La donna che tradusse il giovane Holden

di Luca Sofri

Ieri erano sessant'anni dall'uscita del grande romanzo di J.D. Salinger, che gli italiani conoscono nella versione di Adriana Motti

Torniamo a Holden. Adriana Motti non ha letto gli altri libri di Salinger e apprende divertita che tre anni fa Baricco e Veronesi proposero a Einaudi di rifare la sua traduzione. La proposta si perse lì, com’era giusto. Il giovane Holden italiano è scritto in maniera formidabile proprio perché lo ha scritto lei, ed è una traduzione che spesso brilla di luce propria, costretta a emanciparsi continuamente dall’originale. A momenti si potrebbe pensare addirittura che la Motti si sia prese troppe libertà. Ma Holden come lo conosciamo noi oggi non potrebbe scrollarsi di dosso i suoi “e tutto quanto”, “e compagnia bella”, “eccetera eccetera”, “e quel che segue”, “e via discorrendo”, che traducono sempre e soltanto l’espressione “and all” dell’originale, che come tutte le opere in inglese non ha il nostro fastidio per le ripetizioni. Né chi ha letto Holden in italiano potrebbe pensarlo denudato di tutto il suo slang fatto di “una cosa da lasciarti secco”, “marpione sfessato”, “infanzia schifa”, e compagnia bella. “Allora i ragazzi parlavano così. Mi son dovuta adeguare, e chiedere ai miei nipoti: in americano poteva essere più sobrio, aveva lo stile di Salinger che lo sosteneva, in italiano io dovevo reinventarmelo”.
“Non si faccia venire un esaurimento nervoso”, le scrisse una volta Calvino: “se non ci darà il libro in maggio, ce lo darà in giugno, se non in giugno in luglio, se in luglio non ce l’ha ancora dato mandiamo un sicario a ucciderla, ma lei deve lavorare tranquilla, come in un letto di rose”.
Quando riascolta le parole che infilò dentro Il giovane Holden le viene da ridere, “Salinger usava espressioni che non potevo tradurre e cercavo di compensare, per rendere il suo stile. E chiedendo ai miei nipoti. Una cosa sola me la sono inventata io, perché nessuno mi sapeva dire niente: che lui se l’era stantuffata sui sedili dietro della macchina. Chiedevo a tutti come si diceva e tutti mi dicevano le stesse cose che sapevo anch’io!”
“Una volta in Wodehouse c’era un personaggio che parlava in uno slang americano vistoso, e come lo rendevo? Ci ho messo un linguaggio grossolano, e qualche cacchio (mi pareva che tutto sommato un piccolo cacchio ogni tanto): mi hanno fatto una rimenata sul Catholic Digest, chiamandomi “signorina maleducata”, e con nome e cognome, che non mettevano mai se dovevano fare un complimento. Mi sono proprio arrabbiata”.
“Comunque la traduzione del Giovane Holden fu abbastanza stroncata, a cominciare dal titolo”. Una celebre nota in apertura dell’edizione italiana del romanzo spiega l’intraducibilità del titolo originale: “la scrisse Calvino”.

Adesso la signora Motti legge poco (“ho letto tanto in vita mia, che adesso ci vedo poco”), i libri “moderni” non le piacciono e piuttosto rilegge Tolstoj e Dostoevskij: “Kafka mi aveva troppo sconvolta. Giacomo mi portò Il messaggio dell’imperatore appena uscito e io lo scaraventai contro il muro, dicendo che non doveva farmi leggere quelle cose, in un mondo come il nostro. Ero tutta permeata di realismo socialista e quello mi porta Kafka. Poi mi ci appassionai”.” Dei suoi libri ama soprattutto quelli di Karen Blixen e ha riletto solo Passaggio in India. “Li so a memoria”.
“È un lavoro atrocemente sottopagato (e io ero arcipagata), io capisco che i traduttori possano tradurre male: conviene tradurre i gialli, ci metti meno”. E che i ragazzi, anche in questo momento, leggano espressioni che si è inventata lei, non le fa un po’ piacere? “Mi meraviglia moltissimo di accorgermi ora di avere una fama perché la gente non legge mai il nome di un traduttore. Poi mi dicono, ma lei è quella che ha tradotto Il giovane Holden? tutti, sempre, e mi fa ridere, io ho tradotto quaranta libri e si ricordano solo quello. E la Blixen?” (affinità: “Chiamerei volentieri Isak Dinesen”, dice Holden, innamorato de La mia Africa).
Adriana Motti ha messo parole italiane nelle bocche di Jeeves e Holden Caulfield, di Adela Quest e del principe Genji, e decine di migliaia di persone le hanno lette e se ne sono innamorate (l’anno passato Il giovane Holden ha venduto in Italia altre ventimila copie). Lei ha smesso di tradurre da qualche anno, con un libro di David Garnett. Si alza dalla poltrona e va a cercarlo nella libreria, lamentandosi della poca memoria e della sua schiena, “vecchiaia schifa”, dice.

(foto: Droledevie)

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