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La crisi in Europa in 10 punti

Non sappiamo come andrà a finire, ma sappiamo com'è cominciata

Ieri i leader dei paesi che aderiscono all’area dell’euro hanno deciso di mettere insieme un nuovo piano di aiuti economici per la Grecia. Il cosiddetto “Piano Marshall” mira a evitare il fallimento della Grecia e un pericoloso effetto domino che potrebbe avere ripercussioni finanziarie ed economiche sugli altri paesi europei già messi a dura prova dalla crisi. Da qui al 2014, la Grecia riceverà circa 109 miliardi di euro dal Fondo Monetario Internazionale e dall’European Financial Stability Facility, il fondo creato dai paesi dell’eurozona e che vede principalmente impegnati stati come Germania e Francia. Il timore è che le misure adottate ieri non siano sufficienti per arginare il fallimento e Foreign Policy spiega come l’Europa sia arrivata a questo punto, dopo un periodo iniziale in cui sembrava essere meno esposta alla crisi economica di questi anni.

1 – Iniziò con Islanda
Le prime preoccupazioni sullo stato delle finanze europee sono iniziate con i problemi dell’Islanda. Quando il credito su scala globale diminuì verso la fine del 2008 a causa del collasso della banca di investimenti Lehman Brothers, le banche islandesi si ritrovarono con un debito sei volte più grande rispetto al prodotto interno lordo del paese. Il governo rispose cercando di nazionalizzare le banche, ma il piano non funzionò e l’Islanda ebbe bisogno del Fondo Monetario Internazionale. Per la prima volta dal 1976, l’FMI prestò soldi a un paese dell’Europa occidentale in crisi: 2,1 miliardi di dollari per rimettere in sesto l’economia nazionale.

2 – Il problema Grecia
Pochi mesi dopo il prestito dell’FMI, in Grecia divenne primo ministro George Papandreou che ammise di essere alla guida di un paese in gravissime difficoltà economiche: le finanze erano molto peggio di quanto le autorità greche avessero fino ad allora fatto credere. Il rapporto tra deficit pubblico e PIL nel 2009 era pari al 13 per cento, ben oltre il limite del 3 per cento imposto dai parametri di Maastricht. Papandreou promise di fare il possibile per rimettere in sesto i conti della Grecia, ma la grande incertezza sui conti greci portò alla sfiducia sui mercati e a una progressiva sfiducia nell’euro. A fine 2009 il valore della moneta unica era diminuito del 7 per cento.

3 – La risposta in ritardo
Le notizie provenienti dalla Grecia furono accolte con durezza dagli altri paesi europei, specialmente dalla Germania. Il cancelliere tedesco Angela Merkel disse che la Grecia avrebbe dovuto risolvere da sé la crisi adottando severe misure di riduzione della spesa pubblica. Le cose non migliorarono e la rigidità della posizione tedesca contribuì a peggiorare la situazione. Nel mese di maggio del 2010 l’allora direttore dell’FMI, Dominique Strauss-Kahn, convinse infine Angela Merkel ad adottare un piano di aiuti, giudicato il male minore rispetto al fallimento della Grecia e a una crisi profonda dell’euro. Secondo molti analisti, le autorità europee e l’FMI temporeggiarono troppo a lungo in quella fase: quando la decisione di aiutare la Grecia fu assunta, il costo dell’operazione era ormai lievitato considerevolmente superando i 110 miliardi di euro.

4 – L’austerità di Cameron
Nel maggio del 2010 le elezioni in Gran Bretagna portarono alla nomina del conservatore David Cameron come nuovo primo ministro del paese. Cameron promise misure tese a ridurre la spesa pubblica in campagna elettorale e da allora sta seguendo questa via, che secondo alcuni detrattori potrebbe rallentare l’uscita del paese dalla recessione.

5 – I tagli in Spagna
Sempre nel maggio del 2010 la Banca Centrale Europea, il cui principale obiettivo era tenere a bada l’inflazione dell’euro, avviò una serie di iniziative straordinarie di tipo monetario come l’acquisto di titoli di stato e l’immissione di liquidità. Con livelli di disoccupazione in forte crescita oltre il 20 per cento e un rapporto tra deficit e pil intorno al 10 per cento, a fine maggio 2010 la Spagna decise di adottare nuove misure per ridurre la spesa con tagli in diversi settori. Il paese non aveva del resto grandi alternative perché ha un’economia troppo grande per poter essere salvata in caso di rischio fallimento. Il primo ministro Zapatero riuscì a far votare un piano molto duro e contestato teso a portare il deficit al 6 per cento, anche attraverso il taglio dei salari del settore pubblico del 5 per cento.

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