuto anche Gianfranco Micciché, che è sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma scrive sul suo blog: «In questo governo siede tanta gente che non conosce il Paese. Esempio: l’accorpamento delle Province regionali di Enna e Caltanissetta è il risultato “matematico” del criterio adottato dal governo, ma è un risultato aberrante». E così, tolte Enna e Caltanissetta, caliamo a 25.

La Sardegna è un’altra regione a statuto speciale: il Governo non può tagliare d’imperio le province senza una legge costituzionale. Il presidente Cappellacci ha detto di voler tagliare le province ma non ci sono provvedimenti concreti all’orizzonte. Quindi per il momento bisogna togliere dalla lista quelle di Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra. Arriviamo a quota 22, molte meno del “25-35 per cento” delle province promesso da Calderoli. Anche perché queste 22 province su 109, visto il numero delle eccezioni presente già ora, ancora prima di portare il decreto in Parlamento, non sono contente di quanto sta succedendo.

Tocchiamo ferro, ma alla fine potrebbe spuntarla il coro di quanti si ribellano come il presidente molisano: «Se le Province sono inutili allora perché ne aboliscono solo alcune?». Per salvare quelle che pesano di più dal punto di vista elettorale o contano di più per Bossi che disse «se toccano Bergamo scoppia la guerra civile»? Meglio una scelta netta: via tutte. Magari procedendo con una road map che abbia date e scadenze fisse. Ma tutte, come era già previsto dai padri costituenti. Oppure il processo rischia di incepparsi e rivelarsi una boutade per placare i cittadini infuriati. L’idea di uscirne con un «dose omeopatica» di Province può essere suicida.

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foto: Marco Merlini / LaPresse

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